John Lydon: «Sono la cosa migliore uscita dal punk» | Rolling Stone Italia
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John Lydon: «Sono la cosa migliore uscita dal punk»

Ha compiuto 70 anni, ha perso moglie e miglior amico e la sua ex band, i Sex Pistols («persone speciali con bisogni speciali»), gli ha fatto causa. Ma oggi, riabbracciati i PiL, il padre del punk è tornato. L’intervista

Foto: Paul Heartfield via Virus Concerti

Forse non è l’idea che vi siete fatti di lui, ma la bevanda preferita di John Lydon è il succo d’ananas. Nel mezzo di una chiamata Zoom dalla sua casa di Londra, dove sta «bolliendo» visto che l’Inghilterra è alle prese con un’ondata di caldo anomalo, Lydon interrompe la conversazione per andarsi a versare un altro bicchiere. Quando torna sbraita: «Ecccooo Johnny!». Poi beve un sorso e mostra un sorriso sgangherato: «Pulisce l’organismo».

Lydon è la voce più irriverente del punk: prima come frontman dei Sex Pistols e poi come leader dei Public Image Ltd. dove ha trasformato il motto “anger is an energy” in un manifesto. Oggi ha 70 anni eppure, sotto molti aspetti, è ancora lo stesso provocatore di sempre. Indossa sempre completi a quadri dai colori improbabili – oggi un mix di diverse tonalità di blu e… salmone? – e sfoggia ancora la sua inconfondibile chioma rossa, che oggi si abbina a quello che è forse il segno più evidente dell’età: un paio di occhiali dalle lenti rosate. Continua a fumare come un turco. «Alla fine sono ancora qui, no?», ridacchia tra una boccata e l’altra. «Preferisco morire prima, ma felice, piuttosto che arrivare a 90 anni infelice. Ho ignorato qualsiasi consiglio medico mi sia mai stato dato. E intendo continuare a farlo».

I Public Image Ltd. stanno vivendo l’anno più intenso degli ultimi decenni. Hanno già fatto una trentina di concerti, tra Europa e Sud America, e ne hanno in programma un’altra ventina in Nord America nell’ambito di una tournée che hanno ironicamente chiamato This Is Not the Last Tour. Anche il calendario del prossimo anno è già pieno di date tra i vari continenti.

«Dal vivo i Public Image sono feroci», spiega Lydon. E aggiunge che stare sul palco continua a dargli una scarica unica. «Prima di andare in scena provo paura, tormento, ansia, dubbi, tutto assieme. Ma una volta sul palco lascio da parte l’ego e l’ansia e mi ci butto dentro. È quello il momento in cui capisci di essere esattamente dove dovresti stare».

Quest’anno i PiL pubblicheranno un album dal vivo, Alive, e allo stesso tempo hanno già iniziato a registrare il prossimo disco. Il titolo provvisorio, racconta Lydon con un sorriso, è AI: Actual Intelligence, spiega sottolineando volutamente la parola actual. A inizio anno la band è andata in Portogallo, dove ha scritto una ventina di brani. «La direzione musicale è varia, i puristi lo troveranno insopportabile. Ma al diavolo i puristi: si facciano una band tutta loro».

Entro la fine dell’anno rifiniranno una decina di pezzi a Londra anche grazie a Noel Gallagher, che ha messo a disposizione il suo studio. «Con lui ci siamo trovati subito bene», dice Lydon. Quando gli si fa notare che in passato non è mai stato tenero con gli altri gruppi e gli si chiede se abbia mai parlato male degli Oasis, sorride: «Niente che lui abbia preso come un’offesa».

Il nuovo album sarà il primo dei PiL dopo End of World del 2023, che conteneva la delicata Hawaii, il brano con cui la band ha partecipato alle selezioni per l’Eurovision. Sarà anche il primo disco inciso dopo la scomparsa, nello stesso anno, di due delle persone più importanti nella vita di Lydon: sua moglie Nora Forster e il suo migliore amico, nonché manager dei PiL, John “Rambo” Stevens.

Inutile dire che Lydon ha passato un decennio complicato, compresa l’aspra battaglia legale con gli ex compagni dei Sex Pistols, che hanno deciso di proseguire senza di lui scegliendo Frank Carter come nuovo cantante. Eppure, oggi si sente una persona diversa, pur conservando gli stessi vecchi vizi. «Ho scoperto dentro di me una forza che non sapevo di avere», dice, ripensando a come ha ricostruito la sua vita dopo il lutto. «Sento di nuovo il bisogno di lavorare, creare, uscire e fare cose. Prima non potevo più fare tutto questo perché non riuscivo a lasciarla sola».

Quest’anno i Public Image Ltd. hanno in programma più concerti che in qualsiasi altro anno dal 1989. Perché questa voglia di tenersi così impegnati?
Be’, praticamente sono morti tutti quelli che conoscevo, quindi non aveva più senso restare a casa a girarsi i pollici (ride). So che detto così suona piuttosto brutale, ma prima è morta mia moglie, poi il mio migliore amico, che era anche il nostro manager. Ho passato quasi un anno a sprofondare nel dolore e a un certo punto ne ho avuto abbastanza. Quel tipo di autocommiserazione è normale, non la puoi controllare. Però arriva il momento in cui devi uscire dalla miseria in cui ti sei cacciato. Quando ho capito di averci sguazzato abbastanza, è arrivato il momento di rialzarmi e ripartire.

Quando hai sentito che era il momento giusto per andare avanti?
Non succede da un giorno all’altro. Semplicemente accade. All’improvviso ti ritrovi a scrivere una nuova canzone senza nemmeno averci pensato, e da lì continui. Scrivere canzoni è l’unica cosa in cui sia mai stato davvero bravo in tutta la mia vita.

Come ti sei sentito a suonare di nuovo dal vivo con i PiL e a scrivere un nuovo album?
Mi piace lavorare sodo. Anzi, più è dura, meglio è. Più sono esausto, più sembra che mi diverta. È come conquistare qualcosa dentro di te che ha bisogno di essere conquistato.

Quanto è stato difficile rallentare per tutti gli anni in cui ti sei preso cura di Nora?
Per un po’ abbiamo provato ad assumere infermiere private e cose del genere, ma non ha funzionato. Ho visto la crudeltà con cui veniva trattata e non riuscivo ad accettarla, non potevo tollerarla. Non la trattavano con il rispetto che meritava. Lei doveva sapere che sarebbe morta a casa, serena, circondata da persone che le volevano davvero bene. È per questo che ho scritto Hawaii. L’ho registrata dal vivo in Irlanda, poi l’hanno mandata a quella sciocchezza dell’Eurovision. Quando l’ho fatta ascoltare a Nora mi ha detto: «È una bella canzone, ma perché piangi? L’hai rovinata». Una frase meravigliosa. È lei al 100%: racchiude perfettamente il suo carattere e quel suo umorismo sottile. Era anni luce avanti rispetto al resto della nazione tedesca.

Sono contento che tu abbia potuto passare quel tempo con lei.
Sì. E ho imparato tantissimo su me stesso.

Che cosa hai imparato?
Se oggi non facessi musica, credo che mi dedicherei ad assistere le persone. La cosa più importante, quando ti prendi cura di qualcuno, non è piazzarlo davanti alla televisione e dimenticartene. Devi continuare a creare momenti di divertimento, mantenere vivo l’umorismo e soprattutto evitare di fare domande. È questo il peccato più grande. «Come stai? Va tutto bene?». Basta con queste sciocchezze. Se hanno bisogno di qualcosa, te lo diranno loro. Bisogna seguire la vecchia regola dello spettacolo: falli ridere.

Anche i tuoi compagni di band, in un certo senso, si prendono cura di te. Lu Edmonds, che aveva già suonato in Happy? del 1987, è rientrato nei PiL nel 2009 ed è ormai il chitarrista che è rimasto più a lungo nella storia del gruppo. Perché con lui ha funzionato così bene?
Perché, come me, non è esattamente qualcuno che definiresti normale. In questa band nessuno lo è. L’industria musicale ci ha sempre considerati dei reietti perché non ci piace seguire gli schemi tradizionali. A me quella roba annoia. Mi piace cambiare forma alle cose. È una parola fin troppo abusata, lo so, ma noi siamo davvero sperimentali.

Foto: Paul Heartfield via Virus Concerti

Che musica ascolti di più in questo periodo?
Di tutto. Ma di solito parto dai testi, mi piace che dicano qualcosa, che abbiano un significato. In generale adoro il pop. Amo la sua spensieratezza, il suo essere usa e getta. In un modo o nell’altro c’è sempre dentro un’angoscia adolescenziale, e con quella riesco a identificarmi immediatamente. Perché dovremmo avere noi tutte le risposte? Ci sono i politici da incolpare per questo.

La politica ultimamente ti ha fatto finire sui giornali. La gente pensa che tu sia Maga, per via delle cose che hai detto su Trump. È così?
Dicano quello che gli pare. A me non piace nessun politico, però in questo casino ci sono finito da solo. Uno mi ha chiesto: «Che ne pensi di Trump?». E così, di getto, ho risposto: «Penso che sia i Sex Pistols della politica». Sul momento mi sembrava divertentissimo, ma la gente l’ha presa sul serio e da lì la questione è andata avanti. Che ci vuoi fare? La prossima volta che qualcuno ti vuole fare una foto, mettiti un cappellino di Trump e vediamo quanto gli sta a cuore la mia libertà di parola. Non molto, a quanto pare. Sono un po’ un piantagrane, no? È la mia natura.

Te ne penti, allora?
Assolutamente no. Più ci penso, più mi piace.

E come va con i Sex Pistols?
Non perdonerò mai il modo in cui mi hanno scaricato addosso quella causa mentre mia moglie moriva di Alzheimer. È stato un gesto quanto mai infelice, e poi usare la Disney per spolparmi (per la serie Pistol, ndr)… Se non avessi raccolto 10 milioni di dollari entro la prima settimana la causa non sarebbe potuta andare avanti. Sono soldi che avrei potuto spendere per prendermi cura della mia adorata Nora. Sapevano che stava male.

Su una scala da 0 a 100, quante probabilità ci sono di rivederti con loro?
Siamo nel meno infinito. La roba che mi hanno tirato addosso in un momento di lutto… Non posso dimenticarlo.

I tuoi ex compagni di band si sono fatti sentire per la morte di tua moglie?
No.

Sembra che manchi un certo livello di rispetto.
Sì, rispetto zero. Mettere insieme quel mockumentary sui Pistols, non degnarmi di una parola per tre anni, non condividere niente con me, non considerare che io potessi avere un’opinione in merito, e poi trascinare la cosa in tribunale: è stata una cosa davvero, davvero senza gusto. Quindi no, io non frequento gente di bassa lega.

L’anno prossimo Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols compie 50 anni. Hai mai pensato di celebrarlo con un tour tutto tuo, senza di loro?
E come? Io e il mio tamburello verde?

Sono sicuro che troveresti dei musicisti ad accompagnarti.
No. Dio, quanti album ho fatto… venti? Sono un autore prolifico. Sono così avanti rispetto a quel primo gradino della scala che sarebbe come tornare all’Antiques Roadshow a comprare una credenza di seconda mano quando potresti averne una nuova, perfettamente buona.

Non lo faresti nemmeno per dispetto?
Non ci riesco, non riesco a trascinarmi dell’odio. Mi passa in fretta, non voglio spenderci tempo e energie.

Però dicono che la miglior vendetta sia vivere bene.
Non sto neanche cercando una vendetta. Ok, sarebbe bello pensarli arrabbiati e furiosi per le mie meravigliose avventure soliste. Ma finirebbe lì. No, se avessero preso la cosa in un altro modo, se fossero stati aperti e amichevoli con me, chissà quali regali ne sarebbero potuti venire fuori. Invece hanno deciso di agire tramite sotterfugi.

Steve Jones ha ipotizzato che torneresti nei Pistols per soldi.
Ecco a te la disperazione. Quanto poco mi conoscono. Devono essere gli unici idioti sul pianeta capaci di pensare una cosa del genere di me. Sono persone speciali con dei bisogni speciali.

 Glen Matlock ha detto di essere stato lui a dare il voto decisivo per andare avanti senza di te. Ha detto: «Se negli anni non ti portano il giusto rispetto, difficilmente si metteranno dalla tua parte».
Ma di cosa parla? No, non mi è mai piaciuto e non me ne importa niente. È un tipo molto antipatico, ma io non gli ho mai e dico mai mancato di rispetto sul piano economico, né ho fatto passare accordi o proposte che pensavo potessero danneggiarlo in qualche modo.

Qual è oggi il tuo ruolo nell’organizzazione Sex Pistols?
Una volta funzionava che niente poteva passare senza l’accordo di tutti e quattro. Adesso invece funziona tre contro uno e loro hanno tutti lo stesso management, gli stessi rappresentanti. Che comodità! Comunque tutto questo non li ha portati da nessuna parte, non hanno idee. Rimasticano tutta la mia roba dei primi tempi. È tutto quello che hanno.

Prenderesti in considerazione di suonare pezzi dei Pistols in una scaletta dei PiL?
Lo facevamo. Adesso no, mi sembrerebbe di tornare indietro a maneggiare qualcosa che all’epoca era selvaggio, meraviglioso, grandioso, e che nel frattempo però è stato contaminato. È come ripescare dalla fogna i tuoi calzini preferiti. I Sex Pistols sono nello stesso cartellone con noi, a un festival. Credo suonino la sera prima. Il promoter ci ha telefonato: «Oddio, sarà un problema per voi?». Assolutamente no. Semmai il confronto yin e yang è più un problema per loro. Non negherei mai il diritto di guadagnare. Ma mi lusinga molto che i promoter mi facciano una domanda del genere.

Quest’anno viene chiamato il 50° anniversario del punk, perché il primo album dei Ramones è uscito nel 1976. La pensi così anche tu?
Alle band newyorkesi piace raccontare che è cominciato tutto da lì, ma io vengo da una cultura che si chiama cultura britannica. È questo il mio background. Le mie canzoni parlano della Gran Bretagna, dell’ansia giovanile e della scena musicale inglese in cui sono cresciuto. Qualunque cosa stessero combinando a New York, erano comunque tutti molto più vecchi di noi. Era una cosa completamente diversa. È stata una cosa meravigliosa, di certo, ma di nuovo: era un continente completamente diverso, con urgenze completamente diverse.

Quest’anno Rolling Stone ha stilato la classifica dei 100 migliori album punk di sempre. Never Mind the Bollocks è arrivato settimo, Second Edition dei Public Image 56°. Sei curioso di sapere com’è la top 10?
Non me ne può fregare di meno. Classificati da chi, e per quale scopo? Che politica c’è dietro quelle decisioni? Conosco un sacco di gente diventata molto, molto pretenziosa molto in fretta appena hanno cominciato ad arrivare i premi. Io accetto solo i premi di chi mi paga il volo. E a volte comunque non mi presento lo stesso.

Qual è la cosa migliore uscita dal punk?
Io.

Tutto qui?
Io sono uscito da quella categoria e mi sono rifiutato di farmi etichettare e di continuare a suonare così. Per un po’ sono stato demonizzato per questo, mentre adesso vengo celebrato proprio per quello. Suona egocentrico perché deve suonare così. A 70 non ha più senso fare i timidi. Sono arrivato lontano con il mio piccolo cazzo.

Foto: Paul Heartfield via Virus Concerti

Compiere 70 anni ha significato molto per te?
Una volta. Una volta mi faceva impazzire. Mi ricordo quando a 21 anni urlavo di rabbia, non rispondevo al telefono, abbassavo le tapparelle e facevo finta di non essere in casa. Ora a 70 anni penso: è un risultato straordinario, John. Sono ancora qui nonostante la quantità di sostanze chimiche che mi sono versato in testa, che ho mandato giù nelle budella e che mi sono tirato su per il naso. A quanto pare ho fatto tutto nel modo completamente sbagliato per tutta la vita. Sarò sempre un quadrato che cerca di infilarsi in un buco rotondo, ma è così che mi ha fatto la natura, e sembra funzionare.

Adesso che hai 70 anni, come la vedi l’anarchia che predicavi un tempo?
Penso di avere un senso dell’umorismo vivace. È quello che mi salva.

Però allora sembrava che volessi un vero cambio di regime, in Inghilterra.
Il nemico era la noia, no? (Con accento americano) Lo stile di vita suburbano offerto a tutti. (Di nuovo con accento britannico) Capisci, la stessa macchina di sempre, la stessa casa uguale a tutte le altre, lo stesso prato ben curato. Era una forma di repressione. Serviva davvero uno scossone, ma non è finita benissimo, no? È possibile? Non lo so. Adesso è nelle mani di gente più giovane di me e di te. E ci fa paura perché sembra che abbiano rinunciato a pensare.

Fa venire in mente quella maledizione sul vivere in tempi interessanti.
Credo di sì. Sono contento che tu l’abbia detto, perché è esattamente come mi sento. Questo è molto interessante. È la caduta dell’Impero romano o un passo avanti verso qualcosa di molto più eccitante? Non lo so. Potrebbe andare in entrambe le direzioni. Siamo costantemente sul filo del rasoio. Ma alla fine le persone con posizioni estremiste si smorzeranno a vicenda.

Nel 1980, pochi anni dopo aver fondato i PiL, in un’intervista hai detto una cosa interessante: «Il rock’n’roll è finito. Va avanti da 25 anni e va cancellato. I Pistols hanno posto fine al rock’n’roll». La vedi ancora così?
Sì, perché il rock’n’roll era diventato bruttissimo, pretenzioso. Tutte le band avevano lo stesso aspetto, lo stesso suono, cantavano lo stesso tipo di canzoni. Andava avanti così in modo incredibilmente noioso. E poi c’erano delle band tipo  Emerson, Lake and Palmer o gli Yes a fare quei rumori scomposti, con grande plauso della critica. Ed era ancora più pretenzioso delle stupidaggini normali, ma era tutto impacchettato e servito per bene, presentato come il nuovo meglio da sentire assolutamente. E tutto questo lo detestavo. Ma poi il punk si è trasformato nella stessa cosa. Non per colpa delle mie scorribande, sia chiaro. C’è stato un periodo in cui tutti volevano essere Johnny Rotten e volevano sbarazzarsi di Johnny Rotten per poterlo diventare.

Be’, non ci sono riusciti, no?
No. Sono peggio del coniglietto della Duracell.

Da Rolling Stone US.