Samantha Morton, o l’arte di rubare un film di Nolan in pochi minuti | Rolling Stone Italia
The witches are back

Samantha Morton, o l’arte di rubare un film di Nolan in pochi minuti

Nel cast di 'Odissea', con mezza Hollywood da copertina, a farsi ricordare è la meno famosa di tutti. Il regista ha paragonato la sua performance a quella di Heath Ledger nel 'Cavaliere oscuro'. E non stava esagerando

Samantha Morton, o l’arte di rubare un film di Nolan in pochi minuti

Samantha Morton al photocall londinese di 'Odissea'

Foto: Tim P. Whitby/Getty Images for Universal Pictures

Ci sono due modi per diventare il nome di cui tutti parlano in un film da 250 milioni di dollari diretto da Christopher Nolan. Il primo è essere Matt Damon, Anne Hathaway, Zendaya, Tom Holland o Charlize Theron, per elencare alcune delle mega star che il fautore del blockbuster intellò ha assemblato (sì, come gli Avengers) per l’impresa. Il secondo è essere la meno famosa della compagnia, ma ipnotizzare pubblico e troupe trasformando gli uomini di Odisseo in maiali con le mani, mentre canticchi, senza un solo fotogramma di CGI. Samantha Morton ha scelto il secondo.

Prendetela dalla fonte, non da me: mister Nolan, che le interviste le dosa col contagocce e le iperboli ancora meno, ha detto al Los Angeles Times qualche settimana prima dell’uscita di Odissea: “Non ci sono limiti alla sua performance. Dopo uno dei suoi ciak, la troupe le ha fatto un applauso lunghissimo… l’ultima volta che era successo in un mio film era stato con Heath Ledger sul set del Cavaliere oscuro”. Praticamente un paragone che in casa Nolan (e non solo) equivale a una canonizzazione.

Samantha Morton nei panni di Circe. Foto: Universal Pictures

E, ve ne sarete accorti immediatamente se avete visto il film, l’hype non era certo marketing. In un cast che allinea quattro Oscar vinti (Hathaway, Theron, Nyong’o, più lo script di Damon) e innumerevoli facce da copertina, peraltro quasi tutti alle prese con la mission: impossible di sembrare credibili dentro un poema epico in costume, tra elmi e monologhi sulla guerra e sul destino, a vincere è quella per cui, appena si sono riaccese le luci in sala, probabilmente qualcuno ha preso il telefono per cercare “chi è la strega di Odissea”. Perché la sua è a mani bassissime la performance più potente del film. Lo scrivevo già nella recensione (qui): mai sensuale come vorrebbe l’immaginario ma inquietante, manipolatrice, rivelatrice in un modo che non avevamo visto da Nolan finora. È forse più strega celtica (ci torniamo) che maga mediterranea. Il body horror artigianalissimo della trasformazione in porci è puro cinema, e il femminismo latente non sembra mai retorico (ma un po’ anacronistico, quello forse sì).

La scena in questione dura una manciata di minuti su un film di quasi tre ore: Circe accoglie i naufraghi di Odisseo nella sua casa su Eea, li disarma con l’ospitalità e poi li trasforma in maiali plasmandoli letteralmente con le dita, come se il suo corpo fosse lo strumento della magia. “Non c’è CGI, è tutto reale, in camera”, ha confermato a Vanity Fair, in un’epoca in cui a Hollywood si risolve tutto in post-produzione. “Amo i teatri delle marionette”, ha spiegato. “È la connessione tra chi performa e il burattino… pensate a War Horse: non ci vuole molto prima che tu dimentichi di avere a che fare con un pupazzo”. Morton si descrive come una burattinaia che diventa un tutt’uno con la creatura che manovra, la stessa logica di Dark Crystal che l’attrice guardava da bambina in un negozio di videocassette horror gestito, illegalmente, dal patrigno. Altri tempi, altra scuola per una futura character actress.

C’è anche un dettaglio che nemmeno lei aveva previsto: il canticchiare sommesso durante la trasformazione. “Non pensavo che l’avrei fatto. Ma io non so mai cosa succederà”, ha raccontato a Hollywood Reporter, altro che metodo. Prima ancora di leggere il romanzo di Madeline Miller su Circe, ha chiesto a Nolan e alla produttrice Emma Thomas di lasciarla lavorare “senza essere appesantita dall’interpretazione di qualcun altro”: ha comprato il libro, l’ha aperto, e qualcosa le ha detto di richiuderlo. È l’esatto opposto di quello che faceva a diciannove anni, sul set di un adattamento tv di Jane Eyre, quando girava con il romanzo sottolineato come una Bibbia e litigava riga per riga con lo sceneggiatore.

Le scene di Circe poi sono girate in Scozia, dove vivono i suoi genitori affidatari, e Morton ne parla in termini quasi religiosi: “Sentivo che i miei antenati erano stati lì”, ha detto sempre a Vanity, agganciando la sua strega a quelle vere della storia: “Le levatrici, le erboriste, le madri, le donne sagge” demonizzate per secoli. Se il suo personaggio sembra uscito da una brughiera più che dal Mediterraneo, un motivo c’è: Morton è inglese, di Nottingham, classe 1977, recita da quando aveva dodici anni ed è cresciuta nel sistema degli affidi, dodici famiglie diverse, vari istituti, un’infanzia che racconta così: “Ero un’estranea nella società normale, eravamo considerati scarto. Ho dovuto lottare solo per avere una voce”. A sedici anni debutta al Royal Court di Londra; il resto è tre decenni di carriera costruiti sulla qualità dei ruoli più che sui minuti di schermo.

Charlize Theron e Samantha Morton alla première londinese di ‘Odissea’. Foto: Giulia Parmigiani per Universal Pictures

Due candidature all’Oscar: la spalla muta e sensuale di Sean Penn in Accordi e disaccordi di Woody Allen (2000) e la protagonista irlandese di In America di Jim Sheridan (2003). Una filmografia che è quasi un bignami del cinema d’autore anglo-americano dell’ultimo trentennio: Minority Report di Spielberg accanto a Tom Cruise, Morvern Callar di Lynne Ramsay, Synecdoche, New York di Charlie Kaufman, fino al ruolo da protagonista di Caterina de’ Medici in The Serpent Queen. Ma se c’è un personaggio per cui il grande pubblico la riconosce davvero, è un altro: Alpha, la spietata leader dei Whisperers in The Walking Dead (2018-2020). Negli ultimi anni si è specializzata in una disciplina olimpica che pochissimi sanno praticare: comparire per pochi minuti in un film e ribaltarne gli equilibri, vedi Anche io (She Said) e The Whale. Quest’anno l’abbiamo vista anche in Anemone, il ritorno sullo schermo di Daniel Day-Lewis dopo il ritiro, sceneggiato insieme al figlio regista Ronan: non proprio una compagnia per principianti, né per chi si accontenta.

“Penso di essere affidabile, forse. Sanno che darò il 150%, ma sono anche consapevole che non si tratta di me”, ha detto a proposito del suo mestiere di rubascene professionista. Ed è forse la chiave di tutto: Morton non porta bagaglio, arriva, restituisce l’anima del personaggio in pochi minuti e se ne va. Lo stesso approccio con cui, per sua stessa ammissione, ha affrontato un set con un budget colossale e un cast di nomi-sopra-il-titolo senza farsi intimidire da nessuno: “Siamo tutti esseri umani, e siamo tutti fortunati a poter fare film”.

E in un film che vende dèi, mostri e otto protagonisti da locandina, il momento che resterà di più delle ciclopiche scenografie IMAX arriva da un’attrice che della sua Circe e di quella scena memorabile dice soltanto: “Volevo possederla. Volevo esserlo”. Gli eroi li ricordiamo tutti. Le streghe, quelle vere, no.