Quando Dylan voleva rendere più umano il rapporto tra musicisti e pubblico | Rolling Stone Italia
Dagli archivi

Quando Dylan voleva rendere più umano il rapporto tra musicisti e pubblico

Il racconto del 'Rolling Thunder Revue', il leggendario tour-carovana che ha attraversato la East Coast americana nel 1975, firmato da Jon Landau, allora penna di Rolling Stone e successivamente manager di Bruce Springsteen

Bob Dylan and Robbie Roberston. Foto: Larry Hulst/Michael Ochs Archives/Getty Images

Bob Dylan and Robbie Roberston

Foto: Larry Hulst/Michael Ochs Archives/Getty Images

La Rolling Thunder Revue è passata dalla East Coast e se n’è andata, lasciandosi dietro un clima di entusiasmo e di attesa per capire quale sarebbe stata la prossima mossa di Bob Dylan e compagni. Sia a New Haven sia al concerto-benefit del Madison Square Garden in favore di Rubin “Hurricane” Carter, il tour ha rappresentato il tentativo sincero, da parte di alcuni dei protagonisti più importanti del rock, di rendere più umano il rapporto tra musicisti e pubblico. La formula corale dello spettacolo, la collaborazione continua tra gli artisti sul palco, l’itinerario tenuto segreto e l’esclusione della maggior parte dei professionisti dell’industria musicale da qualsiasi ruolo nell’organizzazione erano tutte idee nate dall’intelligenza e dalla sensibilità di Dylan. Nel suo insieme, lo spettacolo ha tramesso infatti un forte senso di avventura e di integrità.

Ma gli aspetti più interessanti dell’operazione sono forse quelli meno evidenti. Dylan, per esempio, utilizza la struttura del varietà di tradizione vaudeville come strumento di critica. Ho sempre considerato Dylan un critico: non nel senso più comune del cantautore di protesta, ma come un critico del mondo nel suo insieme. Qualunque cosa faccia, la concepisce contemporaneamente come un commento su sé stesso e come un commento implicito sulla realtà che lo circonda. Ha sempre presente il contesto e cerca costantemente di metterlo in discussione. Non è semplicemente diverso: sceglie consapevolmente di esserlo.

Quando, a metà degli anni Sessanta, Dylan inizia a suonare musica elettrica, quella scelta non ha soltanto un valore estetico: è anche una critica ai suoi colleghi della scena folk e una sfida a raccoglierne la risposta. Più tardi, scegliendo sonorità più essenziali in John Wesley Harding, prende nettamente le distanze dalla nascente psichedelia e da produzioni monumentali come Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.

Anche la Rolling Thunder Revue è una critica al modo in cui sono diventati i concerti rock. La band ha lavorato per trasformare gli enormi spazi delle arene in un punto di forza; non ha mai accettato di diventare prigioniera dei luoghi in cui suonava.

Con la stessa logica, lo spettacolo è concepito come un organismo unitario e non come una semplice successione di numeri. L’interazione spontanea tra gli artisti – Dylan e Joan Baez che cantano insieme, Baez ai cori per Roger McGuinn, McGuinn che si alterna con Dylan nelle strofe di Knockin’ on Heaven’s Door – crea uno spirito di cameratismo che dà unità a un concerto di per sé molto lungo.

Joan Baez e Bob Dylan in tour nel 1975. Foto: AP

Sotto un altro aspetto, l’intero progetto mi sembra un’ulteriore dimostrazione del fatto che Dylan sia uno dei grandi sopravvissuti del rock. In un periodo in cui la sua musica non cresce in modo particolarmente evidente, Dylan contiua a trovare modi sempre nuovi e interessanti di presentarsi al pubblico. Ormai ha dimostrato di essere, incredibilmente, il più abile stratega del rock.

Due anni prima aveva portato in tour uno spettacolo di enorme successo. Era la classica lunga traversata degli Stati Uniti nelle grandi arene. Al suo fianco c’era una delle migliori gruppi della storia del rock, The Band, e il repertorio comprendeva alcune delle più grandi canzoni mai scritte: una retrospettiva della propria carriera, una sorta di Bob Dylan’s Greatest Hits in Concert.

Dopo un trionfo di queste proporzioni, la maggior parte delle rockstar si trova ad affrontare il problema di dover superare sé stessa. Dylan, invece, non ha cercato tanto di superare quel successo quanto di far dimenticare al pubblico ciò che era venuto prima.

Dylan sa benissimo che il pubblico vuole ascoltare i suoi grandi classici, ma sa anche che continuare a vivere di quelli significherebbe ristagnare. Con la Rolling Thunder Revue ha costretto gli spettatori ad aspettarsi canzoni nuove, e spostando l’attenzione da sé stesso allo spettacolo li ha preparati a non ascoltare i singoli brani, ma ad aspettarsi un’esperienza completa.

Dylan sa anche che The Band è un gruppo magnifico, ma che non può suonare sempre con lui. Così ha reclutato musicisti sconosciuti, estranei alle solite cricche della scena, persone note più per il loro spirito che per la loro tecnica. In questo modo ha allontanato il pubblico dal confronto inevitabile con The Band. Anzi, grazie a questa formula creativa è riuscito ad aggirare i paragoni abituali tra ciò che sta facendo oggi e ciò che faceva dieci anni fa.

La sua idea sperimentale ha avuto tanto successo da cambiare il modo in cui il pubblico guarda ai suoi concerti, al punto che quasi nessuno si è più sentito in diritto di pretendere qualcosa. Così, anche quando costruisce gran parte dello spettacolo attorno alle canzoni del nuovo album – rese ancora più emozionanti dal fatto che il disco non fosse ancora uscito – si sono sentono pochissme richieste dei vecchi successi. E quando abbandona il palco senza eseguire Like a Rolling Stone, nessuno è rimasto deluso.

Dal punto di vista della costruzione del mito, tutto questo è straordinariamente efficace. Un uomo organizza un breve tour nel Nord-Est degli Stati Uniti, tiene segreto l’itinerario, non pubblica un nuovo album, non concede interviste, mostra apertamente ostilità verso quella minima parte della stampa che riesce a superare le sue difese… e finisce comunque per ottenere un’enorme attenzione e un consenso straordinario. Dylan è una delle poche rockstar ad aver capito quanto il mistero sia fondamentale, sia per creare arte sia per attirare l’attenzione sull’artista.

Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story By Martin Scorsese | Trailer | Netflix

Per concezione, progettazione e costruzione del mito, questo tour è un autentico capolavoro. Ma, pur avendo preparato alla perfezione il terreno per un grande trionfo musicale, la Rolling Thunder Revue non riesce a essere all’altezza delle proprie ambizioni sul piano strettamente musicale.

Dylan ha un aspetto magnifico, si muove con grande teatralità, è pieno di energia. Tuttavia il suo modo di cantare risulta spesso manierato, poco intonato, stridulo e disordinato. Nei brani più vecchi mancano le sfumature, la precisione e l’intensità di un tempo; in quelli nuovi, invece, finisce per adottare un registro monotono.

Né Dylan né lo spettacolo nel suo insieme traggono particolare beneficio dall’accompagnamento della band, nota come Guam. Il gruppo non possiede la flessibilità necessaria per sostenere oltre tre ore di concerto e la sezione ritmica finisce spesso per costringere i brani entro certi schemi.

Eppure la band suona con energia e, quando riceve la giusta direzione, si dimostra all’altezza del compito, a tratti persino incisiva. Succede soprattutto con Roger McGuinn e Joan Baez. Entrambi rappresentano il contrappunto ai limiti musicali di Dylan. Sono ostinatamente fedeli alla musica, rifiutandosi di lasciarsi distrarre dall’aura dell’evento e sfoggiano esibizioni di altissimo livello professionale che accendono l’entusiasmo del pubblico. Solo loro non hanno mai perso di vista un fatto essenziale: quando ci si esibisce in un contesto tanto straordinario, diventa ancora più importante mantenere ciò che si promette nei dettagli, nella precisione e nella qualità concreta del proprio lavoro.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero del 15 gennaio 1976 di Rolling Stone US.