Non voglio più sapere nulla della vita privata di Amy Winehouse | Rolling Stone Italia
La guerra della memoria

Non voglio più sapere nulla della vita privata di Amy Winehouse

Il documentario ‘Anima ribelle’, su Now in italiano a 15 anni dalla morte, è la risposta dei genitori a ‘Amy’ di Asif Kapadia, ma fa venire voglia di saperne di meno, non di più. Con un’appendice inattesa lontano dalle videocamere

Non voglio più sapere nulla della vita privata di Amy Winehouse

Amy Winehouse

Foto: Sky

Lo scopo di Amy Winehouse – Anima ribelle, titolo che è la versione italiana e sciagurata dell’originale Reclaiming Amy, lo dicono senza troppi giri di parole i genitori della popstar nel giro di un paio di minuti. Vogliono riprendersi la memoria della figlia. Mamma Janis dice che «voi credete di conoscere mia figlia, droghe, dipendenza, rapporti distruttivi, ma c’era molto di più». Papà Mitch ricorda che «ancora oggi mi dicono: sei complice della morte di tua figlia, l’hai uccisa». Il riscatto della famiglia del fenomeno è servito nell’arco dei 50 minuti del documentario diretto da Marina Parker e prodotto dalla BBC nel 2021. Era il decennale della morte, ieri sera lo si è visto in italiano su Sky Arte in occasione del 15ennale ed è disponibile on demand su Now. Da una parte offre un ritratto intimo e casalingo della cantante, sottraendola alla mitizzazione della fattanza che ha finito per caratterizzarla, dall’altra contribuisce ad alimentare il ciclo di ipotesi e controipotesi sulla vita di Amy che a 15 anni dal quel 23 luglio 2011 può avere un effetto quasi disturbante.

La voce narrante è quella della madre Janis Seaton, una signora di 72 anni, all’epoca delle riprese almeno cinque in meno, con cui non si riesce a non empatizzare. Si commuove pensando alla figlia, scende a fatica le scale dell’abitazione dove vive a nord di Londra, fa riabilitazione in salotto con una terapista. È affetta da sclerosi multipla e i suoi ricordi non sono più nitidi, è bene fissarli in video nel caso spariscano. Mostra la stanza che ha dedicato ai cimeli della figlia. Il secondo marito Richard Collins prende da un’anta a vetro due paia di scarpe di Amy. «Queste sono Louboutin», dice l’uomo, «costavano oltre 500 sterline». Siamo distanti dall’esistenza glamourous sfiorata dalla figlia che è rappresentata sotto forma di dischi d’oro e ricordi vari.

Una immagine della piccola Amy Winehouse mostrata dalla famiglia nel documentario. Foto: Sky

Amy e la madre Janis. Foto: Sky

Mai fidarsi di un documentario ufficiale, tanto meno di uno fatto post mortem dai genitori che, per carità, hanno tutto il diritto di difendersi e raccontare la loro storia, ma non possono accampare pretese di oggettività, se mai è stato prodotto nella storia un documentario veramente oggettivo. Dico difendersi perché 11 anni fa Amy di Asif Kapadia raffigurava la cantante come un incrocio fra Kurt Cobain e Marilyn Monroe, non solo un’artista troppo fragile per la fama e quindi predestinata alla rovina, ma anche una ragazza sfruttata e lasciata sola di fronte alla voracità dell’industria dell’intrattenimento. Anzi, peggio. C’era una scena particolarmente disturbante che aveva come protagonista il padre. Amy stava tentando di rimettersi in sesto tendendosi lontana dal circo dei media sull’isola caraibica di Santa Lucia. Fregandosene della sua volontà, Mitch aveva invitato la troupe del reality televisivo di cui era protagonista per filmare la figlia in spiaggia. Non stupisce che l’uomo dica di avere avuto un esaurimento nervoso dopo aver visto il film di Kapadia.

Reclaiming Amy è quindi la risposta casalinga e decisamente più ordinaria alla Winehouse di Kapadia, che aveva ben altra potenza di fuoco visiva e narrativa. Non si pensi, dice Janis, che i problemi della figlia siano stati causati da un’infanzia infelice. È cresciuta in una casa piena d’amore, aggiunge il padre, ed ecco vecchi video e foto, una vita ben documentata: in braccia alla mamma in ospedale il 14 settembre 1983, sorridente a 3 anni, con l’amichetto delle scuole elementari, con le amiche. È come entrare a casa dei genitori che dieci anni dopo la morte della figlia ti fanno vedere i filmini famigliari e tirano fuori le vecchie pagelle, rileggendo i giudizi sulla bambina che amava esibirsi. Sorrisi e malinconia. Ritroviamo la madre appoggiata a un bastone di fronte alla tomba con la stella di Davide della figlia e della suocera Cynthia, che tanto importante è stata per la cantante, e poi con l’ex marito davanti alla casa dov’è morta Winehouse. C’è una frase ricorrente, è il mantra del documentario: Amy era una ragazza sorridente, non è diventata così perché è stata cresciuta male.

Foto: Sky

Foto: Sky

Non si sa bene che cosa provare di fronte alla mezza rivelazione di una delle tre amiche chiamate a raccolta dalla mamma per «farmi conoscere aspetti di mia figlia che non conoscevo» e che servono in fondo per rafforzare la tesi dei genitori: il pericolo non era dentro casa, era semmai fuori. Lei si chiama Catriona Gourlay e parla della sua relazione «unica, indefinita» con Amy con la quale ha convissuto. «Ci siamo amate profondamente. Quello che ho capito conoscendola è che lei era confusa su cosa significasse per lei». Gourlay va oltre e dice che «quando c’è qualcosa che resta indefinito per anni diventa difficile e credo che questa sia la chiave per capire lei e le sue difficoltà. In un’intervista disse: “Non sono lesbica finché non bevo quattro sambuche”. Forse nessuno sa che nella sua vita ci furono altre relazioni in cui qualcuno l’amava davvero e si prendeva cura di lei e avrebbe fatto qualunque cosa per renderla felice». È curioso che un particolare tanto intimo, usato in contrapposizione all’amore tossico con Blake Fielder-Civil, che è anche qui il villain incontrastato, venga se non rivelato almeno sottolineato in un documentario in cui la famiglia intende proteggere la memoria della figlia. E difatti quando la storia è venuta fuori, cinque anni fa, la bisessualità di Winehouse è tornata ad essere materia di gossip, com’era successo prima che morisse.

Alla fine nel documentario non c’è risposta alla domanda sul perché Winehouse si sia in buona sostanza autodistrutta. Forse è un insieme di cose. Le amiche dicono che col successo di Back to Black «è scoppiato tutto», i fotografi che la braccavano, la pressione della fama, quelle cose. La morte della nonna Cynthia è stata l’evento che ha causato il crollo. «Mia madre ed io eravamo molto legati e quando Amy è stata male lei non c’era per aiutarmi o guidarmi», dice Mitch, che all’epoca della morte della figlia era già 60enne e quindi decisamente maturo. «Per questo sono stati commessi errori. La saggia della famiglia se n’era andata». Quando stava male ha fatto pressioni perché continuasse ad esibirsi? «Non è vero», ribatte l’uomo. «Le dicevo: non puoi continuare. Ma lei andava avanti, non potevi dirle cosa fare o non fare. Tutte queste cose sul manager che la costringeva non sono vere. Nessuno controllava Amy. Comandava lei». Catriona assicura che «più controllata di così non poteva essere». L’idea che passa è che la famiglia sia intervenuta tante volte per proteggere Winehouse, che dopo un anno ha smesso con le droghe. Solo che ha cambiato dipendenza: è passata all’alcol, che alla fine l’ha uccisa.

Winehouse indossa la collezione AW10 di Fred Perry. Foto: Sky

A Camden Town, London, nel luglio 2011. Foto: Sky

Winehouse beveva per sentirsi normale, dice l’amica Chantelle Dusette, e quando non beveva era ansiosa. Era da sempre bulimica, spiega un’altra amica e stilista Naomi Parry. «Allora erano ancora argomenti tabù», altra parola mantra del doc. «Più la sua salute peggiorava» dice la madre «più la mia malattia progrediva. Non potevo aiutarla». Amy, dice Naomi, «non voleva ammettere di avere problemi di salute mentale» che stavano alla base dell’alcolismo. Era incline alla dipendenza. E quindi l’unica possibile per quanto vaga risposta alla domanda sul perché fornita dal documentario sta in uno dei frammenti di intervista di Amy che vengono ripresi: «Qual è la mia paura più grande? Di cosa ho paura? Di me stessa».

A me Amy Winehouse – Anima ribelle non ha fatto venire voglia di saperne di più, ma di meno. Lo so bene che i documentari musicali servono a definire e ridefinire i profili pubblici, ma alla lunga i dettagli più o meno intimi, i ritratti e i controritratti, le rivelazioni sulla vita privata, le accuse e le controaccuse, gli amori, gli umori e i dissapori, le dispute sulle colpe rischiano di strappare Winehouse e fatalmente la sua musica dal campo del talento e dell’immaginazione per portarli in quello decisamente più prosaico delle piccole miserie umane. Non è troppo?

C’è una scena del documentario in cui Janis e Mitch raccontano che dopo la morte della figlia ne hanno raccolto gli averi in un magazzino. Dopo tanti anni vanno a visitare quell’archivio e passano in rassegna i vestiti, le foto, le cose che aveva e che intendono mettere all’asta a scopo benefico. È notizia di appena tre mesi fa che una giudice dell’Alta Corte di Londra ha dato torto a Mitch nella disputa contro due delle amiche che appaiono nel documentario. Naomi e Catriona avevano venduto vestiti e altri oggetti personali che la cantante aveva regalato loro ricavando quasi un milione e mezzo di dollari, il 30% dei quali versati alla Amy Winehouse Foundation, ente benefico che aiuta ragazze in difficoltà istituito in memoria della cantante e presieduto dalla seconda moglie di Mitch. Secondo quest’ultimo, le due si sono approfittate della figlia e hanno venduto quegli oggetti a sua insaputa. La giudice ha affermato che l’uomo non poteva accampare alcun diritto sugli oggetti regalati alle amiche e ha aggiunto che Mitch Winehouse è «comprensibilmente sensibile» nei confronti di chi cerca di sfruttare la memoria della figlia, ma «è altrettanto sensibile nel garantire che la famiglia continui a trarne beneficio economico».

Forse il migliore omaggio che si può fare a Amy Winehouse a 15 anni dalla morte è augurarsi che tutto questo finisca.