L’importanza del clubbing nei festival estivi | Rolling Stone Italia
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L’importanza del clubbing nei festival estivi

Ne è esempio il Flow Festival di Helsinki che da anni dà spazio alle sottoculture della musica da ballo oltre gli headliner in cartellone

L’importanza del clubbing nei festival estivi

Il palco X-Garden al Flow Festival

Foto: Konstantin Kondrukhov

Tra le tante cose che distinguono un buon festival da uno che lascia davvero un segno c’è anche ciò che succede lontano dagli headliner. Non solo i grandi concerti o il cartellone da poster, ma quegli spazi che permettono all’esperienza di allargarsi, di cambiare ritmo e prospettiva. Perché un festival non è soltanto una sequenza di live: è un luogo temporaneo in cui convivono linguaggi diversi, pubblici diversi e modi diversi di vivere la musica. E in questo equilibrio la cultura del clubbing continua a essere uno degli elementi più preziosi, ma anche uno dei meno scontati.

È anche da questi dettagli che si riconoscono i festival migliori. Quelli che non costruiscono il proprio valore soltanto attorno agli headliner o alla forza dei nomi in cartellone, ma immaginano il pubblico come qualcosa di più di una platea immobile. Un pubblico che può muoversi, cambiare ritmo, uscire dalla comfort zone e scoprire linguaggi che forse non avrebbe mai cercato da solo. In questo senso, dedicare uno spazio importante alla cultura del clubbing non significa semplicemente aggiungere un palco elettronico.

Il club, del resto, è sempre stato un luogo di scoperta. Di suoni, di corpi, di identità, di comunità. Portarne lo spirito dentro un festival significa creare uno spazio in cui la musica continua a vivere – perché la differenza principale è anche che in questi palchi la musica non smette mai di suonare, non esiste cambio palco, silenzio, attesa – anche quando non c’è una band sul palco principale. Uno spazio fisico, prima ancora che musicale, dove fermarsi per cinque minuti o restare fino alla fine, dove chi arriva per vedere una popstar può ritrovarsi davanti a un set techno, a una selezione house, alla garage made in UK, al dubstep, alla disco o a suoni provenienti da scene geograficamente e culturalmente lontanissime. È uno dei modi più efficaci con cui un festival continua a educare il proprio pubblico in maniera quasi subdola.

Da questo punto di vista il Flow Festival di Helsinki (che quest’anno si tiene nella capitale finlandese dal 14 al 16 agosto) resta uno degli esempi più convincenti in Europa. La line-up continua a essere volutamente ampia e trasversale, capace di tenere insieme pop, indie, rap, rock, sperimentazione ed elettronica (quest’anno gli headliner saranno Florence + The Machine, Nick Cave & The Bad Seeds e Zara Larrson, ma è proprio nella cura dedicata al clubbing che emerge la sua identità. La musica da ballo non occupa gli spazi lasciati liberi tra i concerti: è uno dei pilastri dell’intero weekend.

Il Front Yard rappresenta il cuore più energico della programmazione, tra techno, rave, UK garage e bass music, ospitando artisti come Honey Dijon, Kettama, Ben Klock b2b Fadi Mohem, Patrick Mason, Anetha e la reunion di Skream & Benga. L’Heineken Backyard sceglie invece un’altra traiettoria, più calda ed eclettica, con house, disco e selezioni globali affidate a DJ Koze, Ben UFO, Ash Lauryn, Habibi Funk, Jennifer Loveless e Awesome Tapes From Africa. Ma la scelta più interessante è forse quella di affidare un’intera parte della programmazione a collettivi della scena di Helsinki, che curano gli spazi di X Garden (dove suonerà anche il nostro Sgamo) trasformando il festival in una piattaforma per la comunità locale, invece che in una semplice vetrina di booking internazionali.

È una differenza sottile, ma decisiva. Perché un festival può anche avere la line-up perfetta, ma se tutto quello che offre è una sequenza di concerti rischia di esaurire la propria funzione nel momento in cui si spengono le luci del palco principale. Quando invece lascia spazio alla cultura del club, al ballo e alle comunità che la tengono viva ogni settimana dell’anno, costruisce qualcosa che va oltre il cartellone. Costruisce un luogo in cui ci si può ancora sorprendere. E, spesso, i ricordi che rimangono più a lungo non nascono davanti al nome scritto più in grande sul poster, ma da quel dancefloor in cui si è entrati senza sapere cosa aspettarsi e da cui, qualche ora dopo, non si aveva più nessuna voglia di uscire.