Strokes, la recensione di ‘Reality Awaits’ | Rolling Stone Italia
Old new wave

‘Reality Awaits’, agli Strokes piace farlo strano

Casablancas e soci fanno di tutto per mettersi alle spalle il vecchio ruolo di salvatori del rock. Niente singoli indimenticabili, ma un album coerente (meglio di ‘The New Abnormal’) in cui raccontano il presente. La recensione

‘Reality Awaits’, agli Strokes piace farlo strano

Sì, sono gli Strokes

Foto: Sony Music

Una delle cose più intelligenti che possiamo fare nei confronti delle band che ci hanno accompagnato durante l’adolescenza è smettere di aspettarci la clamorosa epifania di tempi che non torneranno più, come se non fossero passati 20-25-30 anni dagli esordi. Questo non vuol dire abbassare le aspettative, ma semplicemente rendersi conto che musicisti il cui esordio — incredibile, epocale, generazionale, metteteci l’aggettivo che volete — è uscito nel 2001 non può e non deve suonare come se fossero ancora dei ragazzini. La qualità, il valore, l’importanza e la possibilità di essere ancora rilevanti dentro il rinnovato, evaporato, disastrato panorama culturale del presente del nostro scontento non vanno verificate sull’aderenza all’idea romantica che ne conserviamo, ma alla capacità di questi artisti ad esserci nel qui e ora.

Lo dico prima di tutto a me stesso, ma anche alle altre persone che ascoltando Reality Awaits penseranno con rammarico e nostalgia alla mancanza di singoli fuori dal comune capaci di diventare colonne sonore delle vite di milioni di persone in giro per il mondo ai primi anni del secolo nuovo. Sì, certo, grazie, qui mancano le Last Nite e le Reptilia e le You Only Live Once, ma mancano da 20 anni. Se Julian Casablancas, a 47 anni, avesse continuato a rincorrere l’immagine del Julian Casablancas del 2001 sarebbe stato francamente peggio. Sì, avete letto bene, Julian Casablancas ha 47 anni. Per dire, quando è uscito Is This It, Bono degli U2 aveva 41 anni e già lo consideravamo un veterano, un ascolto dei nostri genitori, mentre ora i genitori siamo noi. Feeling old yet?

The Strokes - Going Shopping (Official Video)

Quindi come va letto e giudicato Reality Awaits? Inizio col dire che era da un bel po’ che gli Strokes non tiravano fuori un disco che desse la sensazione di essere un lavoro compiuto. Sicuramente non era il caso dell’ultimo The New Abnormal (pur premiato con un Grammy). Se lì però c’erano dei singoli più convincenti — su tutti Bad Decisions — qui le prime uscite hanno fatto storcere il naso ai più, soprattutto per l’eccesso di Auto-Tune e la sensazione di divagazione e garbuglio di Falling Out of Love, ma all’interno del disco funzionano. E vi dirò, funziona pure l’Auto-Tune. Perché anche questo elemento di stile va letto per cosa sono gli Strokes ora e anche per quello che sono sempre stati.

Una delle immagini che più mi hanno colpito nella storia degli Strokes è quella che li descrive come una band che suona musica del passato arrivando però da un futuro parallelo. Da qui il fatto che non li abbia mai letti come una band nostalgica, semmai come una band che sa dosare il suo manifesto anacronismo, il suo sapiente uso dei cliché e la sua curiosità nella scrittura di canzoni senza tempo. Ed è attraverso questa lente che bisogna interpretare anche uno dei più importanti punti di svolta di Casablancas: Instant Crush dei Daft Punk. È in quel singolo incredibile di Random Access Memories (pubblicato comunque già 13 anni fa) che si trova l’evoluzione del sound degli Strokes.

Alieni i Daft Punk, alieni gli Strokes. Che se non hanno mai perso una qualità, è quella di prendersi gioco di loro stessi attraverso una decostruzione mirata degli stereotipi extramusicali (qui è il caso del Marlboro Man sulla copertina da leggere come critica nemmeno troppo velata al machismo esasperato della politica americana contemporanea) e anche quella di usare la storia della musica come un bacino da cui estrarre qualcosa di nuovo, diverso, capace di vibrare con una weirdness che è tutta loro.

Bisogna leggere così, ad esempio, The Fruits of Conquest, una sorta di ballata alla Rolling Stones (gli ultimi Stones) priva della loro dimensione erotica, ripiegata com’è sulla sua stessa robotica. Oppure il richiamo nemmeno troppo velato ai Radiohead di Ok Computer negli intrecci di chitarra di Albert Hammond Jr. e Nick Valensi su cui si costruisce la conclusiva Tyrants of the Mellow Moon, che sembra far terminare il disco in media res, come se ci fosse ancora moltissimo da dire ma sapendo che molto è stato detto.

Non è un caso che quegli stessi arpeggi finali richiamino anche l’inizio del disco, dove Psycho Shit funziona da manifesto sia sonoro (la dimensione parallela degli Strokes ora mette in mezzo vocoder e new wave, chitarre affilate ma capaci di respirare e pattern sonori con la batteria di Fab Moretti al solito marziale, robotica ma con intatta la sua personalissima aura ritmica), sia poetico, prendendo posizione contro il genocidio a Gaza.

The Strokes - Falling out of Love (Audio)

Questa old new wave degli Strokes è quindi musicalmente singhiozzante e sincopata, come in Dine N’Dash; è volutamente capace di decostruire lo stereotipo di loro stessi, come in Lonely in the Future e Going to Babble On; ma è anche memore della lezione di Ric Ocasek dei Cars, capace di unire innovazione e capacità di restare impressi, come nel primo singolo Going Shopping.

Qualche mese fa su queste stesse pagine mi chiedevo se avessimo ancora bisogno degli Strokes e se avessero ancora qualcosa da dire. Io ovviamente ci speravo e, uscito dai primi ascolti di Reality Awaits, non ho motivo di dirmi deluso. Perché è il disco che più di altri dà un senso compiuto all’evoluzione, da molti incompresa, che Casablancas e soci hanno operato negli anni devastando la loro stessa immagine e allontanandosi il più possibile dal ruolo di salvatori del rock’n’roll che gli avevano appiccicato addosso ai bei tempi. E anche se alla fine in questo disco quello che manca è la canzone (non è Going Shopping, che ribadisco essere carina e nulla più), come lavoro che fotografa il presente – sia del mondo, sia della band – funziona molto bene, consegnandoci tra l’altro forse il disco più apertamente politico tra i sette della discografia dei newyorchesi.