10 grandi one-man album | Rolling Stone Italia
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10 grandi one-man album

Da Paul McCartney a Kevin Parker passando per Stevie Wonder, Mike Oldfield, Prince e Dave Grohl, gli autentici dischi solisti, nel senso che sono interamente (o quasi) suonati da una sola persona

10 grandi one-man album

Paul McCartney

Foto: David Litchfield/MPL Communications Ltd

Un musicista che registra un album interamente da solo non sorprende più nessuno. Un laptop, una scheda audio, alcuni microfoni, una libreria di suoni e un software di registrazione sono più che sufficienti per comporre, sovraincidere e mixare. È una normalità figlia dell’era digitale e di strumenti che hanno abbattuto costi e barriere tecniche, rendendo la produzione musicale un’attività alla portata di chiunque abbia tempo e determinazione. In quanto al talento, occorre valutare caso per caso.

Negli anni ’60 la situazione era completamente diversa. Pensare che una sola persona potesse occuparsi di ogni parte strumentale era fantascientifico. A cambiare le regole del gioco è stata l’evoluzione tecnologica. L’affermazione dei registratori multitraccia – prima a quattro piste, poi a otto, sedici, ventiquattro – ha reso possibile incidere le parti strumentali una sopra l’altra con una libertà impensabile solo pochi anni prima. Parallelamente sono migliorati i sistemi di sincronizzazione, le console di missaggio sono diventate più sofisticate e gli strumenti elettronici hanno iniziato a occupare un ruolo sempre più importante, soprattutto sintetizzatori e drum machine consentivano a un singolo musicista di ampliare enormemente la tavolozza sonora. In questo contesto alcuni artisti non si sono limitati a comporre le canzoni o a essere parte di una band, ma hanno suonato ogni strumento, cantato ogni sezione vocale, curato gli arrangiamenti e, spesso, partecipato alla produzione.

Le motivazioni erano diverse. Per qualcuno significava sottrarsi ai compromessi inevitabili del lavoro di gruppo, per altri era il desiderio di esplorare territori musicali troppo personali per essere affidati ad altri. In alcuni casi è stata una sfida tecnica: la dimostrazione delle proprie capacità di polistrumentista. Il risultato è una serie di album che ancora oggi conservano un fascino particolare poiché rappresentano una forma estrema di controllo creativo. Opere nelle quali ogni nota, ogni timbro e ogni scelta sonora riflettono in pieno, senza compromessi, la sensibilità di un unico autore.

Ascoltarli significa entrare nella mente di musicisti che hanno trasformato lo studio di registrazione in un’estensione della propria immaginazione, anticipando in molti casi un modo di fare musica che sarebbe diventato comune soltanto decenni più tardi. Da Paul McCartney a Mike Oldfield, da Jon Anderson a Prince, passando per Todd Rundgren, Stevie Wonder e altri protagonisti di epoche diverse, ecco dieci album (in ordine cronologico) che dimostrano come, molto prima della rivoluzione digitale, qualcuno aveva già intuito che una sola persona bastava per costruire un intero universo sonoro.

  • McCartney

    Paul McCartney 1970

    Poche settimane prima dello scioglimento ufficiale dei Beatles, Paul McCartney si rifugia nella sua fattoria scozzese insieme alla moglie Linda e, lontano dalle tensioni che stanno consumando il gruppo più famoso del mondo, decide di registrare musica senza alcun progetto preciso, solo per ritrovare se stesso. Sfruttando le possibilità offerte dai multitraccia, sovraincide chitarre acustiche ed elettriche, basso, pianoforte, batteria, percussioni, mellotron e voce. Non si tratta di una dimostrazione di bravura, ma della ricerca di una libertà creativa assoluta, lontana dalle dinamiche della band. Il risultato spiazza pubblico e critica. Dopo anni di produzioni sempre più sofisticate con i Beatles, molti si trovano davanti a un disco volutamente scarno, casalingo, con frammenti, idee abbozzate e brani registrati come sorta di diario. Affrancandosi dall’esperienza di gruppo, McCartney mostra un musicista in grado di gestire la sua arte in maniera totale.

  • Something/Anything?

    Todd Rundgren 1972

    Le prime tre facciate del doppio Something/Anything? sono realizzate da Todd Rundgren in completa solitudine, componendo, arrangiando, cantando e suonando ogni parte strumentale. Solo la quarta, registrata dal vivo in studio con una band, rompe questa autarchia creativa. All’inizio degli anni ’70 un’operazione del genere era ancora eccezionale. Pur sfruttando le possibilità offerte dai registratori multitraccia, richiedeva una padronanza tecnica fuori dal comune, oltre alla capacità di immaginare un brano nella sua interezza senza il contributo di altri musicisti. Rundgren possedeva entrambe le qualità. Chitarrista, tastierista, batterista, bassista, cantante e produttore, trasforma lo studio in un laboratorio nel quale ogni dettaglio passa esclusivamente attraverso la propria sensibilità. Ma Something/Anything? non colpisce soltanto per l’impresa tecnica. È soprattutto la dimostrazione che un musicista può attraversare linguaggi molto diversi senza perdere coerenza. Pop, hard rock, soul, rhythm and blues, ballate pianistiche e sperimentazione convivono con naturalezza in un disco che sembra rifiutare qualsiasi etichetta.

  • Music of My Mind

    Stevie Wonder 1972

    Quando pubblica Music of My Mind, Stevie Wonder ha appena tagliato un traguardo fondamentale: dopo anni trascorsi come enfant prodige della Motown, ottiene finalmente il controllo artistico pressoché totale sulla propria musica. Da quel momento Wonder metterà le sue doti di compositore, arrangiatore, produttore e strumentista al servizio di una visione totalmente personale. Per farlo sceglie di registrare le parti strumentali in autonomia. È anche tra i primi grandi artisti a comprendere il potenziale espressivo delle tastiere elettroniche, utilizzandole come elementi centrali della scrittura musicale. L’autosufficienza sarà il mezzo per dare uno slancio estremo alla sua creatività. Music of My Mind abbandona le convenzioni della canzone Motown per esplorare strutture più fluide, armonie sofisticate e testi che alternano introspezione, sensualità e riflessione sociale. Brani come Superwoman (Where Were You When I Needed You) e Love Having You Around mostrano un artista ormai affrancato da qualsiasi cliché. Considerato il primo capitolo del suo periodo più ispirato – quello che porterà a capolavori come Talking Book, Innervisions e Songs in the Key of LifeMusic of My Mind usa la tecnologia come strumento di emancipazione artistica.

  • Tubular Bells

    Mike Oldfield 1973

    Quando nel maggio 1973 Tubular Bells arriva nei negozi, Mike Oldfield ha appena compiuto 20 anni. È uno strumentista di talento con alle spalle esperienze nei circuiti folk e progressive, ma nessuno avrebbe potuto immaginare che il suo album d’esordio sarebbe diventato uno dei più straordinari esempi di opera realizzata interamente da una sola persona. Armato di chitarre, bassi, pianoforti, organi, mandolini, glockenspiel, timpani, percussioni e decine di altri strumenti, Oldfield costruisce un lavoro che ancora oggi impressiona per ambizione e complessità. Incidendo uno strumento alla volta e sovrapponendo pazientemente ogni nuova parte alle precedenti, Oldfield realizza un mosaico sonoro in continua espansione, un flusso musicale organico, nel quale temi e variazioni si rincorrono senza soluzione di continuità. Il risultato è un’opera divisa in due lunghe suite che sfida le convenzioni del rock, della classica e del folk, fondendo linguaggi diversi in un racconto puramente strumentale. Il successo dell’album, amplificato anche dall’utilizzo dell’incipit nella colonna sonora de L’esorcista, fa di Tubular Bells il primo grande trionfo della neonata Virgin Records. Ma al di là delle vendite e della fama, il disco è la dimostrazione che un singolo musicista può trasformarsi in una vera orchestra.

  • Boulders

    Roy Wood 1973

    Tra i grandi architetti degli one-man album, Roy Wood è probabilmente il più sottovalutato. Già mente creativa dei Move e fondatore della Electric Light Orchestra, nel 1973 decide di dare forma a un progetto completamente personale. Il risultato è un disco nel quale suona praticamente ogni strumento immaginabile, confermando un talento che pochi, all’epoca, potevano vantare. Wood sembra divertirsi con un’enorme tavolozza sonora sulla quale aggiungere continuamente nuovi colori. Boulders si muove tra pop psichedelico, music hall, rock, folk, jazz, rhythm and blues e suggestioni orchestrali a convivere con naturalezza, riflettendo il gusto enciclopedico del suo autore. Ogni brano sembra appartenere a un universo diverso, ma l’insieme mantiene una coerenza grazie alla personalità di Wood, capace di passare dalla leggerezza ironica a momenti di raffinata malinconia senza mai perdere equilibrio.

  • Olias of Sunhillow

    Jon Anderson 1976

    Per il debutto solista Jon Anderson degli Yes decide di intrecciare spiritualità, ecologia, fantascienza e mitologia, imparando a suonare numerosi strumenti che fino ad allora aveva utilizzato solo marginalmente. Svariati tipi di chitarra, arpa, sintetizzatori, percussioni e una vasta gamma di strumenti etnici vengono registrati uno sopra l’altro, dando vita a un paesaggio ricco e organico. A differenza di molti concept album degli anni ’70, Olias of Sunhillow non si limita a raccontare una storia: costruisce un mondo. Ogni brano aggiunge un tassello a una geografia fantastica popolata da simboli e creature. Molto prima che il concetto di worldbuilding si facesse largo nella cultura pop, Anderson immagina un’opera capace di vivere ben oltre le canzoni, affidando alla musica il compito di evocare immagini che il cinema e i videogiochi avrebbero reso familiari solo molti anni più tardi. Accolto inizialmente come una curiosa parentesi rispetto all’epopea degli Yes, il disco è stato progressivamente rivalutato fino a essere considerato uno degli esempi più affascinanti di one-man album della storia del rock. Non tanto perché un solo musicista ne abbia inciso quasi ogni nota, ma perché raramente un’opera ha riflesso in maniera così totale l’immaginazione di un unico autore.

  • For You

    Prince 1978

    Quando nel 1978 Prince firma con la Warner Bros si impunta per ottenere il controllo assoluto dei propri album. Non solo della scrittura o degli arrangiamenti, ma anche dell’esecuzione. È una richiesta insolita per un artista al debutto, che testimonia fin da subito un’ambizione fuori dal comune e una fiducia assoluta nei propri mezzi. In For You le sovraincisioni si moltiplicano fino a creare arrangiamenti ricchissimi nei quali funk, soul, r&b, pop e disco music si fondono in un linguaggio già perfettamente riconoscibile. L’album contiene già tutti gli elementi che renderanno Prince una figura irripetibile: il virtuosismo strumentale, la raffinatezza armonica, la libertà con cui attraversa i generi e, soprattutto, l’idea che ogni aspetto della musica debba rispondere a un’unica volontà creativa. Negli anni successivi Prince avrebbe continuato a incidere moltissime parti strumentali degli album, consolidando un approccio che avrebbe influenzato generazioni di artisti.

  • Arc of a Diver

    Steve Winwood 1980

    Dopo aver guidato band come Spencer Davis Group, Traffic e Blind Faith, Steve Winwood si trova in una fase di profonda trasformazione artistica. Le esperienze collettive hanno lasciato spazio al desiderio di un controllo creativo totale e Arc of a Diver rappresenta la naturale conseguenza di questo percorso. Winwood scrive, canta, produce e suona ogni strumento, dimostrando di trovare nuova linfa anche in un decennio che si avvia a essere dominato da nuove sonorità. Nel disco, registrato nel suo studio di campagna nel Gloucestershire, vengono sfruttate appieno le possibilità offerte dalle tecnologie dell’epoca. L’equilibrio tra strumenti elettronici e tradizione soul, rhythm and blues e rock rende Arc of a Diver un’opera sospesa tra due epoche: da un lato conserva il calore del musicista degli anni ’60/’70, dall’altro guarda con decisione al suono degli anni ’80. Winwood mette il proprio talento di polistrumentista al servizio delle canzoni, costruendo arrangiamenti eleganti nei quali ogni parte sembra trovare spontaneamente il proprio posto. Grazie al successo di un brano come While You See a Chance, Arc of a Diver segna anche la rinascita commerciale dell’autore, rilanciandone la carriera da solista.

  • Foo Fighters

    Foo Fighters 1995

    Quando Dave Grohl entra in studio nell’autunno del 1994, non ha alcuna intenzione di fondare una nuova band. Pochi mesi prima Kurt Cobain si è tolto la vita decretando la fine dei Nirvana e per Grohl registrare nuove canzoni rappresenta soprattutto un modo per ritrovare un equilibrio dopo il momento più drammatico della sua esistenza. In pochi giorni registra quasi tutto da solo. Suona batteria, chitarre, basso e canta ogni brano, affidando soltanto una parte di chitarra in X-Static all’amico Greg Dulli (Afghan Whigs). Grazie alle ormai consolidate tecniche di registrazione multitraccia Grohl costruisce un album energico e diretto. Il suo obiettivo è catturare l’immediatezza delle canzoni, senza filtri e senza il peso delle aspettative. Proprio questa spontaneità diventa uno dei punti di forza del disco: brani come This Is a Call, I’ll Stick Around e Big Me restituiscono l’entusiasmo di un musicista che riscopre il piacere di creare dopo un periodo di profondo smarrimento. Solo in un secondo momento Grohl deciderà di trasformare i Foo Fighters in una vera band, reclutando altri musicisti per portare quel repertorio dal vivo. L’album d’esordio rimane la fotografia di un momento irripetibile: un singolo musicista che riesce a trasformare un trauma in uno dei debutti più folgoranti del rock anni ’90.

  • Currents

    Tame Impala 2015

    Dopo aver riportato in auge la psichedelia con i primi due album dei Tame Impala, Kevin Parker cambia direzione. Le chitarre, pur presenti, cedono spesso il passo a sintetizzatori, drum machine e linee di basso dal sapore funk, mentre la produzione diventa parte integrante della scrittura. Ogni suono viene modellato, manipolato e stratificato con cura quasi ossessiva, sfruttando le possibilità offerte dalle moderne workstation digitali. Lavorare in completa solitudine permette a Parker di seguire l’evoluzione delle idee fino alle loro estreme conseguenze, senza mediazioni. Il risultato è Currents, che ridefinisce il suono del pop alternativo degli anni ’10 influenzando artisti provenienti dagli ambiti più diversi, dall’indie al mainstream. È la prova che l’one-man album continua a essere uno dei modi più efficaci per dare forma a un’identità musicale ben precisa, sfruttando strumenti che oggi sono infinitamente più accessibili ma richiedono ancora la stessa qualità indispensabile di sessant’anni fa: una visione.