Cosa c’era di magico nel copione di ‘Rocky’ | Rolling Stone Italia
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Cosa c’era di magico nel copione di ‘Rocky’

Hollywood porta in sala la storia produttiva del film di Sylvester Stallone. Uno sguardo a quella sceneggiatura entusiasta, disperata e fortunatissima

Cosa c’era di magico nel copione di ‘Rocky’

Sylvester Stallone si allena in ‘Rocky’ (1976)

Foto: Screen Archives/Getty Images

Con ventimila dollari a metà degli anni Settanta si poteva prendere a malapena un appartamentino nella zona popolare di Philadelphia. Un paio di stanze con bagno, magari di più, certamente tutt’altro che una reggia. Alla fine tanto la produzione aveva pagato la sceneggiatura di Rocky, tagliando la cifra dopo che Sylvester Stallone era stato irremovibile: Rocky lo faccio io. Si intitola, per l’appunto, I Play Rocky il film che, nel cinquantennale della storia del pugile più celebre del grande schermo, racconterà una delle avventure produttive (e narrative) più incredibili di Hollywood.

L’apparizione del trailer ha squarciato l’egemonia della Odyssey-wave degli ultimi giorni. Diretto da Peter Farrelly con Anthony Ippolito nei panni di Sylvester Stallone, I Play Rocky sarà nelle sale italiane a fine anno, ma i pochi secondi del lancio internazionale hanno acceso la spia dell’hype, compresa qualche ironia sulle fatiche dell’attore protagonista nel ricalcare la voce della star. Lo aveva già fatto, interpretando Al Pacino nella miniserie The Offer, sull’altrettanto romanzesca realizzazione del Padrino. E il risultato era stato impressionante, voce (molto diversa) compresa.

I Play Rocky | Official Trailer

Tra uno shot-for-shot e l’altro, le valutazioni su un nuovo caso di meta-Hollywood e via discorrendo, il film rimetterà in ogni caso al centro della discussione uno dei copioni più famosi della storia del cinema. Buttato giù disperatamente, con la fame di chi deve divorarsi l’occasione della vita, esattamente come il personaggio che andrà a mettere in scena. Chiusa in fretta, stiracchiata dalle esigenze di budget, editata fino a pochissimi giorni prima di andare in scena, la sceneggiatura del debuttante Stallone (poche apparizioni da attore, nessuna da autore) aveva tutte le scintille per un grande innesco. Eppure non ancora tutto il complesso magnetismo del Rocky che conosciamo, specie alla sua entrata in scena.

Istrionico, galvanizzato dalla vittoria, quasi spensierato, nelle prime righe dello script era un Rocky un pizzico diverso da quello che abbiamo immediatamente visto. Andava a casa, dopo il primo incontro che Stallone descriveva così: «Il locale stesso assomiglia a un grande bidone della spazzatura mai svuotato. Il ring è minuscolo, per garantire uno scontro continuo». Nel piccolo club niente Dio, nemmeno suo figlio, la primissima cosa che invece sarebbe apparsa nel film ancor prima dei titoli di testa: l’affresco eucaristico della Resurrection Gym, ex chiesa sconsacrata, in realtà a Los Angeles.

È una delle testimonianze di quanto la tridimensionalità di Rocky, la sua aura, abbiano preso forma nel confronto con il set e nei bisticci con il budget, nell’arte d’improvvisare. Un’altra di queste testimonianze sarà più tardi in uno dei passaggi più belli e più caratterizzanti del personaggio: Rocky crucciato, la sera della vigilia allo Spectrum, perché nell’illustrazione sulla sua gigantografia gli hanno sbagliato il colore dei pantaloncini. Li avevano sbagliati davvero, e il budget residuo rendeva impossibile rifare il telone. Ne venne fuori una buona chance, debitamente sfruttata, di approfondire quella fanciullesca frustrazione dell’uomo dentro il pugile, l’attenzione per i dettagli insignificanti, quell’aria naïf di chi prima di essere gonfiato di botte pensa solo: perderò il titolo e la mia occasione, tornerò alla vita malconcia di sempre, datemi almeno i colori giusti.

Rocky (1976): "I just wanna go the distance"

Torniamo a quel primissimo momento, fondamentale nel comprendere quanto Rocky sia nato prima sulla carta e poi di nuovo sul set. Nelle pagine di Stallone il protagonista sta rincasando nella notte di South Philly, non si imbatte nel gruppetto di tiratardi che in strada cantano a cappella Take You Back (scritta dal fratello Frank), ma in due prostitute e ancor prima in un’anziana donna esausta, a bordo del tram, che lo guarda tumefatto e gli dice: sei un disastro. Dettagli, forse.

Quel Rocky ancora di carta, istrionico, quasi spensierato, eccetera, è tornato a casa, mette su It’s All in the Game di Tommy Edwards e finge di cantare impugnando una spazzola. Chiacchiera con le sue tartarughine. Nelle pagine è di buonumore, o così sembra. Siamo in ogni caso piuttosto distanti da quel trentenne sbattuto, fiaccato da una vittoria maldestra ed economicamente misera, che abbiamo visto in quella stessa scena reggere a fatica lo sguardo con la sua foto da bambino allo specchio, la sua giovinezza, le sue speranze. Altro che spazzola e microfono: piuttosto lo sguardo insostenibile del vero baby Stallion, sei o sette anni o giù di lì, sul viso i segni ancora ben visibili della paresi causata dal forcipe dell’ostetrico che l’aveva tirato fuori. Scarred, sfregiato, è il termine preciso che l’autore aveva usato in quelle primissime righe, presentandolo sul ring, quando la foto allo specchio non era ancora un’idea. Rocky lo faccio io. Nella sua testa, non c’era mai stata nessuna alternativa. Figurarsi se potevano scoraggiarlo oltre trecentocinquantamila dollari scesi a ventimila.

Loser, invece, è un termine che nei dialoghi compare solo a metà del copione. E non è nemmeno indirizzato a Rocky. È Paulie che lo rivolge ad Adriana parlando con l’amico, e il personaggio che lo proferisce, così come l’incantevole destinataria, moltiplicano la potenza del termine. E tuttavia, la potenza profonda della sceneggiatura di Rocky non è nei termini ma, come si suol dire, nello spazio tra le righe. Mai stato così vero. Non che Stallone non fosse stato linguisticamente quanto più preciso possibile. Lo era stato nello scontro verbale con Mickey alla palestra, ed era stato ancora più spietato nei confronti del suo personaggio. Waste of life, spreco di vita, gli urla l’allenatore. E così verrà girato. Nel doppiaggio italiano abbiamo conosciuto un ammorbidito: «E la chiami vita?», waste of life è un gancio al mento. Eppure le parole, i colpi bassi, colpiscono fino a un certo punto. La forza dello script di Rocky è sempre stata nei significati profondi, nei rapporti tra le parti. Nella speranza, di quella che nemmeno si immagina, e nel come viene usata.

Rocky Scene - It's a waste of life!

Convinto di essere stato convocato per fare lo sparring, quando gli viene proposto l’incontro, nel girato Rocky dice spontaneamente, quasi nel panico: no. È un’esitazione, una fuga, che nel copione non c’era. Rocky era un grande script, lo è stato dal primo momento, impossibile diversamente convincere i produttori a puntare su un esordiente. Ma è sul set che si è allenato e ha trovato la forma. Dove cercare allora l’incantesimo, la classe del vero peso massimo, la scintilla? In quelle pagine dell’ultima stesura del copione, datata inizio gennaio 1976, a due giorni dai ventotto di riprese del film, c’è un momento preciso che risulterà il primo pressoché identico al girato. Dopo il quale, anzi, gran parte del film ricalcherà più o meno esattamente lo script. E non è un momento casuale. Siamo nell’ufficio del promoter Jurgens, ad Apollo Creed è saltata la sfida del Bicentenario per infortunio dello sfidante, e il campione del mondo dei pesi massimi ha un’idea per salvare l’evento: cercare a local poor underdog, a snow-white underdog a cui offrire la possibilità di essere sfidante al titolo mondiale. È la scena che si chiude con il celebre scambio di battute: è molto americano, dice Jurgens. No amico, è molto furbo, replica Apollo.

È probabilmente la primissima inquadratura in cui non una virgola di quel che Sylvester Stallone ha scritto varierà davanti alla macchina da presa: niente improvvisazione, niente tagli, nessuna insidia del budget, una stanza e nessun cambio di colore. Quel momento è la prova di come la trasfigurazione dell’American Dream sul ring, l’artificialità del Paese delle possibilità che festeggia i suo duecento anni, del quarto d’ora warholiano che tocca a tutti, persino a un miserabile esattore della mafia e pugile dilettante, fossero centrali nella testa di chi aveva prima sognato e poi scritto il film. E poi insistito per interpretarlo.

Molto dello spirito di Rocky è in quell’ufficio, e Sylvester Stallone doveva avere un’idea rigorosa di quel significato profondo. La scrivania di Jurgens, quell’idea dichiaratamente ipocrita sull’America e sulle occasioni, è il primo vero momento in cui Sylvester Stallone, peraltro non in scena, non interpreta Rocky: è Rocky. Nei ventotto giorni che seguirono, diverse cose del copione sarebbero cambiate: non questo.