Per tre sere c’è una nuova Madonnina a Milano, che non guarda la città dall’alto del Duomo ma contempla un solo uomo che celebra la sua gloria a San Siro. È una gigantesca dea dorata piantata al centro dello stadio come un monumento edificato da Abel Tesfaye in onore del proprio successo. Ai suoi piedi si allungano passerelle che arrivano quasi a sfiorare ogni lato del pit, mentre alle spalle un ledwall così smisurato da sembrare progettato per proiettare l’Odissea di Christopher Nolan girata in IMAX.
Sarebbe riduttivo chiamarlo concerto. Quello che The Weeknd ha portato ieri a Milano (e porterà anche il 25 e 26 luglio) è una mastodontica macchina dello spettacolo, un halftime show da Super Bowl, ma costruito esclusivamente attorno a se stesso. Non a caso arriva a San Siro con il tour di maggior successo mai realizzato da un artista uomo: oltre 1 miliardo di dollari di incassi, più di 7,5 milioni di biglietti venduti (165mila queste tre sere) e 153 show in tutto il mondo. Numeri che spiegano l’impresa, ma non bastano a preparare lo spettatore a quello che vedrà.
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L’apertura è affidata a Baptized in Fear, seguita da Open Hearts e Wake Me Up. Abel compare sotto la statua dorata di Hajime Sorayama, il volto nascosto dalla maschera nera, mentre ai quattro estremi della passerella prendono posto figure incappucciate vestite di rosso. Migliaia di braccialetti distribuiti all’ingresso iniziano ad accendersi autonomamente di rosso e blu, trasformando San Siro in una navicella spaziale lanciata chissà dove nell’universo. Sul ledwall appare il suo volto, alle spalle una delle figure scarlatte, e il boato delle persone è assordante.
Poi le figure incappucciate raggiungono il centro del palco, si dispongono in cerchio e si inchinano davanti alla donna-cyborg. Sembra la liturgia di una religione ancora da inventare, la cerimonia a una divinità artificiale che domina una città ridotta in rovine. È un’immagine distopica ma, osservando la velocità con cui la tecnologia sta ridisegnando il nostro presente, non appare nemmeno così lontana.
Con After Hours, Starboy e Heartless lo spettacolo cambia passo. Le produzioni, curatissime, diventano sempre più avvolgenti, le scenografie sempre più monumentali e la voce di Abel, sospesa tra falsetto e R&B, continua a galleggiare sopra tutto con una naturalezza quasi irreale: è calda, vellutata, piena di sfumature, ma appare sempre controllata, senza una sbavatura. Il prezzo di questa precisione è che anche l’emozione sembra restare ingabbiata, senza mai potersi esprimere davvero. Ed è questo contrasto a creare l’effetto ipnotico della serata: melodie immediatamente riconoscibili immerse dentro una macchina scenica gigantesca che sembra risucchiare lo stadio in un vortice.
In alcune recensioni internazionali Abel era stato descritto come quasi schiacciato dalla mastodontica macchina costruita attorno a lui. A Milano appare più sciolto, dopo una prima parte statica al centro del palco comincia a percorrere ossessivamente tutta la passerella, cerca continuamente il contatto con i fan, indica gli spalti, invita il pubblico a cantare i ritornelli, si ferma ad ascoltare i cori, sorride, alza le braccia. Insomma, è molto più presente di quanto è stato raccontato altrove.
Dopo Faith si sfila la maschera, la lascia cadere e viene accolto da un boato, si stringe più volte in un ideale abbraccio con lo stadio, guarda il muro umano che ha di fronte agli occhi e pronuncia una sola parola: «Love». Ricorda il concerto del 2023, racconta il feeling speciale con Milano e invita il pubblico a trasformare quella prima serata nella loro festa. E per qualche secondo il titanico ingranaggio si ferma e lascia spazio all’uomo.
Cry for Me e São Paulo riportano lo spettacolo su una scala colossale. Le fiamme si alzano lungo la passerella, la città proiettata sul ledwall si fa sempre più oscura, una metropoli sospesa tra Blade Runner e Sin City, mentre percussioni e sintetizzatori spingono ogni frequenza al limite. Quando Abel allunga il braccio verso il cielo e richiama il fuoco, le lingue di fiamma esplodono una dopo l’altra come se le stesse dirigendo lui stesso. Con Take My Breath, Sacrifice e How Do I Make You Love Me? lo show diventa una sontuosa celebrazione pop. Migliaia di telefoni si alzano contemporaneamente, i braccialetti sincronizzati cambiano colore seguendo la musica e San Siro sembra respirare all’unisono al respiro di Abel.
Quando arrivano Can’t Feel My Face, The Hills, Out of Time e I Feel It Coming, è chiaro che il repertorio di The Weeknd è ormai parte del bagaglio collettivo. I brani di Hurry Up Tomorrow sono meno cantati, ma ripresi da migliaia di cellulari, in attesa delle hit a far scattare chiunque sull’attenti. Durante Out of Time Abel scende lungo la passerella per avvicinarsi ai fan, mentre in I Feel It Coming si concede uno dei momenti più intimi della serata, lasciando che sia il pubblico a completare le sue frasi. Con Die for You, Is There Someone Else? e Call Out My Name rallenta prima di rialzare improvvisamente il volume.
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L’ingresso di Playboi Carti è una scarica di adrenalina. Timeless e Rather Lie scatenano una distesa di laser che attraversano lo stadio da una parte all’altra, mentre i due si rincorrono sulle passerelle con un’intesa ormai consolidata. Il finale è costruito senza concedere tregua: The Abyss apre la strada a Save Your Tears, Less Than Zero e soprattutto Blinding Lights, accolta dal fragore di urla. Poi, all’improvviso, il viaggio torna là dove tutto era iniziato. House of Balloons riporta alle origini del progetto The Weeknd, prima che Moth to a Flame chiuda il sipario tra fuochi d’artificio e la firma sulla telecamera prima di scomparire.
Unico difetto? Non avere difetti. Tutto è calibrato con precisione sovrumana. La statua è la più grande mai commissionata per un concerto, i laser disegnano geometrie perfette, i fuochi esplodono nel momento esatto, le produzioni musicali sono muri di suono vorticosi, la regia non ha incertezze, la scaletta è bulimica con 40 canzoni e perfino la voce, che non tradisce mai un’increspatura, rifugge qualsiasi imperfezione. Al centro di tutto, non a caso, c’è un idolo cyborg. Siamo già entrati nell’era del transumano, ma è proprio questo l’unico interrogativo lasciato da uno degli show più imponenti mai passati da San Siro: chissà se Abel, dopo aver costruito uno dei giocattoli più completi che il pop contemporaneo abbia mai conosciuto, deciderà davvero di romperlo per tornare semplicemente a essere Abel. O se ormai, nonostante il desiderio di un passo indietro, sia irrimediabilmente troppo tardi.















