Dopo tanti anni di carriera, scopriamo che, oltre ad essere una delle artiste più importanti del ‘900, Patti Smith non sa nemmeno cosa sia la scaramanzia. D’altra parte, Patti non è personaggio da cose comuni e il fatto di festeggiare il proprio ottantesimo compleanno prima di averlo effettivamente compiuto finisce per non stupire nemmeno più di tanto.
C’è tuttavia qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che Patti Smith abbia scelto di non festeggiare questo traguardo con una celebrazione nostalgica, ma piuttosto facendo ciò che ha sempre fatto meglio: salire su un palco e trasformare un concerto in un rito collettivo. Il modo più fedele possibile alla storia di un’artista che è stata, e continua ad essere, il punto in cui linguaggio, musica, arte, politica si incontrano senza bisogno di chiedersi dove finisca una disciplina e ne cominci un’altra.
Prima ancora di incidere Horses, il disco che nel 1975 avrebbe riscritto le coordinate del rock americano, Patti Smith era una ragazza arrivata a New York con pochi dollari in tasca, una copia delle Illuminazioni di Rimbaud nello zaino e la convinzione ostinata che la poesia non dovesse restare confinata solo all’interno di un libro. Il suo sogno era semplice solo in apparenza: dimostrare che il rock poteva avere la stessa forza evocativa della grande letteratura e che la poesia poteva trovare nella musica la propria forma più immediata e popolare.
Come mi disse qualche anno fa nel corso di un’intervista, quello era anche un modo per raccogliere il testimone ideale lasciato cadere da Jim Morrison, che per primo le aveva aperto la strada mostrandole che un frontman poteva essere insieme poeta, sciamano e performer. Patti Smith ha attraversato quella porta portandone alle estreme conseguenze l’intuizione: fare del palco un luogo in cui Arthur Rimbaud, William Blake, Allen Ginsberg e il rock ‘n’ roll potessero convivere nella stessa frase. E a vederla salire sul palco del Circo Massimo, onestamente, viene da pensare che dal frontman dei Doors Patti abbia imparato anche a tenere in pugno, quasi a stregare, chi giunge a vederla.
Di colpo, appena il gruppo appare, le antiche rovine romane fanno un balzo in avanti nel tempo, con un effetto quasi allucinatorio che ci trascina subito nella East Coast. Per la precisione proprio in quella New York economicamente esausta, ma artisticamente irripetibile, che l’aveva accolta all’inizio degli anni Settanta. Quella in cui, tra il Chelsea Hotel, il CBGB, il Max’s Kansas City e i loft del Greenwich Village, musicisti, fotografi, pittori e scrittori costruivano una scena destinata a cambiare la cultura contemporanea e di cui la Smith divenne il punto di incontro.

Foto: Domenico Cippitelli
Nonostante una spiritualità decisamente più marcata, anche alle soglie degli ottanta Patti è la stessa di allora: una punk che non rinuncia all’ambizione intellettuale, dimostrando che rabbia e cultura possono convivere nella stessa serata, nello stesso brano, nella stessa donna. Come spesso accade nel corso delle sue permorfance, quella che sembra partire come un’autocelebrazione finisce per trasformarsi anche in una celebrazione dei personaggi che più l’hanno ispirata e che spesso hanno percorso una parte di viaggio insieme a lei.
Ecco quindi che dopo una partenza completamente dedicata a brani del suo repertorio, tra cui una versione altamente evocativa di Dancing Barefoot, la Smith decide di omaggiare proprio i Doors con The Crystal Ship, nell’apoteosi generale. Nel corso della serata, arriveranno poi altri omaggi eccellenti, tra cui un’intensa Isn’t It A Pity di George Harrison cantata però dal fido Tony Shanahan. Patti è visibilmente felice, sorride di continuo e sembra trarre energia dall’entusiasmo del pubblico, soprattutto nei momenti, non molti a dir la verità, in cui dà la sensazione di mostrare un po’ di fragilità. Ma proprio quando ti sembra arrancare un po’, quando vorresti salire sul palco e abbracciarla, ti mostra subito il suo lato più duro, quello che nonostante tutto l’ha portata a superare ogni ostacolo che la vita le ha messo di fronte.
Un po’ come i suoi amici Bob Dylan e Lou Reed, Patti rappresenta la dimostrazione vivente che una canzone può contenere la complessità della grande letteratura americana, anche se condotta attraverso territori più visionari, teatrali e performativi. E come loro resta convinta che il rock debba raccontare soprattutto ciò che normalmente rimane ai margini. A differenza dei suoi compari, però, Patti ha bisogno del proprio pubblico e della coralità degli inni e lo dimostra col finale lasciato a Because The Night e, dopo una lunga suite che comprende anche Horses, People Have The Power, che è insieme gioia sfrenata e redenzione.
Nel corso della sua vita, Patti Smith ha attraversato lutti, ritiri dalle scene, rinascite artistiche e trasformazioni personali senza mai perdere quella capacità rara di rendere ogni concerto qualcosa di diverso da un semplice spettacolo. Le sue esibizioni assomigliano più a una lettura poetica attraversata dall’elettricità delle chitarre che a un semplice live rock. Ogni canzone è una storia, ogni pausa diventa un ricordo e ogni dedica un gesto politico o affettivo che trasuda umanità. E la monumentalità del luogo amplifica quella della protagonista, quasi a suggerire che alcune storie appartengano ormai più alla memoria collettiva che alla semplice cronaca musicale.
Gli ottant’anni, nel caso di Patti Smith, non rappresentano dunque un mero traguardo da celebrare guardandosi alle spalle, ma diventano l’ennesima tappa di un viaggio iniziato quando una ragazza convinse il mondo che tra una poesia di Rimbaud e un assolo di chitarra non esisteva alcuna distanza. E, mezzo secolo dopo, continua ancora a dimostrarlo. Buon non compleanno, dunque, Signora Smith.















