Questo documentario Travis Barker non lo voleva fare. Le riprese di Travis Barker: Louder Than Fear, disponibile in Italia su Disney+/Hulu, sono iniziate nel 2017 col racconto degli effetti debilitanti del disturbo da stress post-traumatico sviluppato dopo l’incidente aereo di nove anni prima. Il batterista dei Blink-182 e tre amici erano a bordo di un jet privato in volo da Columbia, Carolina del Sud, verso casa quando il carrello d’atterraggio ha preso fuoco. Due dei suoi migliori amici sono morti. Un terzo passeggero, il caro amico e collaboratore DJ Am, è morto l’anno dopo per overdose. Barker era fisicamente ed emotivamente devastato. Aveva pensieri suicidi. Non era sicuro che sarebbe riuscito a tornare alla vita di un tempo.
Aveva paura di volare già prima dell’incidente del 2008 e così ha smesso di prendere del tutto l’aereo. Il documentario si apre quindi col batterista in una cabina della Queen Mary 2 in navigazione sull’Atlantico, l’unico modo per andare in tour in Europa senza prendere un volo. I sintomi del disturbo da stress post-traumatico hanno creato tensioni coi produttori che avrebbero voluto chiudere il documentario con l’immagine di Barker che sale su un aereo per la prima volta dopo anni. Per il batterista non se ne parlava, non all’epoca. È tornato a volare solo nel 2021 quando Kourtney Kardashian, oggi sua moglie, gli ha fatto una sorpresa organizzando un viaggio in Messico. Qualche anno dopo ha deciso di riprendere la lavorazione di Louder Than Fear.
Barker, 50 anni, ha affrontato molte sfide e ha dovuto rialzarsi parecchie volte. Dagli inizi come netturbino a Laguna Beach ai tour folli coi Blink fino a diventare uno dei batteristi più richiesti in campo punk, rock e rap, ha combattuto traumi e dipendenze. È tutto nel documentario, che comprende interviste a familiari, amici e colleghi ed è accompagnato in gran parte da una colonna sonora composta da performance di Barker alla batteria. Ecco alcune cose che abbiamo scoperto.
Ha scelto la batteria grazie ai Muppet
«Mi sono avvicinato alla batteria da bambino grazie ad Animal dei Muppet. Era scatenato e sembrava divertirsi un mondo», racconta Barker nel documentario. Il padre Randy ricorda di averlo visto tirare fuori pentole e padelle dagli armadietti per suonarle sul pavimento della cucina. Così lui e la moglie Gloria hanno regalato al figlio di 4 anni una batteria – ovviamente a tema Muppet – e lo hanno mandato a lezione. Come dice Randy, «la massacrava e basta». Era molto piccolo e concentrarsi non gli veniva naturale. «Da bambino non mi piaceva proprio esercitarmi. È un’età in cui non vuoi far altro che giocare con gli amici. Sono stato fortunato ad aver avuto un programma molto disciplinato di esercizi».
Ha studiato batteria jazz e alla fine è entrato nella banda musicale della scuola superiore. «Mia madre si sedeva nella stanza con lui mentre si esercitava: registrava le lezioni di batteria, così sapeva esattamente come dovevano suonare e cosa avrebbe dovuto fare», ricorda la sorella Tamara Barker. «Mia madre ha imparato a leggere la musica insieme a me», racconta Travis. «Praticamente sapeva suonare quello che sapevo suonare io. E capiva se mi stavo esercitando oppure no». Purtroppo Gloria è morta nel 1990, quando Travis aveva 14 anni, e non ha mai avuto la possibilità di vedere che gran batterista è diventato il figlio.
Si è tatuato per non trovare lavoro fuori dalla musica
I tatuaggi coprono quasi ogni centimetro quadrato del suo corpo. Ma, come spiega nel documentario, il padre era categoricamente contrario a ogni forma di body art. «Mi sono fatto il primo tattoo a 15 anni. Mio padre diceva sempre: “Il giorno in cui ti tatui, ti faccio un culo così e ti caccio di casa”. Ero un po’ spaventato, ma mamma era appena morta e nella mia testa le cose non potevano andare peggio di così».
Randy, come prevedibile, si è arrabbiato, lo ha chiamato «idiota», gli ha detto che così conciato non avrebbe mai trovato un lavoro. Ma Barker non lo voleva trovare, quel lavoro: voleva suonare la batteria. «Ho pensato che, se mi fossi tatuato tutto il collo, tutto il corpo, tutte le mani, non avrei potuto trovare un lavoro e non avrei avuto un piano B» rispetto alla carriera musicale. «L’obiettivo era avere soldi a sufficienza per mangiare, un posto dove dormire e suonare la batteria».
Ha avuto meno di un’ora per imparare le canzoni dei Blink
Dopo una parentesi nei Feeble, Barker è entrato negli Aquabats, un gruppo ska che sul palco indossava costumi da surfisti marziani, una cosa che ha capito poco prima di salire sul palco per il primo concerto con loro. «Mi presento il giorno del concerto, conosco tutte le canzoni, faccio il soundcheck», ricorda nel documentario. Il racconto lo completa il cantante Christian Jacobs: «Gli do il suo costume e lui dice: “Aspetta un attimo, cosa?”». Nonostante il malinteso, Travis è rimasto nella band per due anni, andando in tour con rash guard, mantello e occhialini e approfittando di ogni momento libero per esercitarsi sui pad.
Suppergiù nel 1998 gli Aquabats sono stati chiamati ad aprire i concerti dei Blink-182, all’epoca una delle band pop-punk emergente. Il batterista originale di questi ultimi, Scott Raynor, ha dovuto lasciare il gruppo a causa di un’emergenza familiare e ha suggerito il nome di Barker. «Mark e Tom vengono da me e mi dicono: “Ehi, il nostro batterista se n’è appena andato, ti andrebbe di suonare con noi? L’unico problema è che il concerto inizia tra un’ora”». Barker non aveva una batteria a disposizione nel backstage, quindi ha dovuto imparare i pezzi battendo su gambe e ginocchia. «Durante il concerto mi chiedevo: si ricorderà quando finisce questa canzone?», scherza DeLonge. «Saprà che sta arrivando il ritornello?».
Il concerto, di cui vengono mostrate alcune immagini, alla fine è andato alla grande. «Travis è arrivato, ha suonato ed è sembrato tutto naturale», ricorda Hoppus. «Noi intanto guardavamo, perché quello era il nostro batterista», ricorda Jacobs. «Mark guardava Tom e Tom guardava Mark, avevano gli occhi che brillavano e Travis spaccava. Abbiamo capito che per noi era finita». Barker è diventato il batterista a tempo pieno dei Blink in quello stesso anno.
Aveva una guardia del corpo il cui unico compito era assicurarsi che non morisse
Barker ha sempre odiato volare, una caratteristica che crede di aver ereditato dalla madre. Dopo che, nei primi anni 2000, un amico gli ha offerto una pillola per rilassarsi prima di un volo, quando suonava coi Transplants, ha iniziato ad assumere pillole prima di salire sugli aerei. «Sono passato dal prendere antidolorifici prima di un volo al doverli avere sempre con me per fare una vita normale», racconta. Come dice nel documentario l’ex moglie Shanna Moakler, con cui ha recitato nel reality show Meet the Barkers, arrivava a prendere dalle 20 alle 30 pillole al giorno. «E io pensavo: ma come fai a essere ancora vivo?».
Dovendo volare quasi ogni giorno e dovendo stare lontano dai figli, racconta il batterista, «prendevo così tante pillole che avevo una guardia del corpo il cui unico compito era guardarmi mentre dormivo».
Ha avuto una brutta sensazione prima dell’incidente
Al centro del film c’è l’incidente del 2008 che ha cambiato la vita di Barker. A quel punto i Blink erano in pausa e lui suonava con rapper come Eminem, Lil Wayne e Jay-Z, oltre a portare avanti con Adam Goldstein, meglio noto come DJ Am, il progetto TRV$DJAM. I due viaggiavano con Chris Baker (Lil Chris), che era stato per anni assistente e migliore amico di Barker, e Charles “Ché” Monroe, guardia del corpo e grande amico di Barker. Stavano tornando a casa da Columbia, South Carolina dopo un concerto privato. Nel film Barker racconta che non voleva partire, era stufo degli aerei e non voleva lasciare ancora una volta a casa i figli piccoli. «Prima di partire, mia figlia Alabama piangeva a dirotto. Continuava a dire: “Il tetto è in fiamme e verrà giù”.… Ha pianto per un paio d’ore dopo che me ne sono andato».
Il concerto era andato bene ed era finito presto, verso le 21 o le 22. Goldstein ha proposto quindi di partire quella stessa notte invece di aspettare il mattino. Barker era disposto a fermarsi per la notte, ma gli altri volevano andarsene. «Abbiamo deciso a maggioranza: chi voleva tornare a casa e chi no, e io ho perso». Era circa mezzanotte quando si sono preparati al decollo nella nebbia. In pista il loro era l’aereo più piccolo. «Usciamo, Chris si fa una foto davanti all’aereo e dice: “Cazzo, questo aereo fa paura”», racconta Barker. Poi ha chiamato il padre. «Mi ha mandato una foto dell’aereo», ricorda Randy nel film. «Mi ha detto: “È questo quello su cui saliamo. Non ne ho molta voglia”».
L’aereo è riuscito a malapena a staccarsi da terra. Lil Chris e Ché sono morti sul colpo; Goldstein, che allora era sobrio da dieci anni, è sopravvissuto, ma è morto l’anno successivo per un’overdose. Il 65% del corpo di Barker era coperto da ustioni. Il batterista ha passato settimane in un centro di riabilitazione, lontano dalla famiglia. Nel documentario ricorda gli eventi di quella notte con agghiacciante precisione. Il suo racconto è accompagnato da un assolo di batteria emozionante, che ha composto ispirandosi ai ricordi dell’incidente. È una scena potente, che mostra non solo quanto è stata dolorosa l’esperienza, ma anche quanto la batteria lo abbia aiutato ad andare avanti.
Kardashian ha avuto un aborto spontaneo
I tabloid non si sono certo risparmiati nel raccontare i problemi che Barker e la terza moglie Kourtney Kardashian hanno avuto con la fecondazione assistita. Entrambi hanno parlato apertamente delle difficoltà incontrate nel cercare di concepire un figlio. Nel documentario rivelano cosa è successo prima. Appena sei mesi dopo l’inizio della loro relazione, Kardashian era rimasta incinta. Erano felicissimi, Barker non aveva mai pensato che avrebbe avuto un altro figlio, ma eccolo impaziente di vivere di nuovo quell’esperienza dopo aver trovato l’amore della sua vita. Tre mesi dopo hanno perso il bambino, Barker rivela per la prima volta nel documentario. «Andiamo dal medico e il medico ci dice che non si sente il battito», racconta. Kardashian descrive i giorni trascorsi insieme a letto, a piangere.
Qualche anno dopo dopo l’aborto spontaneo e il fallimento della fecondazione assistita, i due hanno finalmente esaudito il loro desiderio: Rocky Barker è nato nel novembre del 2023. Le scene che mostrano la loro famiglia allargata, ovvero Barker e i suoi tre figli, Kardashian e i suoi tre figli, insieme al piccolo Rocky, sono una sorta di catarsi dopo un percorso tanto doloroso. «Siamo praticamente la famiglia Brady», dice Barker. «Anche se sembriamo gli Addams», aggiunge Kardashian.
Oggi la famiglia viaggia spesso, a volte persino in aereo.















