Durante un’intervista realizzata per Chanel, l’ex Daft Punk Thomas Bangalter ha risposto ad alcune domande sulla possibilità di utilizzare l’Intelligenza Artificiale per comporre musica, definendolo «un modo per saltare il processo creativo».
«L’AI in questo momento guarda solo ai risultati. Conta soltanto l’output. Il mio modo di lavorare non ha niente a che fare con l’output», ha continuato il musicista francese. Il problema, per lui, è che l’intelligenza artificiale porta dritto al brano finito, cancellando la fase più interessante e creativa della composizione, quella in cui si sperimenta con il suono. «È il processo creativo la cosa che mi appassiona di più. Perché dovrei saltare il momento che amo?».
«Il mio rapporto con la creazione e con l’arte avviene per la maggior parte a un livello più profondo, che non si esprime a parole», ha spiegato poi Bangalter. «Ed è probabilmente questo il motivo per cui non sono davvero interessato all’uso creativo dell’intelligenza artificiale, per tante ragioni.» La prima, dice, riguarda proprio il meccanismo del prompt. «Passa attraverso un’espressione verbale, che è il prompting, e io sento che la parte più interessante del processo creativo non avviene affatto su un piano intellettuale o espressivo. È un processo in cui cerchi di capire le tue emozioni».
La conversazione con Yana Peel, presidente Arts, Culture and Heritage del marchio francese, è stata registrata a giugno ad Art Basel e pubblicata sul canale YouTube del marchio il 29 luglio. Nello stesso incontro Bangalter ha parlato anche di architettura, che ha definito «probabilmente la più creativa di tutte le forme d’arte» per la sua capacità di confondere «finzione e realtà».
L’ex robot, inoltre, è solo l’ultimo di una lunga lista di artisti che, negli scorsi mesi, hanno preso le distanze dalla musica realizzata con l’AI. «Ci sono canzoni realizzate con Intelligenza Artificiale che possono pure diventare virali», aveva detto Skrillex, «ma se non c’è un essere umano dall’altra parte non ti senti capito».
Ancora più netto era stato Billy Corgan degli Smashing Pumpkins. «Mi rifiuto categoricamente di usare l’AI nella mia musica. Per me è un patto con il diavolo», aveva dichiarato in un podcast. «La pressione, l’ispirazione, il tormento, il “non sono sicuro di avere ancora qualcosa da dire”, fanno tutti parte del percorso che un autore deve attraversare», aveva aggiunto Corgan, un commento in linea con l’opinione di Bangalter.
Toni ben più violenti li aveva usati Jack Antonoff, che sul suo profilo aveva definito chi fa musica con l’AI «p*tt*ne senza Dio». «A tutti quelli che si esaltano per i nuovi modi di fingere di fare arte, buttatevi pure giù dal dirupo. Siamo sinceramente felici di vedervi andare via», aveva scritto il produttore.
SZA, invece, si era arrabbiata dopo aver scoperto che 238 delle sue canzoni, alcune persino inedite, erano state usate per addestrare un software. «Se sei un musicista e sostieni questa schifezza degenerata, sei disgustoso», aveva scritto. E ancora prima Damon Albarn, Kate Bush e Annie Lennox si erano uniti a oltre mille artisti per pubblicare Is This What We Want?, un disco fatto di puro silenzio per protestare contro le regole britanniche su copyright e intelligenza artificiale.
Le prese di posizione arrivano mentre il peso dell’AI sul mercato diventa sempre più difficile da ignorare. Deezer ha reso noto che i brani generati dall’intelligenza artificiale hanno ormai superato la metà di quelli caricati ogni giorno sulla piattaforma, il primo sorpasso sulla musica fatta dalle persone, e ha messo a punto uno strumento per riconoscerli. Le piattaforme streaming, infatti, stanno provando a correre ai ripari, tra TIDAL che non riconosce diritti alle canzoni interamente artificiali e Spotify che ha rimosso 75 milioni di tracce per arginare spam e imitazioni. Pochi giorni fa il generatore Suno ha perso una causa per copyright contro l’agenzia tedesca GEMA e dovrà risarcire i danni.
In tutto questo Bangalter si muove nella direzione opposta. A giugno ha pubblicato Mirage, un disco scritto per un balletto, ennesimo passo del suo spostamento verso la composizione orchestrale, il più lontano possibile da un prompt.









