Il nuovo disco di Ariana Grande è come un ponte tra passato e futuro | Rolling Stone Italia
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Il nuovo disco di Ariana Grande è come un ponte tra passato e futuro

Definiremmo 'Petal' un'estensione dark fantasy di 'Eternal Sunshine'. Anche se i temi affrontati sono tutto tranne che di fantasia, come il rapporto con i commenti, la rabbia e la crescita personale

Il nuovo disco di Ariana Grande è come un ponte tra passato e futuro

Ariana Grande. Foto: Katia Temkin/ via Words 4 You

Ariana Grande è un mood. Ascoltare le sue canzoni, cantate con quella voce eterea, vi trasporta in un posto definito. Una stanza immaginaria che ha definito ulteriormente negli ultimi tempi, da Eternal Sunshine in poi.

Figlia dell’rnb che ascoltava da piccola, delle grandi voci che l’hanno ispirata, negli anni Ariana è stata popstar sexy, attrice che quasi vince l’Oscar, coniglietta bondage sulla copertina di un disco, ma soprattutto una che aveva voglia di reclamare la sua identità artistica. Il grande passo lo ha fatto con Sweetener, album arrivato in un momento in cui aveva bisogno di dimostrare qualcosa in più e che contiene ancora oggi alcuni dei pezzi migliori della sua carriera.

Ma c’è stata anche la fase più sessuale, quella di brani come 34+35 e 7 rings. Poi ha cambiato tutto di nuovo. Focus sul cinema, cambio estetico e di sound. Come se avesse capito che, per durare, la formula va messa a fuoco più volte. Come se crescendo, anche anagraficamente, avesse bisogno di un altro tipo di racconto.

Per questo Petal, il suo nuovo album, è un disco che si inserisce in questo contesto in maniera piuttosto organica. Non ci sono grosse sorprese, ma quelle che ci sono funzionano. Ariana ha scritto e prodotto l’intero album insieme a Ilya Salmanzadeh, produttore svedese con cui lavora da più di un decennio, ma c’è anche il tocco di Max Martin in tre tracce. Un’unione che ha fatto sì che Ariana tirasse fuori un disco che suona decisamente come un lavoro di Ariana Grande, ma che in qualche modo raccontasse anche qualcosa sul dove vorrebbe andare ora.

Partiamo dalla copertina. Per molti una stupidaggine, per chi conosce l’artista un tema: i tempi della sua famosissima ponytail sono andati. Qui c’è del bianco e nero, lei con i capelli scompigliati sul viso, la faccia sorridente. Già la foto dice “sono un’altra”.

Quello che troviamo nel disco però così sorridente non è. Già nel cupissimo video di Hate That I Made You Love Me si vendica, sottoforma di fantasma, di un uomo che l’aveva sepolta. Nella title track, forse un po’ la Seven Rings di quest’epica, canta: «all of my fav stories end in some kind of catastrophe». E in quello che potrebbe essere un suo brano dalle sonorità safe, alla fine aggiunge delle chitarre elettriche.

In Petal i fan ritroveranno tutto quello di bello uscito da Grande nell’ultimo periodo: melodie ariose, r’n’b, layer di voci che si sommano. Potremmo definire questo album un’estensione dark fantasy di Eternal Sunshine. Anche se forse manca, perlomeno al primo ascolto, un brano spudoratamente radiofonico come We Can’t Be Friends.

Allo stesso tempo però è un disco pieno di momenti che meritano attenzione, soprattutto quando Ariana spinge un po’ su quello che probabilmente sarà dopo. Big Feelings, per esempio, che ha quel fraseggio tipico di Ariana ma una produzione che aggiunge una veste pop/rock che su di lei suona nuova.

Oppure Freak, altro momento alto del disco, in cui sotto una melodia decisamente arianosa si trova una produzione synth-pop che rende il brano uno più interessanti del disco e una vocalità che ricorda alcuni dei lavori anni ‘90 di Brandy.

Ma merita attenzione anche Like I Do, brano il cui intro mi ha ricordato lo Schiaccianoci di Mariah (sì, è successo anche questo) e che poi diventa uno sfogo in cui parla della fama e dei commenti che le persone fanno continuamente sul suo aspetto: «Keep my heels tall, my ego small But I’m still Grande» (porto sempre tacchi alti, ho un ego piccolo, ma sono sempre Grande) e soprattutto I’m making cents off of your nonsense, All that shit talk keeps me well-fed (Ah, ah, ah, ah). Mic drop.

E forse il focus del disco è proprio questo. È un disco in cui Ariana sembra fregarsene di più di quello che c’è intorno. Di quello che pensano le persone, del prezzo del successo, dei commenti. Un disco che parla di controllo. Sulla propria immagine, sulla propria carriera e sul modo in cui gli altri la raccontano. Una sorta di promemoria che anche lei, nonostante sia Glinda, può essere un po’ stronza.

Il tutto spillato con quella voce eterea che potrebbe dirti qualsiasi cosa e tu ci credi. C’è spazio anche per l’amore bello, degli inizi: un’altra delle nostre preferite è verso la fine e si chiama Bad Thing, brano dream pop in qui racconta di essere innamorata come una teenager. Beata lei.

Diremmo quindi che Petal è una sorta di crocevia tra quello che è stato e quello che probabilmente sarà. E lascia la sensazione che la ragazza sappia quello che sta facendo. Intanto, come direbbe una collega: Kill Em With Kindness.