Apre il concerto con un pezzo che normalmente starebbe alla fine. Parliamo di Lorde, che appena salita sul palco attacca con Royals, il suo primo brano a esplodere, il primo tassello ufficiale di una carriera che possiamo definire particolare. All’epoca aveva 16 anni, oggi Lorde ne ha quasi 30, quattro dischi all’attivo, ed è Milano per l’ultima data del suo tour europeo. Siamo al Parco della Musica per Unaltrofestival e l’atmosfera che si respira, ne convengo con un amico, è bellissima: «c’è un pubblico giusto», mi dice. Ha ragione.
La gente di Lorde è giovane, entusiasta, di quelli che se li vedesse mia nonna direbbe “che bella gioventù”. A vederli così sembrano un po’ una comunità, un gruppo di persone che non si conosce ma che crede nella stessa roba. Amano il pop ma vogliono fare lo step successivo. Qui i testi sono importanti. Dicevamo che lei parte subito al contrario, facendo uno dei suoi pezzi più famosi all’inizio. E a questo punto della sua vita artistica possiamo dire tranquillamente che lei sia una che le cose le fa sempre un po un po’ come piacciono a lei. Qualcuno la definisce antipopstar, forse è così, almeno per questo secolo. Un disco ogni quattro anni, ognuno con un’estetica e un sound preciso, tanto che a volte sembrano scollegati tra loro e la gente rimane spiazzata. Se però poi la senti dal vivo il senso lo trovi, capisci che sta tutto insieme. È il racconto di una ragazza che ha iniziato da bambina a registrare le canzoni in cameretta (con “photoboot”, precisa) e che poi, manco lei sa bene come, è finita che quelle canzoni le hanno sentite in tutto il mondo.
Non per questo Lorde ha perso il senso o l’autenticità. Forse chi dice “anti” ha ragione. Presenza social minima, pochissime interviste, quello che sai di lei l’hai sentito nelle canzoni. E io che dal vivo non l’avevo mai vista pensavo erroneamente di trovarmi davanti a una performer fredda. Mi sbagliavo. Forse Lorde interagisce poco con il mondo esterno, ma il suo pubblico lo conosce bene. E sono infatti molti i momenti in cui parla, in cui racconta come si sente, tra l’altro dicendo alcune delle cose più sensate che abbia sentito ultimamente: «Amo l’Italia ma non capisco perché siamo in città e non al mare». Eh.
La vera sorpresa di ieri comunque è stato il palco. All’apparenza semplice, con la band in un angolo e girata di schiena, lo stage diventa cento cose diverse. Complice un’architettura mobile fatta da grandi cubi a led che si spostano creando per ogni brano una messa in scena ad hoc. Cubi su cui lei sale, balla, si sdraia. Complice anche un light design pazzesco che lo rende rosso, multicolor, ma anche un po’ clinico, tra elettrocardiogrammi e radiografie, e pure un po’ immaginario self tape con proiettate le riprese della stessa Lorde fatte da una telecamerina che si porta in giro mentre canta. Un vero spettacolo visivo e uno show in cui la 29enne balla e si dimena come se fosse nel club che ha disegnato nella sua testa. A un certo punto si ferma per dire «c’è una luna bellissima».
Un’ora e mezza in cui snocciola le hit più famose intervallate dai brani dei suoi dischi, molti dall’ultimo Virgin, disco in cui parla di corpo, identità, sessualità, disturbi alimentari, fertilità, trasformazione personale. Quello che per molti è stato un vero “reset”. E in effetti, Lorde ha davvero dimostrato davvero nei suoi pochi anni d’eta di voler fare questo mestiere alla vecchia, a volte centrando l’obiettivo delle classifiche e a volte meno, ma creando un esercito di fedeli che non importa se quando sei lì canti le hit o una qualsiasi traccia numero 5 di un album che ha venduto di meno. L’intensità (sua e loro) rimane la stessa.
Lo dimostra anche la scaletta, non il tour promozionale di Virgin, che resta il cuore del concerto, ma la sua storia nell’insieme (anche se non ha fatto Solar Power, ma la perdoniamo). Tra i momenti più belli Liability, forse la più struggente, davanti a un muro di decine di raggi colorati, o The Louvre in cui canta in cima a una delle strutture che vi dicevamo prima e alla fine si finge trafitta dall’asta del microfono, proprio come un’opera da museo. L’industria musicale può fare male.
Il tutto mentre la band rimane relegata in un angolo. Scelta insolita ma che funziona, perché tutta l’attenzione è su Lorde e sullo spazio che attraversa. Correndo, contorcendosi, saltando. E la band rimane lì, parte della scenografia, motore nascosto di quello che stiamo vedendo.
Tutti i presenti, anche chi conosce solo le tracce più popolari, concordano nell’aver visto uno show inaspettato. Chi non la conosce molto ha trovato davanti una cantautrice che gioca con l’elettronica e che ti chiede di entrare nel suo mondo in maniera completa. Non è poco, e nell’epoca del presenzialismo lei continua a sparire per anni e a tornare solo quando ha davvero qualcosa da dire. Non sempre con il disco più facile o commerciale, ma ogni volta ritrova davanti a sé un pubblico che quelle canzoni le conosce tutte. Un rapporto che non si basa sulla quantità, ma su qualità e su una fiducia che non intende tradire. Le canzoni per lei sono come messaggi in bottiglia che ha iniziato a mandare tanti, tantissimi anni fa, quando era bambina in una città decisamente poco cool. E nonostante i remix con Charli XCX (Girl, So Confusing altro momento che fa ballare tutti) e qualche canzone che diventa virale su TikTok a distanza di anni (Ribs), Lorde «continuerà a mandare quei messaggi finché avrà qualcosa da dire». E a giudicare da quello che abbiamo visto ieri sera, a Milano, sono tredici anni che i suoi fan trovano la bottiglia, la aprono, leggono il contenuto e se ne innamorano. D’altronde, mica erano un Team?














