Cosa mi ha insegnato Francesco Guccini oltre alle canzoni | Rolling Stone Italia
Il Maestrone

Cosa mi ha insegnato Francesco Guccini oltre alle canzoni

Negli ultimi anni, anche nelle interviste a Rolling Stone, ha continuato a raccontare il mondo. Non più con nuove canzoni, ma con idee, ricordi, riflessioni e prese di posizione: la naturale prosecuzione della sua musica

Cosa mi ha insegnato Francesco Guccini oltre alle canzoni

Francesco Guccini

Foto: Mattia Zoppellaro

Quando Francesco Guccini annunciò che non avrebbe più scritto canzoni, in molti pensarono che il suo racconto del mondo fosse finito lì. Ripensando oggi alle interviste che ho avuto la fortuna di realizzare con lui tra il 2022 e il 2024 per Rolling Stone, credo invece che sia accaduto l’esatto contrario. Perché il Maestrone non ha mai smesso di fare quello che aveva fatto per una vita. Ha semplicemente sostituito le canzoni con le conversazioni pubbliche. 

Ogni incontro nasceva da un’occasione diversa: un libro, una raccolta di brani popolari, una riflessione sulla musica, un confronto sull’attualità, anche politica. Ma dopo pochi minuti l’intervista sfumava e si finiva come al solito, nonostante qualche brontolìo iniziale, a parlare della vita. E ogni volta, quando le rileggevo, avevo la sensazione di aver assistito a una piccola lezione.

Foto: Mattia Zoppellaro

La prima riguardava la musica. Non la difendeva per nostalgia, ma perché continuava a considerarla uno strumento per capire il presente: «Oggi hanno dimenticato le canzoni per strada», disse durante l’ultima chiacchierata del 2024. Poi aggiunse quella che, riletta oggi, sembra una consegna a chi continuerà a scriverle: «Mancano le canzoni che dicano delle cose importanti alla gente, o almeno che ci provino». Non stava criticando lo stile, gli ricordava che però bisogna avere il coraggio di dire qualcosa.

Qualche anno prima, parlando del rapporto tra musica e letteratura, aveva pronunciato una frase che più di altre continua a risuonarmi in testa: «L’importante è inventarsi delle vite». Era il suo modo di spiegare che scrivere un romanzo, una canzone o parlare a una platea significava portare avanti lo stesso mestiere: «Certi testi confinano con la poesia, e se non sono poesie ci somigliano molto». E infatti non si è mai definito solo un cantautore: «Sono sempre stato un gran raccontatore di storie».

Anche quando parlava di politica, in realtà parlava soprattutto di persone. Non gli interessavano gli slogan, ma la responsabilità di scegliere da che parte stare: «Sono stato anarchico e simpatizzante di quel mondo», ammise, respingendo ancora una volta l’etichetta del “cantautore comunista”. E con la schiettezza che lo ha sempre contraddistinto, aggiunse: «Di solito quando qualcuno dice “destra e sinistra sono uguali”, alla fine si rivela essere uno di destra». Più che una provocazione era onestà intellettuale. 

Forse, però, la lezione più importante era quella sui perdenti. Presentando Canzoni da intorto, mi raccontò un ricordo delle scuole medie che sembrava una parentesi come tante. In realtà era una delle chiavi per comprendere meglio tutta la sua opera: «In seconda media abbiamo studiato l’Iliade e la classe si è divisa in due parti: chi stava con i troiani e chi con i greci. Io tifavo per i troiani e tifo ancora per loro». Poi era esploso in una fragorosa risata: «E queste sono tutte canzoni dei perdenti».

Dentro quell’aneddoto c’erano già le opere a venire: l’anarchico della Locomotiva, i deportati di Auschwitz, gli amici perduti di Canzone per un’amica, il protagonista disilluso di Eskimo e il ribelle di Cyrano. Ma anche in questo caso non celebrava in modo nichilista la sconfitta, ma la dignità di chi continua a combattere sapendo di poter perdere.

Foto: Mondadori via Getty Images

Lo stesso spirito attraversava il suo racconto delle osterie, dei veri e propri templi di creatività e libertà. Non erano semplicemente luoghi dove bere un bicchiere di vino, ma spazi di incontro, discussione, cultura popolare e anche nei quali si sviluppava un senso critico: «Queste canzoni le cantavo tra amici al bar tra un bicchier di vino e una partita a carte», ricordava. E poi aggiungeva un dettaglio che oggi parla ancora alla nostra società: «Noi con le chitarre portavamo un po’ di allegria. Per noi, che non eravamo fighetti, erano i posti ideali». Praticamente comunità costruite attorno alle persone, non agli algoritmi come sui social.

Di algoritmi, in effetti, sembrava interessargli ben poco. Presentando Canzoni da osteria liquidò le piattaforme con una delle sue battute più fulminanti: «Ignoro cosa sia uno streaming». Non era snobismo, sembrava più la serenità di chi sapeva che il valore della musica non si misura con views o engagement. Eppure non aveva mai smesso di osservare il presente. Quando gli chiesi delle guerre di oggi, mi rispose: «Forse se scrivessi ancora canzoni qualcosa sarebbe uscito». E sulle manifestazioni dei ragazzi di oggi: «Mi sento vicino agli studenti che manifesteranno». Insomma, anche senza nuove canzoni continuava a prendere posizione.

Tra tutte le dichiarazioni, però, quella che oggi mi commuove di più non riguarda né la musica né la politica. Riguarda i libri: «Non riuscire a leggere è una mancanza gravissima per me», mi confidò quando i problemi alla vista gli avevano ormai impedito di farlo. Per uno che aveva costruito tutta la propria esistenza sulle parole, lette e scritte, era probabilmente la presa di coscienza più dolorosa. Ma continuava a leggere facendosi leggere da altri, continuava a scrivere, ma soprattutto a ragionare. 

Ora, ripensando a quelle conversazioni, mi accorgo che Guccini non mi ha mai parlato davvero del passato. Anche quando raccontava le osterie, i troiani, gli anarchici o le canzoni popolari, stava sempre parlando al presente. Forse è questo che ci ha insegnato oltre alle sue canzoni: che la cultura non serve solo a conservare la storia, ma a capire il tempo in cui viviamo; che un episodio vissuto è più utile di uno slogan; che bisogna avere il coraggio di stare dalla parte dei perdenti quando tutti scelgono i vincitori. E che una canzone, un libro o una conversazione possono ancora cambiare lo sguardo con cui vediamo il mondo.

Ecco perché, in fondo, Francesco Guccini non aveva mai smesso di scrivere canzoni. Negli ultimi anni aveva solamente trovato un altro modo per farlo. E quelle chiacchierate, oggi, “suonano” come le ultime preziose lezioni di un maestro.