Tutto comincia (spesso) con una scomparsa, o con una morte: è così che capita nell’episodio pilota di Twin Peaks. Siamo nel 1990, e un strana, stranissima serie tv creata da David Lynch e Mark Frost sta per fare la storia, aprendo di fatto un genere narrativo ma pure un certo immaginario culturale, somma di ansia, tensioni, e di una lotta eterna tra bene e male (non bisogna dimenticare che Lynch si è sempre professato, personalmente, conservatore) che ha tanto del manicheo, del zoroastriano, e alcune volte persino del pagano.
Twin Peaks ha aperto una stagione: quella del nostro gusto per il sovrannaturale su piccolo schermo. Per i salti di dimensione spazio-temporale, per ritmi di racconto attorcigliati su sé stessi, per le storie che, nel pratico, potrebbero anche non portare da nessuna parte; e che invece, all’interno, ingarbugliano le emozioni e ci fanno sentire capiti.
L’evoluzione di queste narrazioni dà vita a una genealogia informale di rimandi, lasciti e citazioni: ma questa è un’altra storia. Per ora, vi lasciamo alcuni consigli di visione e re-visione. Per conoscere il genere attraverso i suoi capisaldi moderni e indagare una dimensione del brivido, dell’inquietudine, e forse anche dell’inconscio con strumenti diversi.
A voi.
I segreti di Twin Peaks
David Lynch, Mark Frost 1990-2017L’omicidio di Laura Palmer (Sheryl Lee) scardina la quiete di una cittadina del Pacifico nordoccidentale; l’agente speciale Dale Cooper (Kyle MacLachlan) indaga tra sogni e (soprattutto) incubi, la Loggia Nera e gufi che non sono quello che sembrano. Venticinque anni dopo, come profetizzato, ecco il terzo e forse non ultimo capitolo. Ma purtroppo, Twin Peaks finirà per sempre qui, dopo la scomparsa di David Lynch nel 2025. Dal diktat dell’ABC, che costrinse Lynch e Frost a rivelare l’assassino a metà seconda stagione, allo scaricamento della trama: pure questa serie non era quello che sembrava, alla fine. E da innocuo per quanto tenebroso thriller televisivo si è trasformata in capostipite di sogni senza via d’uscita, ragazzine statunitensi trucidate, e tristi e reali storie di droga. The O.C. non esisterebbe, d’altronde, senza Twin Peaks. L’abbiamo detto? L’abbiamo detto.
Lost
J.J. Abrams, Damon Lindelof, Jeffrey Lieber 2004-2010Chi la ama, chi la odia, chi la odia perché l’amava e non è finita come avrebbe voluto. Tutti, comunque, dai primi Duemila, devono fare i conti con Lost, nell’immaginario e nella scrittura seriale. E con i superstiti di un volo precipitato su un’isola che non è affatto disabitata, e che forse non è nemmeno davvero un’isola. Tra mostri di fumo, numeri ricorrenti, salti temporali e una mitologia che per anni ha tenuto in ostaggio l’intera cultura pop, il dottor Jack (Matthew Fox), l’irrefrenabile Sawyer (Josh Holloway) e la not-so-pretty Kate Austen (Evangeline Lilly, tutti i poster parlano di te) hanno composto in triangolo i sogni (e gli incubi) di ogni avventuriero dell’immaginazione. Senza contare i nomi parlanti (Desmond Hume, John Locke, …) e le innumerevoli scene madri: se vi dicessimo “mano contro oblò”?
Wayward Pines
Chad Hodge 2015-2016Ingiustamente sottovalutata, ma chi l’ha incontrata non se la scorda mai. Idaho, giorni nostri: l’agente Ethan Burke (Matt Dillon) arriva in una cittadina apparentemente idilliaca per cercare due colleghi scomparsi. Presto scoprirà, però, di non poterne più uscire. E si dovrà confrontare con una minaccia invisibile – o forse fin troppo chiara – proveniente dai boschi. M. Night Shyamalan dirige il pilot e produce l’intera serie: è la sua prima incursione televisiva. Ma Wayward Pines segna anche una delle prime rielaborazioni sull’eredità congiunta di Lost e Twin Peaks (guardate nel trailer quel frame del viso di Matt Dillon…): la cittadina statunitense-bomboniera che si rivela una trappola infernale, l’impossibilità di uscire da un non-luogo. Una rielaborazione ed evoluzione tematica che, dagli anni Novanta a oggi, continua a proseguire nelle sue inquietudini (lo vedremo tra poco). Due sole stagioni, purtroppo.
The OA
Brit Marling, Zal Batmanglij 2016-2019La serie più weird degli ultimi anni. E non “strana” à la Twilight Zone: con The OA si entra in tutta un’altra dimensione di realtà, letteralmente. Impossibile trovare appigli del mondo che conosciamo nella vicenda di Prairie Johnson, interpretata dalla creatrice Brit Marling stessa. Dopo sette anni di sparizione, la ragazza ricompare come dal nulla. Fin da bambina era stata cieca, ma ora è capace di vedere. Nel mezzo della trasformazione, una storia di pre-morte, dimensioni parallele e movimenti coreografici salvifici simili a una danza sacra. Oltre a, ovviamente, una grande storia d’amore karmico, esperimenti di laboratorio, e un professore cattivo (Jason Isaacs) che la ama come una figlia e che la vuole distruggere come il peggior nemico. Inutile dire che The OA ha diviso pubblico e critica in modo netto. E forse è proprio per questo che Netflix ha deciso di cancellarla dopo due sole stagioni, nel pieno di un cliffhanger che ancora non abbiamo dimenticato.
Dark
Baran bo Odar, Jantje Friese 2017-2020Uno dei prodotti breakthrough più apprezzati degli ultimi anni, e che ha fatto credere, purtroppo solo per un attimo, che potesse aprirsi un’era di prosperità per le produzioni seriali Made in Germany (Dark, lo ricordiamo, è la prima serie originale prodotta da Netflix Germania). Winden, giorni nostri: la scomparsa di un bambino apre un varco temporale che intreccia quattro famiglie su tre generazioni (il che riporta all’annosa dimensione di provincia che tutti ben conosciamo). Alberi genealogici, linee temporali tenute insieme da mappe che gli stessi creatori hanno definito quasi ingestibili in fase di scrittura, e tante, tante emozioni. Odar e Friese hanno più volte riconosciuto il debito verso Twin Peaks come modello di cittadina-enigma, e allo stesso tempo hanno contribuito, insieme a Stranger Things, a santificare il ritorno nella cultura pop degli anni Ottanta: ditemi se non pensate a quella stanza colorata e schizofrenica quando sentite You Spin Me Round (Like a Record)…
Hill House
Mike Flanagan 2018Ispirazioni dalla (grande) letteratura di genere, una direzione attoriale che rifiuta i grandi nomi (per lavorare meglio sul personaggio o per questioni di budget, chissà), una firma dell’inquietante contemporaneo che va sempre a centro: Hill House pareva la solita serie Netflix con poco da dire; invece è stata il bellissimo esordio pop di Mike Flanagan, auteur per l’epoca della serialità liquida. La storia ha componenti sempreverdi: una famiglia, un dolore e una casa infestata. Protagonisti sono i cinque fratelli Crain, adulti e segnati, che tornano a fare i conti con l’estate d’infanzia trascorsa nell’abitazione che li ha spezzati. Liberamente ispirata all’omonimo romanzo di Shirley Jackson, la serie nasconde fantasmi negli sfondi di quasi ogni inquadratura: Flanagan ha confermato che l’operazione era voluta, e i fan hanno passato mesi a scovarli fotogramma per fotogramma.
The Haunting of Bly Manor
Mike Flanagan 2020Seconda serie mono-stagione firmata da Mike Flanagan per Netflix, stavolta dichiaratamente romantica più che horror: una giovane governante americana arriva a Bly Manor per occuparsi di due bambini orfani, e scopre che la tenuta custodisce fantasmi legati a decenni di amori e perdite. Il progetto adatta Il giro di vite di Henry James, con innesti da altri suoi racconti. Il risultato è un equilibrismo sottile, ma perfettamente tenuto, tra brividi lungo la spina dorsale e fazzolettoni per chi si emoziona facilmente sul divano (come chi scrive). Curiosità: buona parte del cast arriva direttamente da Hill House in ruoli completamente diversi, segno della “famiglia allargata” a cui Flanagan si è affezionato (nel cast è riconoscibile soprattutto Victoria Pedretti).
Midnight Mass
Mike Flanagan 2021Terza serie mono-stagione Mike Flanagan x Netflix, terzo centro completo. Ma, questa volta, la storia si fa più esistenziale, e chiama in causa (fisicamente) il sovrannaturale per eccellenza: l’eterna lotta tra le forze del bene e quelle del male. Siamo sulla fittizia isola di Crockett: improvvisamente vi sbarca un nuovo sacerdote, padre Paul (Hamish Linklater), dopo la scomparsa del decano dell’isola durante un viaggio in Terra Santa. Con lui, arrivano una serie di inspiegabili miracoli. Divisi tra fede e ragione, gli abitanti di Crockett sembrano impotenti di fronte alle meravigliose bizzarrie del nuovo venuto. Che però, presto, rivela un lato più oscuro e inavvicinabile. Quando poi una misteriosa creatura alata, antica e affamata comincia a farsi vedere nei cieli, la tranquillità dell’isola è definitivamente messa a repentaglio. Ancora una volta, un cast di non-divi per Flanagan, che prosegue nella sua ricerca “lontana dalle scene”.
From
John Griffin 2020–Dal 2020 in avanti, complici i terrori pandemici del Covid-19, la serialità del sovrannaturale sembra orientarsi verso il recupero, la rilettura e l’ibridazione di temi, topos e componenti esplorati nel recente passato. Succede con la cervellotica e very gripping From, attualmente alla quarta stagione e in attesa di una quinta e conclusiva. Una misteriosa cittadina nel cuore dell’America intrappola chiunque vi entri. Non esiste sulle carte geografiche, ma solo in una dimensione parallela. Si manifesta nelle vite delle persone attraverso uno sbarramento lungo la strada che costringe alla deviazione; e a quel punto, è troppo tardi. Non solo: di giorno gli abitanti (costretti a rifondare una sorta di normalità) provano a mantenere una parvenza di civilizzazione, ma di notte devono sopravvivere a creature affamate che escono dal bosco. Tra sentori di Twin Peaks e Wayward Pines, c’è una sorta di Easter Egg che svela a priori la natura del progetto: Harold Perrineau, nel cast di Lost, torna qui come protagonista della serie. In un ruolo estremamente simile a quello ricoperto a suo tempo da Matthew Fox.
Widow’s Bay
Katie Dippold 2026–L’ultima serie di questa lista è molto, molto recente, e l’abbiamo amata senza riserve. Perché Katie Dippold si è inventata un mondo che tiene insieme davvero forse tutte le componenti vincenti dei racconti che l’hanno preceduta (e che aggiunge una spruzzata di Stephen King-ismo). C’è la fede, c’è un’isola maledetta, ci sono mostri nell’oscurità. C’è il sangue e c’è qualcosa che lega per la vita chi nasce sull’isola alla sua terra. Siamo al largo del New England. Un sindaco giovane e inesperto, interpretato dall’ottimo Matthew Rhys, si è intestato una missione: rilanciare turisticamente Widow’s Bay nonostante i residenti più anziani lo sconsiglino ripetutamente, citando spettri, nebbie e anatemi. La tensione corre sul filo del rasoio, e la verità è che il genere funziona alla perfezione proprio quando si riescono a riconoscere tutti i riferimenti inseriti. A Widow’s Bay riesce benissimo: e noi aspettiamo con ansia la seconda stagione.















