Glen Hansard ha incarnato il vero spirito dell’Irlanda | Rolling Stone Italia
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Glen Hansard ha incarnato il vero spirito dell’Irlanda

Un racconto di come Dublino ha pianto il proprio beniamino dal giorno della scomparsa fino al suo funerale

Glen Hansard ha incarnato il vero spirito dell’Irlanda

Glen Hansard

Foto: Stephan Vanfleteren

«Glen si descriveva come un trovatore che passa una vita marciando tra i paesi e i villaggi del mondo. Era molto conosciuto sui grandi palchi, ma per noi che gli eravamo vicini era un ordinario, gentile, generoso uomo di Ballymun, un vero dublinese». «A true Dub», queste le parole con cui l’amico Breandáin Ó Beaglaoich ha aperto il primo elogio funebre per Glen Hansard, martedì scorso.

Non è semplice raccontare cosa sono stati questi ultimi giorni qui a Dublino. L’arco temporale che va dalla tragica notizia del suo incidente mortale alla dipartita del feretro dalla cattedrale di San Patrizio, copre sei giorni e una enorme, costante dimostrazione di affetto da parte degli irlandesi.

È la mattina di mercoledì 29 Luglio, il giorno della sua scomparsa. La notizia è ovunque, si sparge di pari passo a un senso collettivo di incredulità e stordimento. Poi RTÉ Radio – e a seguire altre stazioni – apre i microfoni alle telefonate, e gli aneddoti condivisi nella commozione da artisti e persone comuni vanno avanti per ore. La condivisione, lo stringersi insieme sono la prima reazione. In questo spazio temporale in cui è ancora presto per gli articoli dei giornali e gli speciali in televisione, sono le voci alla radio a tenere insieme una nazione. Tante le storie, i piccoli momenti speciali disseminati nella comunità da Hansard come musicista, come attivista, come mentore di artisti più giovani, come Ballymúner, come amico. «Ha speso una vita cercando di azzerare la distanza tra artista e pubblico», scriverà più tardi l’Irish Independent, e questi ricordi sono la conferma di quella vicinanza.

Si va avanti, il sindaco di Dublino apre il libro delle condoglianze nella sua residenza ufficiale in Dawson Street. Altre testimonianze, altri ricordi vengono raccolti dai giornalisti tra i tanti che sono in fila per entrare. Poi in serata il primo grande tributo, con centinaia di persone radunate in strada vicino alla statua di un altro gigante, Luke Kelly, a cantare Falling Slowly con i buskers di Dublino. Impossibile quantificare quante volte negli ultimi giorni sia stata suonata per le strade della città questa canzone. Questa, Revelate, Star Star** e, soprattutto, The Auld Triangle, il classico irlandese con cui Hansard spesso concludeva i concerti e che ha concluso il suo funerale.

La camera ardente viene allestita nella Cappella Barocca dell’IMMA, il Museo Irlandese di Arte Moderna, il giorno prima delle esequie. Viene aperta solo per cinque ore, dalle 11:00 alle 16:00, eppure più di undicimila persone riescono ad arrivare e rendere omaggio alla salma. All’interno, la bara di vimini, chiusa, la bandiera irlandese stesa sopra, un addobbo di rami, e due delle sue chitarre appoggiate accanto. Fuori, persone in fila o ferme a riposarsi al sole, sulle panchine del cortile dell’IMMA. Qualcuno intona una canzone, nessuno ha voglia di andare già via, e ancora una volta, la commozione dei presenti si accompagna alle storie condivise, che sono tante e personali.

Qui a Dublino, Glen Hansard è stato tante cose, e prima di tutto è stato il cantante dei Frames. Per comprendere il legame profondo che resta tra la sua figura e chi oggi ne piange la perdita bisogna capire cosa i Frames sono stati per l’Irlanda: un gruppo che ha catalizzato il fermento musicale irlandese tra gli anni ‘90 e gli inizi dei 2000, diventando il punto di riferimento di un’intera generazione e dell’ampia scena musicale che l’ha accompagnata. Un gruppo di ragazzi che dalla strada, con pochi soldi e tanto cuore, arrivarono a diventare la band più amata del Paese, a suon di canzoni e concerti strepitosi. Molti di coloro che oggi sono qui a rendere omaggio a Glen Hansard sono i ragazzi di quegli anni, gli adolescenti di allora cresciuti nei concerti dei Frames al Whelans, che hanno condiviso il palco con loro o che in un modo o nell’altro hanno partecipato alla scrittura di quella storia, perché allora come adesso, le cose si vivevano insieme.

Su RTÉ Radio, l’amica di lunga data e attrice con lui nei Commitments, Maria Kennedy Doyle, aveva ricordato quegli anni così: «Glen, i Frames e la loro manager Claire erano in prima linea nell’aiutare gli altri. Facevano sempre spazio agli altri in qualsiasi modo: parlando della loro musica, offrendogli di aprire concerti, aiutandoli ad ottenere il visto quando dovevano andare a suonare in America, offrendogli un posto letto sul loro tour bus. Non era una cosa molto comune prima di loro, ognuno cercava di farcela per se stesso e non con uno spirito di gruppo. Quella è la cosa che ho amato di più».

Il grande pubblico internazionale ha scoperto Glen Hansard nel 2007 con il film musical Once e il suo oscar, ma quando il film uscì, Hansard aveva già alle spalle diciassette anni di storia con i Frames. Questo significa che oggi il pubblico irlandese ha un’eccedenza di ricordi, di aneddoti, di pezzi di vita che si incrociano con la vita di Glen e della sua band, e conserva questo prezioso bagaglio quasi in via esclusiva, perché, pur essendo stati la più grande rock band indipendente d’Irlanda, i Frames non erano riusciti ad affermarsi e farsi conoscere allo stesso modo in altri territori. La magnitudine del vuoto che Glen Hansard lascia in Irlanda e particolarmente in questa città, si comprende solo se si parte da quello che con la sua band aveva iniziato a seminare trent’anni fa e da quanto Dublino gli abbia restituito. Gli Swell Season, Once e lo straordinario viaggio artistico che ne era conseguito, avevano semplicemente aggiunto un moltiplicatore all’affetto, al rispetto, all’orgoglio che qui già c’erano.

Passati gli anni d’oro dei Frames, Hansard aveva continuato ad essere una figura di riferimento nella comunità locale, e quando l’enorme successo globale l’aveva investito, in modo umile e concreto aveva fatto ciò che poteva per usare la sua notorietà come cassa di risonanza per cause importanti. Prima su tutte, la difesa dei senzatetto di Dublino, al fianco dell’organizzazione Dublin Simon Community. Per loro erano quelle serate di busking pre-natalizio che organizzava ogni anno radunando i suoi amici musicisti, portando in Grafton Street artisti come Bono, Sinéad O’Connor, Shane MacGowan e le telecamere di mezzo mondo.

In quindici anni, il Big Busk di Natale aveva raccolto più di due milioni di euro. «Mille e duecento persone dormiranno nelle nostre strutture stanotte, anche grazie a quello che Glen ha fatto», ha detto un portavoce della Simon Community mercoledì scorso, ricordandolo. «Usiamo il linguaggio che conosciamo, ovvero le nostre voci e le nostre canzoni», aveva detto Hansard parlando di quell’iniziativa. «E ha a che fare con il sollevare il morale, ha a che fare con il meitheal, ha a che fare con l’Irlanda, e ha a che fare con lo spirito del nostro io artistico che si eleva e ispira gli altri» Il meitheal, questo concetto splendidamente irlandese dell’unire le forze per aiutarsi l’un l’altro, Glen l’ha incarnato più volte. Non ultima, quella in cui nel 2016 si unì al gruppo di attivisti e senzatetto che aveva occupato l’Apollo House, un edificio pubblico dismesso, per trasformarlo in un temporaneo centro di accoglienza per gli homeless di Dublino.

Tanti gesti, a volte piccoli a volte enormi, che non verranno dimenticati, così come il suo credere profondamente nella forza dello stare insieme, con una chitarra bucata e un cuore enorme.

E arriviamo al giorno del funerale, la chiusura nella cattedrale di Dublino.
Migliaia con gli occhi lucidi fissi sugli schermi giganti del parco antistante la chiesa, tanti sintonizzati sulla diretta televisiva di RTÉ 1, quarantamila sul live stream di YouTube. La bara arriva portata in spalla dai fratelli e da amici che come fratelli erano. Su tutti, il violinista e co-fondatore dei Frames, Colm Mac Con Iomaire. Sul feretro vengono lasciate due foto: una di Glen e sua madre Catherine risalente ai primissimi anni ‘90, e una più recente con la moglie Maire e il figlio Christy. Tutto ciò che conta è lì: le sue radici, un futuro che dovrà andare avanti senza di lui, e una chiesa piena dei parenti e dei tantissimi amici che hanno popolato la sua vita. Gran parte del mille e trecento posti a sedere della cattedrale sono riservati per loro.

È una funzione composta, che procede con delicatezza tra poesie, parole commosse e musica.

Glen Hansard funeral concludes with a rousing rendition of Bob Dylan's 'Forever Young' | RTÉ News

Gli elogi dei fratelli Richard e Gary lasciano il posto a quello della moglie, la poetessa finlandese Maire Saaritsa, che apre facendo uno ad uno i nomi dei paramedici che soccorsero Glen sul luogo dell’incidente, ringraziandoli. Membri dei Frames accompagnano Lisa O’Neill e Damien Dempsey nei loro tributi. Bono fa ascoltare un messaggio vocale inviatogli da Patti Smith, in cui lei canta, quasi sussurra, una ninna nanna scritta per Hansard alla notizia della sua morte. Poi legge un adattamento del testo di Beautiful Day, che per l’occasione diventa una sorta di lettera affettuosa rivolta a Glen. Più avanti, è la volta anche di Eddie Vedder dei Pearl Jam, che negli ultimi sedici anni con Hansard aveva intessuto un’amicizia profonda e speciale. Nella commozione, canta Song of Good Hope, assieme all’altra metà degli Swell Season, Markéta Irglová.

Gli artisti presenti alla celebrazione sono tantissimi. Certi nomi sono ben più noti di altri, ma questo lutto sembra possedere una sincerità tale che mette tutti sullo stesso piano. Oggi, Eddie Vedder è semplicemente un uomo che piange la morte del suo amico, al pari della miriade di musicisti di Dublino che Hansard ha sostenuto, del quartiere di Ballymun, e delle persone che lo hanno amato, in qualsiasi angolo del mondo siano.

Una lunghissima versione della Forever Young di Bob Dylan chiude la cerimonia funebre, intonata dall’amico di una vita Liam Ó Maonlaí e cantata in coro da tutti mentre la bara attraversa la navata centrale di San Patrizio. Poi, l’inevitabile The Auld Triangle. Le telecamere si spengono, il feretro lascia la folla commossa che lo applaude in strada, e una carrozza lo porta al crematorio di Mount Jerome in Harold’s Cross per l’addio privato della famiglia e gli amici. Più tardi, in pieno spirito irlandese, si ritroveranno a suonare e cantare per ore nel locale che era stato come una seconda casa per i Frames, il Vicar Street.

In quest’ultima settimana, una quantità immensa di tributi a Glen Hansard è piovuta da tutto il mondo, arrivando anche da artisti leggendari come Bruce Springsteen. E quello che traspare dalle parole spese, è quanto questo musicista di strada partito dalla periferia povera di Dublino e arrivato nell’orbita delle star americane, sia riuscito a mostrarsi in modo autentico a tutti, a qualsiasi livello. «Era chi credevi che fosse». ha scritto Bono: «Per me, sarà sempre ovunque vedrò una monetina girare in una custodia di chitarra aperta».

Nel 2011, mentre lo intervistavo nel backstage del PJ20 gli chiesi della scelta di suonare quel set da solo, chitarra e voce, e mi disse: «Io ho iniziato come un busker e ho bisogno di sapere che sono in grado di stare su qualsiasi palco del mondo come quel busker». Questo era, Glen Hansard. Il modo trasversale e accorato in cui il mondo ha risposto alla sua scomparsa, è indicativo del modo in cui nel mondo ha speso la sua vita. E tra le migliaia di tributi, le parole di Jay Boland dei Kodaline sono forse quelle che lo racchiudono meglio: “It was never for the money, it was never for the fame. It was because he loved it” (non è mai stato per i soldi, non è mai stato per il successo, ma perché amava farlo, ndt).