Nel Libro del Levitico della Bibbia ci sono molti versetti, ma un singolo passaggio in particolare sembra essere tirato fuori da tempo immemorabile. No, non la massima “ama il tuo prossimo”. Sapete bene di quale si tratta. Quella parte che recita: “Non ti coricherai con un uomo come si fa con una donna”. Un comandamento dell’Antico Testamento usato come arma da chi ignora costantemente gli insegnamenti fondamentali del Nuovo Testamento, che ha alimentato secoli di omofobia, odio e sofferenza. Lo sceneggiatore e regista Adrian Chiarella si è senza dubbio sentito citare quel versetto, lo ha sentito gridare dai manifestanti anti-Pride e ha sperimentato le conseguenze di una frase che è stata usata per giustificare la persecuzione di un’intera comunità.
Inizialmente, il regista australiano aveva accarezzato l’idea di realizzare un film incentrato su quegli esorcismi pseudo-religiosi, all’insegna del fuoco e dello zolfo, erroneamente ritenuti in grado di «curare» i giovani queer. Poi a Chiarella è venuta un’idea: e se qualcuno cercasse di contrastare i desideri di giovani uomini e donne non attraverso un’estrazione cerimoniale, ma tramite la possessione?
Concepito fin dall’inizio come una provocazione di genere, Leviticus (nelle sale italiane dal 23 luglio, ndt) utilizza questo semplice ribaltamento concettuale come punto di partenza sia per affrontare temi di attualità strappati dai titoli dei giornali, sia per creare lo shock e il terrore tipici del thriller sociale. È il tipo di opera prima che merita l’etichetta «da tenere d’occhio»: una dichiarazione cinematografica completata e valorizzata da un occhio incredibile per la composizione e da due interpretazioni che si muovono sul filo del rasoio tra la passione ardente e il terrore. Ma segna anche una svolta nel genere dell’horror queer, che suscita contemporaneamente paura per i suoi protagonisti e disgusto sia per i mostri soprannaturali che per quelli umani. La metafora che offre per lo spettacolo raccapricciante della vita reale che è la terapia di conversione potrebbe non essere sottile. Ma è straordinariamente efficace e sembra una piccola pietra miliare nella rappresentazione e nella riflessione su una comunità che ha avuto una storia lunga, vitale ed estremamente complicata con i film horror.
Trasferirsi nella periferia rurale dell’Australia non comporta molti vantaggi per Naim (Joe Bird di Talk to Me). L’unico aspetto positivo di questo trasferimento in mezzo al nulla è che anche Ryan (Stacy Clausen) vive lì. Ragazzo del posto con un’aria da surfista e il fisico di un lottatore, Ryan introduce il nuovo arrivato in città a ciò che passa per intrattenimento locale: guardare i serpenti che mangiano i rospi, vagare senza meta per infiniti vicoli ciechi, introdursi in un mulino abbandonato e distruggere con euforia qualsiasi detrito si trovi al suo interno. Quando i giochi chiassosi si trasformano in un improvvisato incontro ravvicinato, nessuno dei due resiste all’impulso. L’attrazione è palpabile, anche se la necessità di tenerla segreta è implicita.
Perché la chiesa esercita una grande influenza in questo paesino sperduto e, com’era prevedibile, tali relazioni sono disapprovate dalla popolazione estremamente conservatrice ed estremamente chiusa mentalmente (vedi titolo). Sembra esercitare un fascino particolare sulla madre di Naim (Mia Wasikowska), che più che una fanatica religiosa è un’anima smarrita alla disperata ricerca di qualcosa a cui aggrapparsi dopo il divorzio. Si scopre inoltre che Ryan ha avuto una relazione carnale anche con il figlio del pastore. Ben presto, un «guaritore liberatore» (Nicholas Hope, protagonista di Bad Boy Bubby e pioniere del cinema australiano) arriva in città ed esegue una sorta di… rituale sul figlio del pastore e su Ryan. «Tutta la vostra lussuria, tutta la vostra indecenza, tutti i vostri desideri… devono sparire ora», intona. Vengono pronunciate parole misteriose. Un accendino viene avvicinato ai volti dei ragazzi. Seguono convulsioni ed espressioni di agonia.
Diversi giorni dopo, Naim assiste all’aggressione violenta subita dal figlio del pastore da parte di una presenza invisibile. Anche Ryan ha vissuto alcuni episodi inspiegabili che coinvolgono una forza malefica invisibile. Poi la madre di Naim ricorre a questo cosiddetto guaritore per «aiutare» anche lui, e non passa molto tempo prima che Naim si ritrovi a doversi difendere dalla stessa entità paranormale che sta minacciando Ryan. È più o meno a questo punto che il film stabilisce alcune regole di base riguardo al male che lo popola. Questa entità si è scatenata contro numerosi altri adolescenti della zona. Ti attacca solo quando sei da solo. E ti si presenta sotto le sembianze della persona che ti piace di più, proprio per rivolgere in modo micidiale la tua attrazione contro di te. È difficile capire se stai affrontando un demone quando è la copia esatta del tuo vero amore.
Come abbiamo detto: questo non è certo un film sottile. Per fortuna, Leviticus sa bene come sfruttare questa premessa per spaventare e mettere in luce l’insidiosità di scambiare l’odio per la salvezza. La lussuria è stata a lungo usata come catalizzatore per gli spauracchi dei film horror e i massacri degli slasher, ma etichettare semplicemente questo film come “It Follows ma per le relazioni omosessuali”, sebbene superficialmente corretto, non rende del tutto giustizia al film. La storia di Chiarella attinge a un pregiudizio molto reale e a una paura molto autentica. La tensione che sta dietro a ogni scena del tipo “quello è il vero Ryan o un demone infernale che usa il volto di Ryan per strappare la testa a Naim?” – e ce ne sono diverse, coreografate per provocare il massimo shock al sistema nervoso – è costantemente accompagnata dal ricordo che la chiesa della città ha autorizzato queste misure paranormali contro la comunità lgbtq+. Cosa c’è di più insidioso del fatto che qualcuno usi la tua sessualità come arma contro di te, sostenendo di farlo in nome della “salvezza” della tua anima? Il demone è semplicemente la manifestazione di qualcosa di meno bizzarro e di gran lunga più orribile.
Se preferite che i film siano più leggeri dal punto di vista delle metafore, potreste trovare questo horror queer un po’ troppo pesante. Leviticus, tuttavia, ha in mente ben altro che tradurre questioni della vita reale in materiale di genere. Non viene per seppellire i suoi protagonisti, ma per esaltare il modo in cui queste anime gemelle trovano un modo per far durare i loro legami romantici anche di fronte a situazioni di vita o di morte. A un certo punto, Ryan dichiara che se dovesse passare il resto dei suoi giorni a combattere qualcosa che assume le sembianze della persona che gli fa battere forte il cuore, vorrebbe che quel qualcosa assomigliasse a Naim. La battuta sembra sciocca quando la si legge. Il sentimento struggente che si cela dietro quell’affermazione emerge quando si sente Clausen pronunciarla e si osserva la reazione che suscita nel personaggio di Bird. Per gran parte del film, si è portati a credere di stare guardando un film horror con una storia d’amore che ribolle sotto la superficie. Quando si arriva all’atto finale, ci si rende conto che in realtà è il contrario: una storia d’amore che è inseparabile dal film horror che la circonda, ma non ne è vittima.










