Per il piccolo e tumultuoso Shane MacGowan, trascinato a sei anni dall’Irlanda a Brighton fra i pianti, la città inglese era noiosa. L’unico elemento vitale erano stati i famigerati scontri sul lungomare tra mod e rocker, poi consegnati al mito da Quadrophenia degli Who. Peccato – raccontò alla moglie Victoria Mary Clarke nel libro-intervista Una pinta con Shane MacGowan – che il cantante all’epoca fosse troppo giovane per approfittarne.
Prima di diventare una calamita per sottoculture, la London-by-the-Sea era stata il rifugio edonista sul mare del futuro Giorgio IV, che con il Royal Pavilion aveva contribuito a metterla sulla mappa dell’Inghilterra mondana. Nel maggio del 1964 è stata teatro della Battaglia di Brighton, quando migliaia di giovani — chi con il parka, chi con il giubbotto di pelle — invasero il lungomare dando vita a una delle più celebri esplosioni di violenza giovanile della Gran Bretagna del dopoguerra. Oggi Brighton è la capitale queer britannica e la gelosa custode dell’immaginario — e del marketing — cresciuto intorno alla cultura mod (Vespa e Lambretta incluse).
I Madness hanno fatto due più due. O meglio: 2 tone mixato con Quadrophenia. Da una parte il movimento che, alla fine degli anni Settanta, rilanciò lo ska giamaicano in una Gran Bretagna multirazziale e attraversata dalle tensioni sociali; dall’altra l’opera degli Who, manifesto della cultura mod. Con la loro bizzarra inventiva, i Nutty Boys hanno così battezzato Madrophenia, una doppia festa sulla spiaggia, concepita come una fusione fra quei due mondi, nel segno di peace, love and understanding. Del resto, per il sessantesimo anniversario dei fatti del ’64, nel 2024, mod e rocker si erano ritrovati in città per stringersi simbolicamente la mano e distribuire cibo e beni di prima necessità ai senzatetto.

Foto: Mike Burnell
I due concerti, il 23 e 24 luglio — con la seconda data esaurita in anticipo — si sono tenuti nell’ambito di On the Beach, festival cittadino nato nel 2021 e giunto alla sua sesta edizione. Insieme agli Specials del compianto Terry Hall, ai Selecter, ai Beat e ai Bad Manners, i Madness sono stati fra i protagonisti dell’ondata ska in levare. Il tour in corso della band londinese celebra Hit Parade, la raccolta pubblicata nel 2025 che riunisce 45 singoli usciti fra il 1979 e il 2024. Per i Madness è anche un ritorno alle origini: nell’ottobre del 1979, sulla spiaggia di Hove — dal 1997 unita amministrativamente a Brighton — Chalkie Davies li aveva immortalati insieme agli Specials e ai Selecter, alla partenza del 2 Tone Tour.
Nel clima quasi perfetto della città affacciata sulla Manica, Madrophenia si è aperta con Henry WP, seguito da The Beatles Dub Club, il DJ set di Chris Arnold costruito interamente attorno a remix e riletture dei Fab Four. Poi Craig Charles, attore, conduttore radiofonico e DJ, con la sua selezione funk e soul. Lungo la promenade di Madeira Drive, sotto un sole non feroce ma insistente, ha sfilato la tribù dei fan dei Madness, composta anche da molte famiglie che hanno cresciuto la prole a pane e Prince Buster. A renderla immediatamente riconoscibile erano gli immancabili fez rossi (ma anche di altri colori, come il giallo), venduti sia al banco ufficiale del merchandising — insieme alle maglie realizzate appositamente per Madrophenia e proposta anche dal celebre negozio Quadrophenia Alley — sia da alcuni ambulanti sul lungomare. E poi magliette con la scritta “Born to Be a Blockhead” — in riferimento ai Blockheads, il gruppo un tempo capitanato da Ian Dury e ospiti della prima serata — e quelle dei Selecter, anche loro in cartellone il 23 luglio.
Nel vasto pubblico accorso sulla spiaggia di ciottoli (gli stessi che rocker e mod si tirarano addosso 62 anni fa), si notano in ordine sparso: t-shirt della Trojan Records, un campionario variopinto di polo Fred Perry, pork pie hat da rude boy, accessori di ogni sorta con il motivo a scacchiera bianco e nero — il checkerboard pattern, simbolo del movimento 2 tone —, borse e capi griffati Lambretta, stampe con il logo della Tube e la scritta Camden Town: la Londra dei Madness traslocata per due giorni sulla costa. A occhio, però, l’abbigliamento ska revival prevale nettamente su quello mod.
I Blockheads, che dopo la morte di Ian Dury avevano affidato voce e racconto a Derek “The Draw” Hussey, scomparso nel 2022, hanno ora al microfono Mike Bennett: una singolare trasformazione in frontman dopo una lunga carriera trascorsa soprattutto dietro le quinte, anche come produttore interno della Trojan Records, per la quale ha prodotto e remixato anche materiale degli Specials e dei Selecter, oltre ad aver lavorato con i Fall, Ian Brown e altri protagonisti della scena britannica. Con il volto arrossato dal sole e il trucco alla Robert Smith, Bennett riaccende, insieme ai membri storici Chaz Jankel, Mick Gallagher e John Turnbull, l’inconfondibile miscela di new wave, funk e pub rock della band con un pugno di classici: Sex & Drugs & Rock & Roll, Sweet Gene Vincent e Hit Me with Your Rhythm Stick.
Quando sul palco sale una stilosissima Pauline Black — già vista in splendida forma ai Magazzini Generali alla fine dello scorso novembre — lo spirito identitario dello ska revival dà la prima vera scossa, mescolando la brezza della Manica ai suoni in levare di The Avengers Theme e Three Minute Hero. Prima di attaccare War War War, brano dell’album Human Algebra, la regina del 2 tone denuncia la situazione politica dell’Essex, dove Reform UK ha stravinto le recenti elezioni locali, invitando il pubblico a prendere posizione. La platea, più incline a ballare che a schierarsi, reagisce tiepidamente. Dopo Missing Words, i Selecter chiudono tornando al capolavoro d’esordio Too Much Pressure, con On My Radio e la title track. Pauline Black raccoglie l’elegantissima borsa di pelle nera appoggiata sul palco e se ne va con la stessa classe con cui era entrata, circondata dagli applausi.

Foto: Mike Burnell

Foto: Mike Burnell
E poi arrivano loro, i Madness. Un caso quasi senza eguali, anche per le dimensioni della formazione: sei dei sette membri della line-up classica sono ancora nella band. Graham “Suggs” McPherson, Mike “Monsieur Barso” Barson, Lee “Kix” Thompson — per tutti “El Thommo” —, Chris “Chrissy Boy” Foreman, Mark “Bedders” Bedford e Dan “Woody” Woodgate. I Nutty Boys, rinforzati dalla sezione fiati. Con One Step Beyond, sospinta dal sax di Thompson — che nel corso della serata si dedica anche alle percussioni più esoteriche —, il loro folle e magnifico caos in levare prende immediatamente forma. I visual, dominati dalle grafiche di Hit Parade, dai numerosi filmati della band e da visual in salsa AI, giocano sul concept di una slot machine truccata: qualunque combinazione esca, si vince. Del resto, una raccolta di 45 singoli, 27 dei quali entrati nella Top 40 britannica, lascia ben poche possibilità di perdere.
Dopo Embarrassment, Suggs ricorda la prima apparizione dei Madness a Top of the Pops e parte The Prince. Passata anche NW5, prima di My Girl tira fuori con studiata aria di noia il vecchio aneddoto del tastierista Mike Barson: lavorava su un furgone che consegnava banane e passava le giornate ad ascoltare il collega parlare della propria fidanzata: «My girl did this, my girl did that. Me and my girl are going to live in Essex». Barson finì per appuntare l’idea della canzone su un pacchetto di sigarette.
In Shut Up, storia di un ladruncolo che cerca disperatamente di proclamarsi innocente, Lee Thompson si prende la scena anche come attore. Per tutta la serata passa dal sax alla recitazione con una nonchalance quasi irreale; qui, con maglia a strisce bianche e nere e sacco da refurtiva marchiato dal simbolo del dollaro, veste i panni del ladro braccato e manganellato sul palco da tre bobbies in uniforme. Il pubblico è foltissimo — molti si riprendono in modalità selfie mentre ballano le hit — ma anche fin troppo rumoroso: tra una canzone e l’altra è spesso difficile capire ciò che raccontano i vari membri della band.

Foto: Khali Ackford
È Chris Foreman ad annunciare il conto alla rovescia verso il gran finale. Da House of Fun in poi parte un filotto micidiale: Baggy Trousers, Our House, It Must Be Love — la cover di Labi Siffre — e, dopo la breve pausa, Madness, il brano strumentale di Prince Buster da cui il gruppo ha preso il nome, già incluso nell’irripetibile debutto One Step Beyond…. A chiudere è Night Boat to Cairo, mentre sul maxischermo scorrono le immagini di Elizabeth Taylor e Richard Burton in Cleopatra. Non a caso, nel corso delle due giornate sono spuntate tra il pubblico anche tenute color kaki e caschi coloniali, omaggio all’esotismo da cartolina del video della canzone.
La seconda serata, aperta fra gli altri da David Rodigan e dalla Hot 8 Brass Band, riporta infine i Madness sulla spiaggia con una replica quasi alla lettera dello show precedente. L’unica variazione concreta è una proposta di matrimonio, accolta con un sì e benedetta da qualche battuta di Suggs sull’amore romantico. Il cantante abbraccia i futuri sposi prima di intonare nuovamente It Must Be Love.









