Sébastien Tellier, dal Palco dei Tramonti sul lungomare Falcone e Borsellino, appare visibilmente commosso. Si sono superati i lidi, una fila di tende piantate sulla spiaggia, e poi una distesa enorme di sabbia e ciottoli. Dietro, le montagne. Il Color Fest ha tinteggiature californiane all’ora del tramonto, e la Lamezia Bay alla golden hour oggi propone Tellier con eclissi. È il momento in cui attacca con un omaggio a Kavinsky, e a quel punto – tra la tentazione di guardare il disco che anticipa la notte o il rimanere in ascolto – il rischio di rimanere accecati, per un motivo o per l’altro, è concreto. Lui lo sa, e nel dubbio suona con gli occhiali. Il concerto prosegue, e inopinatamente dall’eclissi si passa al lampeggiare delle saette senza pioggia, che squarciano il cielo ormai nero. Tellier è al piano, barba e capelli messianici, il mare alle spalle e il vento lo rendono biblico, se non fosse per il cappellino e il calice alzato, che ne tradiscono la dimensione terrestre.
È l’apice della quattordicesima edizione del Color Fest – la seconda a bordo acqua. Tre giorni di musica in Calabria, sulla spiaggia, tra pini marittimi e onde, nei pressi di Lamezia Terme.

Color Fest 2026. Foto: Ornella Martino
Per capire il Festival del Colore, parto dal nome. Ricordavo dalla maturità che sui colori ci aveva scritto una teoria Goethe. Ho ripreso il suo Viaggio in Italia per verificare come descrivesse la Calabria, per poi scoprire che, da Napoli, il poeta aveva preso il traghetto per andarsene diretto a Messina, saltando completamente la regione. Tra gli obiettivi del Color Fest: far sì che cose del genere non si ripetano più. Sui colori invece, Goethe aveva dissato Newton, sostenendo che l’occhio – davanti a un colore – non riuscisse a starsene buono. Se fissavi abbastanza a lungo il giallo, prima o poi l’occhio si inventava il viola; il rosso chiamava il verde, il blu l’arancione, o qualcosa del genere. Non era soltanto una questione di luce, insomma: il colore esisteva anche per contrasto, per memoria, perché accanto a una cosa ce n’era un’altra che la faceva sembrare diversa.
Al Color Fest la teoria dei colori di Goethe, per come me la ricordo io, regge. Il blu del Tirreno e il verde della pineta, l’acquazzone poco prima del tramonto illibato, la sabbia chiara e le nuvole nere che arrivano dal mare, i gabbiani e gli aerei che si alternano dietro al grande palco, gli artisti che suonano e subito dopo scendono dal palco e si mettono tra il pubblico. Ed è soprattutto la line-up che sembra essere costruita per complementari: James Holden ha bisogno di Dimartino, Apparat di C’mon Tigre, Tuttifenomeni di Gaia Banfi, Faccianuvola di Mai Mai Mai, gli Yīn Yīn di Populous, i Deadletter della Niña. Il Festival prende colore da quello che gli sta accanto: un cartellone europeo appoggiato su un lungomare calabrese quasi vuoto per il resto dell’anno, migliaia di persone, i meloni sull’apecar e gli stendini in spiaggia. Il Color non sceglie un cromatismo preciso, ma fa una tavolozza: mette vicine cose che, altrove, avrebbero poche ragioni per incontrarsi e lascia che per tre giorni si modifichino a vicenda. E funziona.

LA NIÑA al Color Fest 2026. Foto: Aldo Tomaino
Diecimila presenze, quasi il 70% del pubblico da fuori regione o dall’estero, uno zoccolo duro che ci lavora da più di una decade e negli occhi ha quella luce tipica di chi per anni ha raccontato una cosa che non esisteva, e che ora può toccare con mano. Una proposta musicale che non coccola il pubblico, non lo asseconda, ma lo accudisce – alternando nomi più rassicuranti ad altri altisonanti – con la chiara idea di consolidarsi come punto di riferimento dell’estate musicale italiana e non, da casa propria. Il tema del localismo è centrale al Color, e se n’è parlato parecchio – con amici, addetti ai lavori, ma anche baristi e avventori. Il festival non gode di finanziamenti pubblici – a parte un piccolo sostegno del Comune di Lamezia Terme – e fare un festival del genere qui costa più che farlo dove esiste già un ecosistema pronto ad accoglierlo. Ne derivano prezzi piuttosto lombardi, sia per biglietti, che per cibo e bevute. Il che di per sé non stupisce, né rappresenta necessariamente un problema – e i numeri lo dimostrano -, ma solleva un tema di accessibilità.
La sensibilità del Color rispetto a questa tematica è evidente – ne è prova la partecipazione al Festival del bellissimo progetto “Prodotti Tipici” – che prova a mettere a fuoco la questione, mappando appunto i nuovi prodotti tipici – non gastronomici ma culturali – della regione: festival, spazi e produttori di una nuova generazione. La postura è quella giusta, il colpo da maestro sarà il riuscire a produrre cultura coniugando questa lecita ambizione extraterritoriale senza ridurre l’accessibilità per chi quel territorio lo vive 365 giorni l’anno, che magari per indole – o per mancanza di offerta e quindi abitudine – è meno avvezzo a spese comunque ingenti per questo tipo di intrattenimento.
Ed è un vero peccato. Sia perché, pur avendo un fortissimo legame con il luogo, il rischio di un turismo musicale/culturale che dal Nord arriva, si diverte e si fa il bagno, e poi riparte, è sempre dietro l’angolo. Sia perché – penso ai local, con il senno di poi – finire per perdersi il live della madonna degli Apparat di fianco a casa, o il set ibrido e straniante di Holden e Zimpel senza dover prendere un aereo, piuttosto che fare una foto alla camicia rossa garibaldina abbottonata fino alla giugulare del cantante dei Django Django, è triste.
Forse empatizzo in maniera smodata, ma la produzione del Color perdonerà il mio rammarico latente per chi rischia di non assistere al momento più punk della tre giorni: l’invasione di palco di una fan durante il set degli Zen Circus. Zen che non sentivo per bene dal 2011, e si può scherzare sulla loro seconda, terza o quarta giovinezza, ma la verità è che non è la loro: è quella del pubblico, che si rinnova. A riprova del fatto che continuare a fare rock’n’roll in maniera totalmente credibile, se mantieni quell’attitudine lì, cambiano le generazioni, ma tu rimani. In pochi ci sono riusciti senza finire a sembrare la cover band di loro stessi. In pochissimi ci sono riusciti con un ricambio di fan base. okgiorgio è l’ultima sfumatura del Color. Il suo set ha visual degni di nota: figure stilizzate, segni, una lavagna digitale che costituisce un immaginario riconoscibile. Il DJ set è furbo, forse un po’ âgé, ma la pineta lo segue, e io seguo le figure sulla lavagna muovendo il collo, da bravo secchione.

Gli Zen Circus al Color Fest 2026. Foto: Paolo Ascioti
Le notti si torna al Lido tutti insieme. È una piccola carovana familiare, ogni sera: musicisti, organizzatori, amici. C’è Cosmo – che ha suonato all’alba ma non sembra stanco, c’è gente che si conosce da dieci anni e gente che gira per festival e si ritrova. Tra gli aerei che continuano a passare c’è chi sostiene di aver visto un UFO atterrare in mare. Io penso che si stia un po’ esagerando con il paranormale, ma devo finire per dare ragione ai draconiani: pare effettivamente che Ufo, il bassista del Circo Zen, fosse in acqua per un bagno di mezzanotte.















