Ci sta che i fan di vecchia data degli Yard Act siano colti da un brivido ascoltando le prime parole pronunciate da James Smith in Empty Pledges, il pezzo che apre il terzo album della band You’re Gonna Need a Little Music: “Non ho assolutamente niente di nuovo da dire”. Tranquilli, uno dei parolieri più caustici della scena britannica degli ultimi anni non ha esaurito gli argomenti. «È che tornando a Leeds dopo un tour mi capitava di incontrare gente che non vedevo da quattro anni», racconta seduto accanto al bassista Ryan Needham in un pub del nord di Londra. «Dopo le solite chiacchiere di circostanza mi rendevo conto di quanto fosse strano parlare con persone che, in un certo senso, avevano seguito la mia vita su Internet per quattro anni.“Che hai fatto di recente?”. E io: “Niente”. Cioè, era praticamente impossibile riassumere tutto quello che era successo».
Un passo indietro. Quando nel 2022 gli Yard Act hanno pubblicato il discordi debutto The Overload, il loro mix di post-punk, chitarre spigolose e storie di personaggi comuni è valsa loro una candidatura al Mercury Prize e la stima di Elton John, che ha persino collaborato con il gruppo a una nuova versione di 100% Endurance, uno dei pezzi più esistenzialisti del disco. Il secondo album Where’s My Utopia, dove Smith faceva i conti con la notorietà, ha portato la band sui palchi ancora più grossi. Mica poco da assimilare.
«È una sensazione strana», dice Smith. «Ero a Leeds, aprivo la rubrica del telefono e la prima persona che chiamavo era Ryan per uscire insieme, nonostante avessimo passato gli ultimi sei mesi fianco a fianco in tour. Mi ero chiuso in una specie di bolla, al punto che tutto il resto mi sembrava estraneo. Ci ho sofferto parecchio. Alla fine l’ho superata, ma non avrei potuto parlarne con nessun altro. Come fai a spiegare un’esperienza del genere? È stato tutto così bizzarro e, per certi versi, alienante».
«Il primo disco parlava di aspirazioni, il secondo della loro realizzazione. Questo racconta quello che succede dopo. È il momento in cui capisci che il successo, in fondo, non risolve un bel niente. Certo, oggi possiamo vivere facendo quello che amiamo: scrivere canzoni, registrare, stare assieme e suonare. Non lo cambierei con nulla al mondo. Ma le mie insicurezze e contraddizioni non sono scomparse solo perché ho avuto quel che desideravo. Questo disco è un po’ come svegliarsi la mattina e dire: ok, è successo, ma il mondo continua ad andare avanti, tu resti la stessa persona, solo hai un bagaglio più pesante sulle spalle. E se vuoi crescere, devi guardarti dentro: la risposta non arriverà da fuori».

Foto: James Winstanley
Aiuta il fatto che You’re Gonna Need a Little Music sia probabilmente l album migliore che gli Yard Act hanno fatto. Il primo singolo Redeemer è una violenta esplosione di rumore, la title track è la colonna sonora perfetta per ballate sulla fine del mondo. «Con Redeemer abbiamo azzerato tutto dopo Where’s My Utopia», spiega Smith. «Ogni volta che qualcuno pensa di avermi inquadrato, mi viene naturale fare l’esatto contrario. So che è un modo un po’ rischioso di affrontare le cose».
Anche se è stato registrato a Leeds, il disco ha una dimensione internazionale visto che la band si è trasferita a Los Angeles per lavorare con Justin Meldal-Johnsen, produttore noto per le collaborazioni con Nine Inch Nails e Wolf Alice. «È stata la ciliegina sulla torta, anche se avevo scritto quasi tutto prima», spiega Smith. «Per la prima volta ci siamo isolati da qualsiasi distrazione o responsabilità, niente figli da accompagnare a scuola, niente relazioni da gestire. Persino durante le registrazioni del primo album continuavamo a fare avanti e indietro dal lavoro. Essere dall’altra parte del mondo, completamente concentrati sul disco ha tenuto insieme tutto il progetto».
Needham è d’accordo: «Può sembrare un discorso un po’ new age, ma registrare una voce sapendo che dopo tre quarti d’ora devi andare a prendere i figli a scuola non è il massimo. Non siamo persone che romanticizzano il processo creativo e ci piace pensare che basti mettersi al lavoro, ma distanziarsi un po’ dalla vita quotidiana può fare la differenza».
Nel primo album Smith aveva usato come filo conduttore il personaggio di Graham, un padrone di casa senza scrupoli, per raccontare con sarcasmo la società britannica. Nel nuovo disco non c’è espediente simile, anche se i fan troveranno Janey, la “vecchia fiamma” di Janey Said, anche se come spiega Smith la donna rappresenta il prezzo che deve pagare per la sua ambizione.
«Sono molto ambizioso e quindi vivo costantemente questo conflitto. La mia ambizione mi spaventa, ma allo stesso tempo è ciò che mi spinge avanti e apre nuove strade. Una parte di me vorrebbe semplicemente accontentarsi, un’altra sa che finirei per annoiarmi. Sto cercando di capire, soprattutto ripensando ai primi due dischi, che cosa significhi davvero cercare il successo. Non sono uno sempre scontento, ma quella tensione c’è. Come si fa a conviverci? Tutti i leader mondiali e i proprietari delle grandi multinazionali sono guidati dall’ambizione e guardate dove questa cosa ci ha portati. Perché allora la mia, di ambizione, dovrebbe essere considerata più accettabile?».

Foto: James Winstanley
Secondo i due, alcune dei pezzi migliori sono rimasti fuori dal disco. Se Redeemer ha già rappresentato una sorpresa i fan per il nuovo sound, l’inedita On Top va oltre. «È la nostra Master of Puppets: doppia cassa e io che urlo», dice Smith citando i Metallica.
Il rapporto tra i membri della band non è mai stato così solido. Nel secondo album c’era un pezzo, Petroleum, che raccontava quando Smith, esausto dopo mesi di tour, ha sbroccato durante un concerto a Bognor Regis, incazzandosi col pubblico perché era troppo freddo. La cosa avrebbe potuto mettere in crisi il gruppo e invece il quartetto di Leeds, di cui fanno parte anche il batterista Jay Russell e il chitarrista Sam Shipstone, è arrivato a questa nuova fase della propria carriera più unito che mai.
«Parliamo continuamente tra noi e un rapporto del genere è molto più raro di quanto si immagini», dice Needham. «Ai festival mi piace osservare nei backstage le band che stanno assieme e quelle che non stanno assieme. È una cosa che voi sorprenderebbe vedere».
«Non c’è mai stato spazio per l’ego e questo fin dal principio», dice Smith. «Anche se ero io il volto e la voce della band, nessuno ha mai invidiato quel ruolo. Abbiamo capito che aveva senso che l’attenzione fosse concentrata su di me, ma ogni disco ha progressivamente smontato quell’idea. In questo album ci sono meno parole dei precedenti, ho fatto un passo indietro. Le grandi band sono quelle in cui ogni membro è indispensabile e credo che ormai la gente stia capendo che gli Yard Act non sono il James Smith Show. È un ruolo che ho interpretato all’inizio perché serviva un punto di riferimento, ma ogni disco che passa siamo sempre di più un collettivo. Equesto, secondo me, è tipici delle grandi band».
E una grande band può permettersi anche fan illustri. «È da un po’ che non sentiamo Elton, ma ci ha detto che vorrebbe fare un disco prog con noi», dice Smith sorridendo. «Quindi, Elton, se stai leggendo, sappi che c’è ancora l’idea di quell’album».















