Gli Interpol sono tornati là dove tutto è iniziato, a New York | Rolling Stone Italia
Bright Lights, Big City

Gli Interpol sono tornati là dove tutto è iniziato, a New York

Il chitarrista e co-fondatore della band Daniel Kessler racconta il nuovo album ‘This Mirror Weights a Ton’, tra sorveglianza di massa, società del controllo e introspezione

Gli Interpol sono tornati là dove tutto è iniziato, a New York

Interpol

Foto: Elliot Lee Hazel

Ventiquattro anni dopo Turn On the Bright Lights, il loro incredibile esordio considerato giustamente uno dei capisaldi dell’indie degli anni Zero, gli Interpol tornano a registrare a New York. Lo fanno con un produttore che è prima di tutto un amico, Andrew Wyatt, e con un disco, This Mirror Weighs a Ton (in uscita il 28 agosto), che senza diventare mai un manifesto politico guarda dritto in faccia il presente tra sorveglianza di massa, società del controllo e introspezione. Abbiamo parlato con Daniel Kessler, chitarrista e co-fondatore della band, del processo creativo, del rapporto con la città che li ha resi quello che sono, e di un mondo che – dice lui – cambia più in fretta di quanto riusciamo a starci dietro.

«Scrivo canzoni più o meno nello stesso modo da quando ero adolescente. Al mattino, strimpellando una chitarra classica, magari guardando un film, bevendo un caffè. È quasi un lusso che mi concedo, ed è la mia cosa preferita da fare. Lo faccio ogni giorno, e credo che creare funzioni proprio così: lavori un po’ ogni giorno e vedi se arrivano le idee. Alcuni giorni sì, altri no. Per me scrivere musica è un bisogno profondo, per Paul (Banks, il cantante, nda) è lo stesso. E il fatto che farlo insieme non ci sia mai sembrato un lavoro è il motivo per cui siamo ancora una band dopo tutti questi anni».

Uno dei cambiamenti più evidenti è la scelta di lavorare con un produttore mainstream come Andrew Wyatt, che ha lavorato con Miley Cyrus e Rosalía. Come è cambiato il dialogo in studio?
Andrew è un musicista straordinario. Sa arrangiare le parti di archi, conosce la teoria musicale come pochi. Io sono un chitarrista molto istintivo e bastardo e non penso alle note. Quando ho fondato gli Interpol non cercavo il miglior chitarrista o il miglior batterista in assoluto, cercavo persone con una sensibilità musicale interessante, un modo particolare di guardare la vita. Andrew rispetta perfettamente quello che ancora oggi cerchiamo nelle persone con cui lavoriamo. Un individuo unico con una mente musicale incredibile. Lavorare con un amico è un rischio perché non sai mai se la collaborazione funzionerà o se vedrete le cose in modo troppo diverso, ma con lui ha funzionato da subito.

Interpol - See Out Loud (Official Lyric Video)

This Mirror Weighs a Ton, a partire dalla copertina, sembra affrontare il tema della sorveglianza di massa. È stata una scelta consapevole?
I testi li ha sempre scritti Paul e per quanto individualmente abbiamo sempre avuto le nostre idee politiche, non siamo mai stati apertamente e sistematicamente politici come band. Non è mai stata una scelta consapevole restare fuori da certi discorsi, semplicemente non è la strada che abbiamo preso. Per questo disco però hai ragione. Ci sono temi di natura politica in alcune canzoni. Viviamo tempi strani, difficili, incerti, a tratti angoscianti, a tratti tristi, ed è difficile metterli da parte. La copertina è un’opera d’arte di Addie Wagenknecht che si chiama Asymmetric Love Number 2. Appena l’abbiamo vista, ci è sembrata perfettamente coerente con il disco e con il momento storico: viviamo in un presente onnipresente, ci sono telecamere ovunque, e anche dove non ci sono fisicamente, tutto viene comunque registrato in un modo o nell’altro. Tutto ciò che metti online resta lì per sempre. È qualcosa su cui è difficile non riflettere.

A proposito di sorveglianza e controllo: tu e Paul avete parlato in un’intervista al Guardian dei rischi legati all’intelligenza artificiale. Vuoi aggiungere qualcosa?
Cosa sarà tra cinque anni? Negli ultimi cinque siamo andati talmente avanti che ormai diamo per scontato dire quelle due lettere, AI, come se fosse normale. Cinque anni fa sembrava ancora qualcosa di futuro lontano. Sapevamo che stava arrivando qualcosa, ma non immaginavamo che saremmo arrivati già così avanti. Quindi: da qui dove si va?

Io non sono uno che rincorre l’ultima tecnologia. Mi stupisce già abbastanza poter parlare con te ora, così, dal telefono, dagli Stati Uniti all’Italia e non ho bisogno che migliori ulteriormente. Non credo che la vita migliorerà per questo. Sono anche un po’ più vecchio, e sono contento di aver vissuto un’epoca in cui la tecnologia era meno pervasiva e la comunicazione meno capillare. Quando ti mettevi d’accordo con un amico, era quello. Non controllavi continuamente se c’era qualcos’altro da fare, non cambiavi idea in continuazione. A volte non facevi neanche programmi: uscivi e basta, come facevo io a New York nei primi anni 2000. Uscivi, incontravi gente per caso, non sapevi cosa sarebbe successo ed era proprio questa la bellezza: la scoperta, la spontaneità, l’incertezza. Non voglio essere nostalgico e dire che si stava meglio prima, sarebbe banale. Ma sono felice di aver vissuto quel momento in cui si riusciva a stare più nel presente. Essere in the moment è una cosa preziosa, nella vita.

Interpol - Iron City (Official Visualizer)

Sembra che questo disco sia nato proprio da questo: vivere il presente, essere tornati a New York. Come ha influenzato la scrittura registrare di nuovo in città?
Vivere il presente per me è quasi un mantra di vita. Se riesco a non pensare a nient’altro mentre lavoro alla musica o sto con gli amici, quella per me è gioia. È lì che succedono le cose belle, è ciò a cui aspiro. Ed è anche la bellezza della collaborazione: quando lavori con altri musicisti e riesci quasi ad anticipare cosa farà l’altro, oppure qualcuno fa qualcosa di spontaneo che magari non riuscirà a ripetere ma per fortuna lo hai registrato, e puoi tornarci sopra. È per questo che si forma una band, è per questo che si hanno collaboratori. 

New York è cambiata moltissimo da quando mi ci sono trasferito, ma resterà sempre casa. Una delle cose che impari, da newyorkese, è che questa è una città che cambia di continuo e che conviene assecondare i cambiamenti piuttosto che combatterli, perché sono più forti di te. Fa parte del suo dna. Fare questo disco qui, con questo spirito, con un amico stretto come Andrew e con i miei compagni di band da tanto tempo è stato come nuotare tutti nella stessa direzione, invece che contro corrente.

Il documentario sulla scena di New York dei primi anni Zero Meet Me in the Bathroom mostra gli Interpol camminare tra le macerie dell’11 settembre. Il vostro primo disco, Turn On the Bright Lights, è stato per molti la colonna sonora di quel momento. Com’è stato scrivere musica in quei giorni?
Non ho visto il documentario, quindi non so esattamente a quali immagini ti riferisci. Ma essere qui durante l’11 settembre è stato traumatico e terribile, un evento senza precedenti, un momento che ha cambiato la storia. La città, nei giorni successivi, era cupissima. Avevamo già scritto la maggior parte delle canzoni che sarebbero finite sul primo disco – NYC, per esempio, era già scritta – e stavamo per iniziare a registrarlo, credo a novembre 2001.

È stato un momento di grande incertezza, di dolore per le vite perse e per tutte le conseguenze che sarebbero arrivate, ma allo stesso tempo eravamo sul punto di firmare il nostro primo contratto discografico, dopo quasi cinque anni come band. Quel contesto è diventato lo sfondo su cui abbiamo registrato il disco, pochi mesi dopo. Un periodo pazzesco. E credo che una delle cose che ci portiamo dietro da quel momento sia proprio che in mezzo all’incertezza e alla tristezza avere un progetto musicale che ti permette di chiudere la porta e concentrarti sulla musica insieme è motivo di enorme gratitudine.