'Stuart Fails to Save the Universe', la recensione dello spin-off di 'Big Bang Theory' | Rolling Stone Italia
Do Not Skip

Spoiler: lo spin-off di ‘Big Bang Theory’ è mattissimo (e funziona)

Sigle impossibili da saltare, titoli che anticipano, multiverso, camei wow e Kripke warlord: 'Stuart Fails to Save the Universe' è il passo più laterale, originale e assolutamente non necessario che potesse uscire dal franchise

Spoiler: lo spin-off di ‘Big Bang Theory’ è mattissimo (e funziona)

John Ross Bowie (Barry Kripke), Denise (Lauren Lapkus), Kevin Sussman (Stuart) e Brian Posehn (Bert) in 'Stuart Fails to Save the Universe'

Foto: HBO Max

Chuck Lorre ha un cruccio che si porta dietro da quando esiste lo skip intro: «Ho sempre pensato fosse orribile che sulle piattaforme streaming ci sia quel tasto “salta” sui titoli di testa», ha detto a People. Così per Stuart Fails to Save the Universe ha deciso di sabotarlo invece di ignorarlo e ha creato una sigla differente per ciascun episodio, «perché l’unica soluzione che ci è venuta in mente è stata: deve essere divertente. E deve essere diversa ogni settimana, sempre nuova. È stato uno spasso».

Ed è uno spasso pure vederlo. Nella prima puntata la title sequence si apre con una scritta (“NON skippate!”) e una freccia che punta dritta al “salta intro” della piattaforma, prima di lanciarsi nel multiverso dello show. Di più: Lorre & C. hanno anche deciso di fare a pezzi il tabù delle temutissime anticipazioni. Il titolo di ogni episodio infatti è uno spoiler, da Spoiler: Gary muore (episodio 1) a Spoiler: Bert è magico, fino alla meta-gag finale, Spoiler: girato davanti a un pubblico dal vivo (episodio 10, che naturalmente non lo sarà). Persino il tema musicale è complice del gioco: Danny Elfman in persona ha accettato di scrivere non una sigla ma dieci variazioni della stessa: «Un dono cosmico», lo definisce Chuck.

Stuart Fails to Save the Universe | Official Trailer | HBO Max

E se il tasto skip è il nemico dichiarato, il divano di Big Bang Theory è il fantasma che lo showrunner esorcizza nella vanity card di fine primo episodio, e cioè la sua firma calligrafica su ogni show, da sempre. «Ho passato quasi quarant’anni a scrivere scene in cui un piccolo gruppo di persone siede su un divano e si scambia battute argute […] Non ce la facevo più con la storia del divano. Dovevo provare qualcos’altro». Firmato: l’uomo che il divano lo ha inventato, brevettato, reso cult e sfruttato fino all’osso.

Quel qualcos’altro ha appena debuttato su HBO Max con protagonista Stuart Bloom, il gestore del negozio di fumetti più sfigato del sitcom-verse, per anni comprimario tra i comprimari, che rompe un dispositivo costruito da Sheldon e Leonard e scatena quello che la sinossi ufficiale chiama, senza pudore, un «Armageddon multiversale». Da lì in poi Stuart (Kevin Sussman, in un ruolo doppio: sé stesso e una versione alternativa, sempre meravigliosamente nerd) deve saltare da una realtà all’altra per rimettere a posto le cose, trascinandosi dietro la fidanzata Denise (Lauren Lapkus), l’amico geologo Bert (Brian Posehn) e il fisico quantistico più insopportabile della Caltech, Barry Kripke (John Ross Bowie).

Per la prima volta in diciannove anni di franchise, un prodotto targato Big Bang Theory abbandona la multicamera con studio audience e risate per il single camera puro: una macchina da presa sola, riprese in location, VFX, wormhole, cliffhanger di fine puntata. Gli episodi durano tra i 15 e i 25 minuti perché Lorre e soci hanno smesso di dover riempire una griglia di rete. «Sentivamo di aver raccontato la storia con successo», ha spiegato lo stesso Lorre a Deadline. Prady, co-creatore storico insieme a Zak Penn (sceneggiatore Marvel, credit sugli Avengers), prosegue: «L’abbiamo scoperta nel primo episodio, dove volevamo arrivare a “va tutto bene. Ah no, aspetta, non è vero”. Ed era divertente, quindi abbiamo continuato a farlo». Lorre chiude il cerchio: «Quando l’idea di partenza è una commedia d’azione fantascientifica, non puoi metterla in scena davanti a un pubblico. Devi fare un piccolo film».

Lo stesso terzetto compare nel primo episodio del podcast ufficiale, condotto da Wil Wheaton insieme a Felicia Day su HBO Max, settimanale, con interviste al cast. Wheaton, che in Big Bang Theory interpretava una versione iperbolica di sé stesso e torna anche in Stuart, ha scritto sul suo blog di aver saputo del progetto quasi tre anni fa direttamente da Prady, definendo la serie «divertente, intelligente e del tutto originale, il che è pazzesco considerando che è uno spin-off». Ovviamente non è certo un endorsement neutro, ché i due sono amici da prima che lo show esistesse, ma racconta perfettamente quanto l’operazione sia cucita addosso a chi il fandom di BBT lo conosce da dentro.

Ci sono dei cameo wow (e qui davvero no spoiler), ma il vero colpo di scena castingwise è Kripke, per undici stagioni gag ricorrente con quell’esilarante erre moscia esagerata, ora quarto nome sulla call sheet. A TVLine, Bowie racconta che è stato Prady a dargli la chiave del personaggio: «È un vero patito di storia dello spettacolo, e io pure, e mi ha proposto il ruolo di Kripke come una specie di Dr. Smith del vecchio Lost in Space, ovvero l’antagonista di casa che manda sempre tutto all’aria, per incompetenza o malvagità». Qui diventa una sorta di warlord, e spacca di nuovo: «Scopriamo in un episodio dove tutti hanno la telepatia che persino il suo monologo interiore ha la erre moscia, il che è esilarante». Game, set, match.

Young Sheldon CBS Trailer #1

Se Young Sheldon e il satellite Georgie & Mandy’s First Marriage hanno prolungato Big Bang Theory restando fedeli al suo DNA nostalgico e Cooper-centrico, Stuart rompe volutamente ogni continuità di tono. È il primo capitolo del franchise senza Sheldon o un suo parente tra i protagonisti, il primo in streaming invece che su un network. Gli spin-off, di solito, si fanno per dovere: si prende un personaggio secondario, gli si dà una città diversa o vent’anni in meno, e si spera che il pubblico non se ne accorga troppo. Young Sheldon ha riavvolto il nastro sull’infanzia di un genio già arcinoto (e cult grazie a Jim Parsons in BBT); Georgie ne ha prolungato la biografia di un capitolo. In pratica, sequel travestiti da prequel fin troppo giusti. Stuart è l’eccezione che conferma quanto raramente, in questo genere, capiti di imbattersi in un’idea originale: non “cosa succedeva prima” o “cosa succede dopo” a un personaggio che già conosciamo, ma un salto laterale fuori dalla continuity, dentro un genere che Big Bang Theory non aveva mai davvero praticato.

Potevamo vivere anche senza Stuart Fails to Save the Universe? Indubbiamente. Lo guarderemo comunque, episodio dopo episodio, fino a fine stagione? Sì, perché è scemo, sfrenato, e ha il coraggio di non somigliare a nient’altro nel proprio franchise. Non serviva, ma per fortuna Chuck l’ha fatto lo stesso.