Peter Hammill: «L’unica vera domanda è se una musica sia onesta oppure no» | Rolling Stone Italia
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Peter Hammill: «L’unica vera domanda è se una musica sia onesta oppure no»

La sua filosofia («quando senti di dover far qualcosa, la fai»), i suoi assurdi aneddoti italian, il tour con i Van der Graaf Generator, il nuovo 'Tears In Time'. A tu per tu con l'uomo che ha forgiato il prog. L'intervista

Peter Hammill: «L’unica vera domanda è se una musica sia onesta oppure no»

Peter Hammill

Foto: Antonio de Sarno

Lo si può vedere nel Prog Proms dello scorso 18 luglio, celebrazione orchestrale del prog trasmessa in diretta dalla BBC. Alto, smilzo, elegante, romantico e inquieto. Con un amplificatore per chitarra cacciato in gola, ancora oggi capace di passare dal sussurro alle tonalità più potenti, quasi urla primordiali dell’anima. Peter Hammill, 77 anni portati splendidamente, ha calcato il palco della Royal Albert Hall per un’interpretazione della Refugees dei suoi Van Der Graaf Generator che ha commosso nel profondo tutti gli astanti. Racconta il musicista: «Stuart Maconie (dj e presentatore inglese, ndr) mi ha chiesto se fossi disposto a cantare Refugees. Una proposta del genere è difficile da rifiutare. Inoltre il brano era già stato concepito con un’impronta orchestrale, quindi sembrava fatto apposta per quella serata».

Una consacrazione? «Nemmeno per idea. L’ho affrontata con lo stesso spirito con cui affronto qualsiasi altra esibizione. Più che altro è stato emozionante tornare sul palco della Royal Albert Hall. L’ultima volta era il 1969, quando i Van der Graaf aprivano i concerti di Jimi Hendrix. È inevitabile che certi ricordi riaffiorino».

Ma non di soli ricordi vive la carriera dell’instancabile Peter che sta per dare alle stampe il nuovo album, Tears In Time, disponibile dal 25 settembre su etichetta Esoteric Antenna. Ovvero di come una compilation di materiale non sviluppato a sufficienza nel corso del tempo, riesca finalmente a prendere vita e a trovare posto in un disco perfettamente omogeneo nella sua eterogeneità.

Racconta: «Quando fai dischi da così tanto tempo è normale ritrovarsi con idee rimaste incompiute. Finisci un album e alcuni frammenti restano nel cassetto. Ogni tanto li riprendi in mano e scopri che finalmente hanno trovato la loro forma. Alcuni dei brani di questo disco affondano addirittura le radici negli anni Ottanta. Sono molto diversi fra loro, ma proprio questa varietà gli dà coerenza».

Come spesso è accaduto nei suoi quasi 50 album solisti realizzati dal 1971 a oggi, Hammill concepisce la sua musica come un fatto privato. Le composizioni, gli arrangiamenti e le esecuzioni sono tutte a suo carico. Questa volta tranne in un caso: la presenza di Saro Cosentino (che vanta, tra le molte esperienze, un lungo sodalizio con Franco Battiato) in The Wheels. Hammill e Cosentino collaborano da molti anni e ogni tanto l’italiano propone delle idee musicali all’inglese. Proprio su una di queste idee Peter ha trovato una linea vocale e poi aggiunto il testo, con alcune percussioni e parte degli archi presenti nella demo originale.

A livello di testi Tears In Time è quanto mai sfaccettato. Heavy Weather affronta il tema della guerra in Ucraina: «Credo però che il brano abbia assunto un significato molto più ampio: può parlare tanto delle difficoltà di una persona quanto di quelle di un intero Paese». Ci sono poi momenti ad alto tasso emozionale, come And When He Ran, dedicata a Bentley, il cane del musicista, morto pochi anni fa: «Quando un animale non c’è più it sembra di vederlo ancora. Cammini negli stessi luoghi e, per un attimo, è lì che corre davanti a te». Quando poi Peter ricorda il suo retroterra prog è capace di brani come Angle of the Curve, che si muove agilmente tra parti acustiche ed elettroniche. In Red Flag riaffiora invece il suo lato più viscerale, rock, punk a tratti: «Nonostante i miei quasi settantotto anni continuo a divertirmi a maltrattare una chitarra e a tirare fuori un buon riff. Amo il modo di suonare la chitarra di Neil Young. La mia canzone Lost and Found nasce praticamente da un riff di Neil Young. Credo derivi dalla progressione armonica di Cortez the Killer, brano tratto da Zuma. Ma in generale sono interessato a molti stili musicali. Come il reggae, ad esempio. Sono un grande estimatore di Bob Marley che ho avuto la fortuna di vedere dal vivo, all’Hammersmith».

Peter Hammill, Refugees. BBC Proms 2026, Sat 18 Jul 2026. #peterhammill #vandergraafgenerator

Questo sorprenderà parecchi tuoi fan.
Forse sì. Ma, a dire il vero, non ho mai ascoltato molto progressive rock. Credo sia una cosa abbastanza comune tra i musicisti: tendi a non ascoltare chi fa qualcosa di molto simile a quello che fai tu. Cerchi piuttosto musica che appartenga ad altri mondi. Per me conta soprattutto lo spirito della musica. C’è una frase – non ricordo più di chi sia – che dice che esistono solo due tipi di musica: quella buona e quella cattiva. Io la tradurrei così: l’unica vera domanda è se una musica sia onesta oppure no. E molta musica reggae è profondamente onesta. Lo stesso vale per il dub, che trovo interessantissimo.

Se si parla di reggae è inevitabile fare un balzo indietro a uno degli episodi più curiosi della tua carriera: quando hai aperto i concerti di Peter Tosh in Italia. Dev’essere stata un’esperienza memorabile, nel bene e nel male.
In realtà fu una mia scelta. Stavo pranzando con Gordian Troeller, un mio vecchio amico dell’università che per molti anni era stato manager dei Van der Graaf Generator. A un certo punto mi disse: «Sto curando il tour italiano di Peter Tosh, ma non abbiamo un gruppo di supporto». Io risposi: «Lo faccio io». E così andò.

Coraggiosissimo!
Era anche il mio primo ritorno in Italia dopo i Van der Graaf. Mi sembrava il modo migliore per tornare e, in qualche modo, ripresentarmi al pubblico italiano. Con me c’era Richard MacPhail, mio grande amico e storico collaboratore dei Genesis. Durante il viaggio decise finalmente di fare una cosa che rimandava da anni: radersi completamente la testa. Così siamo arrivati a Milano io e questo gigante vestito di bianco, completamente calvo. Sembravamo due personaggi usciti da un film.

Come è andato il concerto?
I fan di Peter Tosh non sapevano davvero cosa pensare di me. A un certo punto hanno deciso che dovevo essere una specie di Neil Diamond. Ancora oggi non so come siano arrivati a quella conclusione.
Comunque, era stata una mia decisione. Quando qualcuno mi chiede di suonare, se accetto, allora salgo sul palco e suono. Punto. La difficoltà era che ero stato aggiunto al tour troppo tardi perché il mio nome comparisse sui manifesti. Nessuno sapeva che ci sarei stato. Così ogni sera salivo sul palco davanti a migliaia di persone completamente impreparate. Avevo a disposizione venti o trenta minuti e, per i primi dieci, vivevo quella che definirei la classica esperienza italiana. Suonavamo negli stadi ed era quasi come assistere a una partita di calcio: metà del pubblico gridava di farmi scendere dal palco, mentre l’altra metà, appena capiva chi fossi, cercava di zittire gli altri. Era un continuo botta e risposta. C’era una certa aggressività nei miei confronti, ma sentivo che fosse una mia responsabilità affrontare quella situazione. C’è una frase nell’ultimo album dei Van der Graaf Generator che dice: “If I’m here, I must have said yes.” Se sono qui, significa che ho detto sì. Nessuno mi ha costretto. E quella situazione era l’esempio perfetto di quella filosofia. È stata dura, certo. Ma non cambierei quell’esperienza con nessun’altra. E poi ci furono episodi davvero incredibili.

Tipo?
Ricordo la sezione ritmica di Sly & Robbie: durante uno dei concerti ci furono lanci di lacrimogeni. Il resto della band lasciò il palco, ma loro continuarono a suonare. Avevano capito che interrompere il concerto avrebbe soltanto peggiorato la situazione.

Foto: Antonio de Sarno

Ti è mai capitato, durante i tuoi viaggi nel nostro Paese, di sentirti davvero in pericolo? Di avere paura per la tua incolumità?
Una volta, a Torino, ci sono andato piuttosto vicino. Dopo un concerto ero appoggiato al bancone di un bar quando si avvicina un gruppo di persone. Uno di loro mi tende la mano per salutarmi. Senza pensarci, gliela stringo con la mano sinistra. Immediatamente sento che nella stanza + cambiato qualcosa. Si + fatto silenzio. Il violinista Stuart Gordon, con cui ero in tour, mi sussurra: «Scendi di sotto. Adesso». L’uomo a cui avevo appena stretto la mano a quanto pare era un personaggio piuttosto pericoloso. Era armato e aveva interpretato il gesto come una grave mancanza di rispetto, perché gli avevo stretto la mano destra usando la mia sinistra. Quello è stato probabilmente il momento in cui mi sono sentito più vicino a un pericolo serio. Naturalmente ci sono stati altri episodi complicati, ma niente di veramente drammatico. Non pretendo certo di comprendere fino in fondo l’Italia, però conoscere la lingua mi ha sempre aiutato. Ogni volta che sono lì mi sento mezzo italiano. Stuart Gordon scherzava spesso su questo. Diceva che bastava superare il confine perché cambiassi completamente atteggiamento: la giacca finiva sulla spalla e cominciavo immediatamente a gesticolare. In effetti mia moglie e la mia famiglia mi prendono sempre in giro dicendo che, appena inizio a parlare italiano, anche le mani cominciano a parlare.

D’altra parte hai anche una laurea italiana.
Sì, è vero. È appesa proprio qui, nel mio studio.

Che effetto ti ha fatto riceverla?
L’ho sempre vissuta come un segno di stima, più che come un vero riconoscimento accademico. Tra l’altro io stesso avevo abbandonato il mio percorso universitario dopo appena un anno, quindi la cosa ha una certa ironico. La parte più surreale, però, è stata un’altra. Una docente del Conservatorio di Piacenza ha protestato così vivacemente contro il conferimento della laurea honoris causa da incatenarsi ai cancelli dell’istituto.

Davvero?
Sì. In fondo mi ha fatto quasi piacere. Se non altro, ho suscitato una reazione.

Il tuo rapporto con l’Italia emerge spesso, viene in mente Primo on the Parapet. Naturalmente il riferimento principale è Primo Levi e, più in generale, la memoria della Shoah.
Quella canzone è soprattutto un invito a non dimenticare. Questo è il suo vero significato.

Stavi leggendo Primo Levi in quel periodo?
Sì, avevo letto diversi suoi libri. Però, sinceramente, non saprei dire in quale momento sia nata l’idea della canzone. In realtà non so quasi mai spiegare da dove arrivino i miei brani. E nemmeno mi piace dire: “Questa canzone parla di questo”. Non è così che funziona il mio modo di scrivere.

In questo caso viene spontaneo chiedersi: arriva prima il testo o la musica?
Quasi sempre arriva prima la musica. Poi devo capire di cosa voglia parlare. A volte le parole seguono il carattere della musica, altre volte vanno deliberatamente in contrasto. Ma il processo è sempre quello: la musica arriva e io devo scoprire quale sia il suo significato.

Durante uno degli ultimi tour dei Van der Graaf Generator avete riportato in repertorio Flight. Perché proprio quella canzone appartenente al tuo repertorio solista?
Perché avevamo deciso di suonare A Plague of Lighthouse Keepers. Una volta presa quella decisione, credo sia stato io a dire: se affrontiamo quella, potremmo provare anche Flight. Tra tutti i miei brani solisti è probabilmente quello che ha più affinità con il linguaggio dei Van der Graaf Generator. Guy Evans lo conosceva già, perché lo avevamo suonato ai tempi del K Group. Hugh Banton, invece, aveva accettato con una certa apprensione. E aveva le sue ragioni: credo che Flight sia persino più difficile da suonare di A Plague of Lighthouse Keepers.

Ha molte più sezioni.
Esatto. E ci sono moltissimi punti in cui ognuno dei tre musicisti sembra prendere una strada diversa, con la speranza di ritrovarsi tutti nello stesso punto qualche battuta più avanti. È una delle caratteristiche tipiche dei Van der Graaf Generator. È come dirsi: “Ci rivediamo tra ventitré battute… speriamo”. Tornando alla domanda iniziale alla fine abbiamo pensato che eseguire due suite nella stessa serata desse un equilibrio particolare al concerto. Per noi era una situazione insolita: quasi un’ora dello spettacolo rimaneva identica sera dopo sera, cosa che normalmente non facciamo mai. In un certo senso era come presentare due grandi composizioni, quasi un programma da concerto classico.

Su YouTube c’è una versione di Flight recitata. È straordinaria.
L’ho fatto in diversi festival poetici. Una volta, alla fine di un tour dei Van der Graaf, sono andato a Ginevra per un festival del genere. Poi è successo di nuovo a Amsterdam, dove mi sono ritrovato in ascensore con William Burroughs.

Peter Hammill - Flight - Poetry Reading

Davvero?
Sì. Mi è capitato una volta di condividere un ascensore con Burroughs e un’altra di dividere il camerino con due Premi Nobel per la Letteratura: Seamus Heaney e Joseph Brodsky. La cosa più divertente è che Seamus Heaney riuscì, in qualche modo, a trovare una pinta di Guinness perfino lì.

Anni fa Marc Almond ha inciso due tue canzoni. Come è nata quella collaborazione?
Marc ha inciso Vision e poi Just Good Friends, soprattutto perché era attratto dall’aspetto più teatrale e romantico dei miei brani. Fin dall’inizio della sua carriera gli è sempre piaciuto reinterpretare materiale altrui. Tra l’altro avrei dovuto coinvolgerlo nella mia opera The Fall of the House of Usher, che era uscita per Some Bizzare, la sua etichetta. Però non l’ho fatto e lui ci è rimasto piuttosto male. Alla fine quella parte l’ha interpretata Andy Bell, ma Marc avrebbe voluto esserci. Ripensandoci, credo che la ragione sia stata molto semplice: avevo la sensazione che sarebbe stato quasi approfittare della nostra amicizia.

A proposito di Just Good Friends, sembra una normale canzone d’amore ma in realtà parla dell’industria musicale.
È vero. L’ho scritta subito dopo aver riattaccato il telefono con la mia manager, Gail, che mi aveva detto: «Non puoi permetterti un altro tour con il K Group». La mia prima reazione era stata: «Se non posso permettermi un altro tour, forse non posso più permettermi nemmeno di fare il musicista». Allo stesso tempo, però, essere un musicista è di per sé una storia d’amore. Il rapporto con la musica è una relazione sentimentale. Cerchi continuamente di restarle fedele, sperando che lei resti fedele a te. Così una canzone può parlare contemporaneamente di una relazione fra due persone e del rapporto con la musica. Può significare entrambe le cose nello stesso momento.

Foto: Antonio de Sarno

Si dice che David Bowie fosse ossessionato dal tuo The Silent Corner and the Empty Stage.
Solo in un secondo momento ho scoperto che voleva delle ristampe degli ultimi album dei Van der Graaf Generator. Questo, naturalmente, mi ha fatto molto piacere. In fondo eravamo partiti quasi insieme. Eravamo entrambi sotto contratto con la Mercury, grazie a Lou Reizner, e nessuno dei due aveva ricevuto un grande sostegno dalla casa discografica. Le cose, poi, hanno preso strade molto diverse.

Che effetto fa sapere di aver influenzato il punk e il post-punk? È qualcosa di piuttosto singolare per un musicista proveniente dal progressive.
Se c’è un filo conduttore, credo che sia l’atteggiamento. L’idea di dire: questa è la musica che devo fare, e la farò esattamente come ritengo giusto. Fin dagli inizi, sia con i Van der Graaf Generator sia come solista, ho sempre cercato di seguire un percorso indipendente. Non soltanto dal punto di vista artistico, ma anche nelle scelte professionali. Molti degli artisti che mi hanno citato come influenza hanno preso quello spirito d’indipendenza e sono riusciti a portarlo davanti a un pubblico enorme. E credo che sia una cosa meravigliosa. Se dovessi lasciare un’eredità, mi piacerebbe che fosse proprio questa: aver dimostrato che, quando senti di dover fare qualcosa, la fai. E basta.