C’è una locuzione inglese che l’italiano ha importato senza mai davvero tradurla, e che per questo continua a vivere una doppia vita clandestina nella nostra lingua: sold out. La usiamo per dire che un concerto ha esaurito i biglietti (un trionfo, una benedizione statistica), dimenticando che nell’originale la stessa espressione descrive anche l’atto di vendersi, di svendere qualcosa che prima non era necessariamente in commercio: una convinzione, una linea rossa, un’anima. Kanye West ha appena reso plasticamente evidente questa ambiguità semantica annunciando due show alla Gazprom Arena di San Pietroburgo, in programma per il 10 e l’11 ottobre: 70mila posti a serata, biglietti che andavano dai 9000 ai 160mila rubli (circa 78 e 1394 euro), esauriti nel giro di poche ore. Diventa così il primo grande artista occidentale a esibirsi in Russia da quando è iniziata l’invasione dell’Ucraina, quattro anni fa. Il tutto esaurito, in questo caso, non è solo libero mercato: è una diagnosi impietosa.
Bisognerebbe risalire alla teologia medievale, e in particolare a quella distinzione ossessiva tra peccatum e scandalum che tormentava i canonisti, per trovare una categoria abbastanza elastica da contenere quello che Ye fa da qualche anno a questa parte. Il peccato è l’atto in sé; lo scandalo è l’effetto pubblico che quell’atto produce sulla comunità dei fedeli, ed è proprio sullo scandalo, non sul peccato, che l’artista di Chicago ha costruito l’intera seconda metà della propria carriera, trasformando ogni caduta in un evento da celebrare, possibilmente in uno stadio.
Prima di arrivare a San Pietroburgo, del resto, Ye ha visitato l’Europa nella sola maniera che gli è rimasta: attraverso i comunicati con cui gli veniva impedito di visitarla. Ogni Paese che gli ha detto di no lo ha fatto nel suo specifico dialetto della rispettabilità. Il Regno Unito gli ha negato l’autorizzazione elettronica di viaggio perché la sua presenza non sarebbe stata «conducive to the public good», formula da collegio inglese che fa immaginare Kanye rimandato a casa con una nota per i genitori; il Wireless Festival, che lo aveva scritturato per tre serate, ha perduto prima gli sponsor e poi sé stesso, cancellando l’intera edizione. A Marsiglia la data è stata rinviata sotto la pressione delle autorità. La Polonia, per bocca della ministra della Cultura Marta Cienkowska, ha ricordato che in un paese segnato dall’Olocausto il nazismo non può essere derubricato a scelta di repertorio. A Basilea hanno parlato di valori, con la precisione di chi possiede sia i valori, sia un regolamento per il loro utilizzo. A Reggio Emilia sono arrivati il prefetto, l’ordine pubblico e il rischio di contromanifestazioni: quando la morale entra in Italia, prima di tutto deve compilare un modulo. È stato un Grand Tour alla rovescia. Quello antico serviva agli aristocratici per formarsi un carattere; questo è servito ai Paesi che avrebbero dovuto ospitarlo per dimostrare di averne uno.
Ye aveva provato a facilitare le pratiche acquistando, a gennaio, una pagina intera del Wall Street Journal per dichiararsi, testualmente, «non un nazista, né un antisemita»: testo che, occupando una pagina intera del quotidiano, dava soprattutto la misura del problema. Ma chiamare quanto è successo cancellazione significa attribuirci un potere che non possediamo. La parola viene dal computer, eppure coltiva ambizioni ateniesi: durante l’ostracismo si scriveva il nome di un cittadino su un coccio e lo si mandava per dieci anni fuori dalla città. Atene poteva permetterselo perché aveva delle mura e, oltre le mura, un fuori. Internet non ha un fuori: possiede soltanto altre piattaforme, altri pubblici, promoter con fusi orari differenti. Le celebrità, del resto, non obbediscono alla metafisica del desktop: non finiscono nel cestino, semmai cambiano mercato. Una reputazione non è una sostanza contenuta nell’artista, come il glutine nel pane; è un accordo provvisorio fra coloro che lo guardano. Basta cambiare gli spettatori perché cambi il verdetto. L’Occidente non ha cancellato Kanye: lo ha rarefatto. E la rarità, si sa, è una delle poche disgrazie che l’industria musicale sa mettere in vendita.
Qui si tocca il nucleo teologico della faccenda, quello che rende Kanye West un caso di studio più interessante di un semplice mercenario da cachet. Il mercenario si vende sapendo di vendersi, e prova, se non altro, l’imbarazzo minimo di doverlo nascondere. Ye, al contrario, ha da tempo smesso di distinguere tra convinzione e provocazione, tra fede sincera e trollaggio calcolato: la sua intera epistemologia recente funziona per apofasi, per negazione di ogni possibilità di lettura univoca, cosicché ogni gesto, dall’antisemitismo dichiarato all’endorsement improvvisato fino allo stadio di Putin, diventa contemporaneamente serissimo e completamente irrilevante, un enunciato che si autoannulla nel momento stesso in cui viene pronunciato. È la stessa struttura retorica degli oracoli antichi, che dicevano il vero mentendo e mentivano dicendo il vero: a Creso fu promesso che, attraversando il fiume, avrebbe distrutto un grande impero, e infatti lo distrusse, il proprio. Chi ascolta Kanye oggi si accolla lo stesso rischio ermeneutico: ogni interpretazione è corretta, e per questo nessuna lo è davvero.
Nel mezzo di questa geopolitica da stadio, con un tempismo che definire chirurgico sarebbe generoso, esce anche il video di Ok, il pezzo con Don Toliver contenuto nella deluxe di Bully, diretto, come ormai da consuetudine coniugale, da Bianca Censori. L’estetica richiama esplicitamente quella di Father, il precedente capitolo della saga surrealista firmata dalla coppia: corpi, superfici, un immaginario che sfrutta lo shock visivo con la stessa disinvoltura con cui il resto della carriera di Ye sfrutta lo shock verbale. Ed è qui che il doppio senso di sold out si ripiega su se stesso in modo quasi ossessivo, perché l’output artistico non si è affatto fermato, anzi: continua a proliferare, deluxe dopo deluxe, video dopo video, mentre il contesto in cui quell’output viene distribuito si fa sempre più indifferente al proprio stesso contenuto. Non importa più cosa dice la canzone: importa solo che l’arena sia piena, che il video circoli, che il nome resti nel newsfeed. Il prodotto ha divorziato dal significato, e il divorzio è stato talmente pacifico da non fare nemmeno notizia rispetto ai concerti russi.
La Russia ha riconosciuto l’affare perché possiede da due secoli il manuale letterario adatto. Nelle Anime morte di Gogol’, Čičikov attraversa le province comprando i nomi di servi defunti ma ancora vivi nei registri, trasformando una falla amministrativa in fatturato. Oggi non acquisterebbe più contadini: farebbe il promoter e sfoglierebbe l’album delle figurine dell’Occidente in cerca di nomi dichiarati morti nei salotti ma ancora perfettamente vivi in biglietteria. Kanye è un’anima morta con il dynamic pricing. Mosca gli presta il territorio; lui le presta gli aggettivi “occidentale”, “musicale” e, se la propaganda si sentisse particolarmente audace, perfino “culturale”. Mosca gli restituisce centralità, lui le restituisce per due sere l’apparenza della normalità. Non è necessario che condividano idee: le alleanze fondate sui valori si logorano appena qualcuno interpreta un valore diversamente, quelle fondate su due mancanze complementari sono assai più solide. Alla Russia serve una visita, a Kanye un invito.
Chi obietterà, giustamente, che ridurre tutto questo a strategia sarebbe troppo generoso, che dietro la Gazprom Arena non c’è un piano ma solo l’ultima tappa disponibile per un artista sempre più ai margini del circuito occidentale, ha probabilmente ragione: è la lettura più plausibile. Ma proprio in questa plausibilità sta il punto più inquietante: non serve un piano quando il mercato stesso, nella sua indifferenza morale, produce lo stesso risultato di un piano. Il capitalismo dello spettacolo non ha bisogno che Kanye voglia normalizzare Putin; gli basta che voglia vendere biglietti, e la normalizzazione arriva come esternalità, sottoprodotto non dichiarato in nessuna fattura.
Il mondo impresentabile, in fondo, non è un blocco geopolitico e non dispone ancora di una bandiera, anche se nel suo merchandising si troverebbe certamente posto. È una società di mutuo soccorso fra celebrità, governi e miliardari convinti che ogni critica sia censura e ogni isolamento una prova della propria grandezza. Non occorre desiderare lo stesso futuro: basta accusare lo stesso presente. Kanye parla di persecuzione, Mosca di accerchiamento, e il rancore provvede alla traduzione simultanea. Ye ne è diventato ministro degli Esteri non perché rappresenti una dottrina, ma perché viaggia con la rimostranza come passaporto e sa convertire l’offesa ricevuta in denaro.
La sera del concerto ciascuno ascolterà ciò per cui ha pagato: i fan sentiranno Kanye, Kanye sentirà se stesso, il Cremlino sentirà un applauso rivolto alla Russia. È questo il grande vantaggio della musica a volume molto alto: permette a tutti di non ascoltare gli altri. Resta da chiedersi cosa significhi, per l’industria musicale occidentale, aver lasciato che fosse proprio lui il primo a rompere l’embargo simbolico: non un artista di terza fascia in cerca di rilancio, non un nome dimenticato disposto a tutto per tornare rilevante, ma uno degli uomini più visibili e più discussi della musica pop contemporanea. Forse la risposta è più semplice del previsto, e più scomoda: ci voleva qualcuno per cui lo scandalo non fosse più un costo, ma l’unico prodotto rimasto da vendere. Tutto esaurito, appunto, nel senso più letterale e in quello più definitivo della parola.













