Occhio alla Sindrome da Esposizione Acuta a Bad Bunny | Rolling Stone Italia
Ceppo BB-26

Occhio alla Sindrome da Esposizione Acuta a Bad Bunny

Non è il caso di allarmarsi: il tasso di fatalità è nullo e quello di contagiosità dipende dalla vicinanza al palco e si abbassa vertiginosamente in caso di grandine

Occhio alla Sindrome da Esposizione Acuta a Bad Bunny

Il concerto di Bad Bunny a Milano, 2026

Foto: Gaia Menchicchi

La nota diffusa dal Ministero della Salute nel luglio 2026 parlava chiaro. La nuova epidemia di origine tropicale era stata classificata come Sindrome da Esposizione Acuta a Bad Bunny (S.E.A.B.B.) e, secondo le prime stime, aveva già colpito quasi cinque milioni di cittadini italiani. Il Ministero ammetteva perfino che il dato reale poteva essere considerevolmente più alto: molti soggetti, infatti, continuavano a dichiararsi semplici ascoltatori occasionali, nonostante pronunciassero già le parole Puerto e Rico con l’intonazione nostalgica di chi vi aveva trascorso l’infanzia. Gli organizzatori di concerti invitavano la popolazione a non allarmarsi: il tasso di fatalità era nullo e quello di contagiosità dipendeva esclusivamente dalla vicinanza al palco e si abbassava vertiginosamente in caso di grandine.

Ma era evidente che i primi sintomi fossero stati sottovalutati. I pazienti continuavano a svolgere una vita apparentemente normale, eppure prendevano decisioni come se il loro corpo avesse revocato le deleghe al cervello. Prenotavano camere d’albergo su Milano al prezzo di un’utilitaria usata. Cosa ancora più curiosa, quando i genitori, angosciati, gli facevano notare che sarebbero partiti alla volta dell’Ippodromo La Maura senza biglietto e senza soldi, rispondevano così, dopo essersi accovacciati e rialzati con uno scatto: «Mamá, yo hago lo que me da la gana».

Nel giro di pochi giorni gli epidemiologi avevano individuato una caratteristica comune a tutti i casi osservati: nessuno dei pazienti si stava davvero trasformando in Bad Bunny. Si stavano trasformando tutti nella persona che immaginavano di essere mentre ascoltavano Bad Bunny. La distinzione apparì inizialmente accademica, ma si sarebbe poi rivelata essenziale per l’endemizzazione del disturbo.

Fu allora che il Ministero istituì il Centro Nazionale per il Contenimento del Coniglio Cattivo. Le risonanze magnetiche mostravano un fenomeno inatteso: durante l’ascolto di Bad Bunny il cervello dei pazienti non elaborava solo stimoli musicali, ma costruiva un secondo profilo identitario, perfettamente funzionale, destinato a sostituire quello ordinario per un periodo compreso tra l’agosto 2026 e Un verano sin ti.

Solo in seguito gli studiosi si resero conto che non si trattava affatto di una malattia nuova. I casi clinici erano documentati da decenni, ma erano sempre stati archiviati come curiosità statistiche. Già negli anni ’80 alcuni ricercatori avevano osservato soggetti che, dopo un’esposizione prolungata a Bruce Springsteen, sviluppavano ricordi estremamente vividi di un’adolescenza trascorsa in cittadine operaie del New Jersey, pur essendo cresciuti a Cinisello Balsamo o a Frosinone. Il fenomeno era stato liquidato come una normale forma di “gusti musicali”. Negli anni ’90 furono insabbiati migliaia dei cosiddetti casi Battiato. Pazienti privi di qualsiasi precedente interesse per la mistica orientale cominciavano improvvisamente ad acquistare testi di Gurdjieff, a pronunciare con disinvoltura parole come ascesi nel corso di cene in piedi e a convincersi che il sintetizzatore potesse costituire un valido strumento di elevazione spirituale. Anche in quel caso nessuno ritenne necessario intervenire.

La svista, come sarebbe emerso molti anni dopo, era stata considerare quei casi indipendenti tra loro. La sindrome di Bad Bunny fu il punto di svolta di decenni di mutazioni più o meno silenziose.

I pazienti del ceppo BB-26 camminavano ondeggiando, con il bacino morbido e i piedi leggermente aperti. Occupavano più spazio, come se ogni marciapiede o uscio fosse allestito per un ingresso in scena. “Mami” sostituiva il nome proprio di almeno tre categorie di contatti in rubrica, di cui nessuna era riconducibile a parenti stretti. “Bebé” veniva utilizzato come appellativo universale per l’intera popolazione maschile e femminile. Ammalati che erano stati fieri assertori di un minimalismo in stile Uniqlo cominciarono a presentarsi in ufficio indossando cappelli e camicie aperte fino allo sterno. Reagivano indistintamente alle osservazioni sul loro cambiamento con frasi come «Nunca me quitan el flow» o «Estamos bien». Sembravano tutti più coordinati dal punto di vista psicomotorio e più felici, da ogni altro punto di vista.

Per alcuni mesi il governo cercò di contenere l’epidemia. Furono introdotte playlist terapeutiche a basso coinvolgimento coreografico. Le radio vennero obbligate da un’apposita legge ad alternare ogni brano di Bad Bunny con due album di Andrea Laszlo De Simone. Le piattaforme di streaming inserirono un disclaimer nella loro versione free: “L’ascolto prolungato potrebbe modificare temporaneamente la percezione di quanto latini credete di essere” (la premium taroccata, tuttavia, continuava a pompare Tití me preguntó a più non posso).

Ovviamente non funzionò. Il numero dei contagi continuò ad aumentare. Passarono alcuni anni prima che la Commissione internazionale incaricata di studiare la Sindrome di Bad Bunny, presieduta da Stefano De Martino, pubblicasse una relazione con le proprie conclusioni definitive. Nel frattempo il Governo aveva ritirato ogni misura di contenimento. I centri di isolamento vennero trasformati in sale prove. Gli epidemiologi cambiarono mestiere e diventarono critici musicali o ballerini, con risultati non sempre incoraggianti.

Il documento era composto da migliaia di pagine di dati epidemiologici, modelli matematici e cartelle cliniche. L’ultima facciata conteneva una frase sottolineata più volte con un pennarello rosso: “Il nostro più grave errore fu considerare patologico ciò che era, semplicemente, ¡calienteeeeee!”.