Vi ricordate quando gli Strokes erano la migliore giovane rock band americana? | Rolling Stone Italia
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Vi ricordate quando gli Strokes erano la migliore giovane rock band americana?

La recensione dell'album d'esordio 'Is This It', pubblicata nel 2001 da Rolling Stone, che racconta il momento in cui cinque ragazzi sconosciuti sono passati da distribuire volantini nei club alle copertine di mezzo mondo

The Strokes

Gli Strokes al debutto

Foto: RCA Records

È da album come questo che nascono le leggende. Registrato in uno studio nel seminterrato di un palazzo di Avenue A, a Manhattan, con l’aria densa di fumo di sigaretta e tre fotografie strappate da un catalogo di Victoria’s Secret appese a un armadietto come improbabile fonte d’ispirazione, l’esordio degli Strokes è rock’n’roll newyorkese allo stato puro: aggressivo come l’asfalto grigio della città, ma avvolto da un’eleganza di pelle nera. Meno di un anno fa distribuivano volantini ai concerti dei Weezer, ignorati da quasi tutti. Oggi finiscono sulle copertine delle riviste, fanno impazzire le ragazzine (sempre che si conoscano quelle giuste) e suscitano già l’invidia di chi si considera parte della scena.

Al centro di tutta questa attenzione ci sono cinque ragazzi cresciuti in contesti privilegiati e cosmopoliti — il più grande ha ventitré anni, il più giovane venti — con una spiccata abitudine a baciarsi in pubblico. Per loro, più sei sicuro della tua mascolinità, più la lingua entra in gioco. Negli ultimi due anni hanno affinato un suono inconfondibile: un impasto sonoro che affonda le radici nel punk e nella New Wave degli anni Settanta, ma che ricorda soprattutto una band di mod britannici — gli Yardbirds o gli Who, per intenderci — lanciata a suonare Chuck Berry e James Brown con una fame di libertà e di possibilità che sembra non trovare altrove. Le loro canzoni raccontano, con nervosismo e ironia, inseguimenti e fughe da ragazze newyorkesi: ragazze troppo intelligenti, ragazze che esagerano o non si concedono mai abbastanza, ragazze che hanno tutto quello che desideri e niente di ciò di cui hai davvero bisogno.

Ma quindi, come suona la migliore giovane rock band americana? Prima di tutto, frenetica. Gli undici brani di Is This It scorrono in poco più di mezz’ora e sono costruiti con una precisione tale che perfino le ballate sembrano andare a cento all’ora. Gli Strokes vivono di ritmo e, a tratti, il loro approccio ricorda più quello di una band soul o funk che di un gruppo rock. Ogni musicista — batterista compreso — affronta la melodia da un’angolazione ritmica diversa, finché non resta più nulla da esplorare.

Le chitarre di Albert Hammond Jr. e Nick Valensi si intrecciano senza sosta, lasciando al bassista Nikolai Fraiture lo spazio per impreziosire brani come Someday, Last Nite e la title track con linee melodiche eleganti che ricordano la Motown. In The Modern Age, Hammond Jr. e Valensi spingono tutto al limite: raddoppiano le parti ritmiche, giocano continuamente sul tempo e poi, nel ritornello, fanno decollare la melodia con una progressione circolare di accordi sempre più alta, fino a dare la sensazione che l’unica direzione possibile sia andare ancora oltre. L’assolo decolla come un razzo, lasciandosi dietro una scia di distorsione, prima di dissolversi di nuovo nel dialogo incessante delle chitarre.

La superficie del disco ha qualcosa di freddo, quasi scientifico, molto britannico, ma sotto ribolle una passione profondamente americana. I riff secchi e spezzati e la batteria, che ricorda il rumore delle bottiglie infrante sul marciapiede, richiamano il punk di New York e Londra, ma Is This It procede con l’energia di una band boogie lanciata a tutta velocità verso la fine del concerto, impaziente di prendersi una birra gelata e il calore di una ragazza.

Come John Lennon, che raddoppiava la propria voce per poter urlare attraverso quella distanza artificiale, o Bryan Ferry, che sembrava sempre cantare qualche passo più indietro per attirare l’ascoltatore dentro le sue canzoni, anche Julian Casablancas usa la distanza per trasmettere emozione. Per metà del tempo sembra cantare attraverso un citofono, come se stesse chiedendo di entrare nella tua vita. Il suo punto di forza è quella sfumatura nella voce, quasi un’implorazione, che gli permette di passare continuamente da un registro all’altro: un attimo prima sussurra, quello dopo ammicca con fare sfrontato, subito dopo esplode in un urlo che sembra strappargli la gola.

Il suo messaggio, in fondo, è semplice: proverò a fare di più, ma non andartene; anzi, sono io quello che sta uscendo dalla porta. Oppure, come canta in Take It or Leave It: “Le ragazze mentono troppo / i ragazzi fanno troppo i duri / quando è troppo è troppo”. Casablancas nasconde la propria vulnerabilità dietro un atteggiamento spaccone, un po’ come faceva Mick Jagger agli inizi, ma lungo tutto Is This It continua a raccontare relazioni che non portano da nessuna parte e che, nonostante tutto, non riescono a finire. A volte però resta fin troppo enigmatico: può concentrare tutta la carica emotiva del disco su un verso dal significato completamente privato (“Perché non indossi il tuo nuovo impermeabile?”), oppure scriverne uno destinato a restare impresso (“Da soli resistiamo, insieme cadiamo a pezzi”).

All’inizio di Last Nite, una donna dice a Casablancas: “Oh baby, mi sento giù. Mi passa la voglia quando mi sento esclusa”. Da cosa l’abbia esclusa non è mai del tutto chiaro, anche se difficilmente sta parlando di una tranquilla cena tra amici.

Is This It è attraversato da un senso costante di decadenza: camere da letto trasformate in teatro di scene insolite, ragazzi in ginocchio invitati a dedicare del tempo a una ragazza, battute da rimorchio memorabili come “La vita non sembra reale. Possiamo andare a casa tua?”. Tutto questo crea un’atmosfera elettrica, ma quando l’effetto svanisce quasi ogni canzone torna sullo stesso terreno: il tira e molla delle relazioni complicate. Il tema è sempre quello: le donne, impossibili da capire anche se ti offri di diventare il loro schiavo.

Per ora gli Strokes hanno trovato una cifra stilistica impeccabile. Quello che ancora manca è una profondità narrativa all’altezza della loro musica. Sulla musica, però, non ci sono dubbi: è la cosa più gioiosa, intensa ed esaltante che abbia ascoltato quest’anno. E, come punto di partenza, direi che può bastare.

Da Rolling Stone US del 2001.