Da Barber a Mika, tutta la musica della 69ª edizione del Festival dei Due Mondi | Rolling Stone Italia
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Da Barber a Mika, tutta la musica della 69ª edizione del Festival dei Due Mondi

Numeri da record e un cartellone che ha fatto dialogare l'opera con il pop e la classica con la sperimentazione. Ecco come ha suonato la prima Spoleto firmata da Daniele Cipriani

Da Barber a Mika, tutta la musica della 69ª edizione del Festival dei Due Mondi

Foto: Fabrizio Sansoni

Diciassette giorni, oltre cento spettacoli, più di mille artisti da ventotto Paesi. La 69ª edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto, la prima guidata da Daniele Cipriani alla direzione artistica, si è chiusa con numeri da record: 35.000 biglietti staccati da 44 Paesi e un incasso che ha sfiorato 1 milione e 100 mila euro, il risultato economico più alto nella storia della manifestazione. Numeri che raccontano tanto, certo, ma che da soli non bastano a capire la portata di un evento capace di far dialogare la classica con il pop, l’opera e il teatro con la sperimentazione sonora, la danza con l’avanguardia, sempre seguendo il filo che legava l’edizione di quest’anno, Radici.

«Il vero valore aggiunto non sta solamente nel successo dei singoli eventi, ma nella capacità di trasformare una città in una comunità unita dall’arte», ha spiegato Cipriani a festival concluso. «La missione non è confermare i gusti del pubblico, ma ampliarli, creando occasioni di scoperta e curiosità», ha detto ancora il direttore artistico, ripercorrendo le tappe che hanno segnato il viaggio sonoro e artistico percorso quest’anno.

A dare il via, il 26 giugno, è stata Vanessa di Samuel Barber, tornata a Spoleto 65 anni dopo il suo debutto europeo, questa volta in lingua originale, con la regia di Leo Muscato e la direzione della sudcoreana Sora Elisabeth Lee. «È un’opera che tiene insieme due mondi, la tradizione europea e la cultura americana, e li fa dialogare senza mai separarli davvero», aveva raccontato Muscato, spiegando un’opera «che scava in zone scomode come l’attesa, il desiderio e l’identità, senza cercare soluzioni facili». Lo spettacolo è stato uno dei momenti più attesi di questa edizione, un attacco imponente che ha subito indicato la strada immaginata da Cipriani.

‘MIKA Symphonique’. Foto: Fabrizio Sansoni

Un dialogo costante, aperto, tra linguaggi apparentemente lontani ma avvicinati l’uno all’altro, sempre con eleganza. Ed è così che dall’opera e dal teatro, il pubblico passava al pop del palco di Piazza Duomo, con i concerti di Mika e Arisa. Il cantautore britannico, con il suo nuovo show MIKA Symphonique e il suo repertorio rivisitato in versione sinfonica; la cantante, per la prima volta a Spoleto, con nuovi arrangiamenti orchestrali pensati per l’occasione.

Sullo stesso palco la città ha accolto per la prima volta anche Yannick Nézet-Séguin alla guida della London Symphony Orchestra, con Beatrice Rana al pianoforte su Rachmaninov, prima che il 12 luglio Gianandrea Noseda chiudesse la stagione con la Filarmonica Teatro Regio Torino, intrecciando Menotti, Bernstein e Dvořák nell’anno del 250° della Dichiarazione d’Indipendenza americana. Per Rana, che quest’anno è stata anche consulente per la classica, tornare su quel palco aveva un significato preciso, quello di un luogo «dove il futuro della musica prende forma» e «dove nascono le carriere».

Yannick Nézet-Séguin alla guida della London Symphony Orchestra. Foto: Andrea Boni

E ancora, la musica da camera dei Concerti di Mezzogiorno, la sperimentazione di Laurie Anderson accompagnata da Eyvind Kang e Martha Mooke, fino al Concerto Mistico di Mario Brunello e Giovanni Sollima, momento tra i più intensi del Festival, inteso come fosse un viaggio nel tempo raccontato attraverso il suono dei loro violoncelli.

La musica, del resto, non è rimasta “chiusa” nei concerti. È entrata nella danza, dove Seven Ages ha fatto incontrare le partiture di Kirill Richter e la coreografia di Marco Goecke sulle sette età dell’uomo di Shakespeare, e dove la Maratona di Danza al Teatro Romano ha riunito alcune delle più grandi stelle del balletto mondiale, chiudendosi con la prima mondiale della Sagra della Primavera in versione flamenca firmata da Sergio Bernal con un ensemble di sedici bailaores. Sempre la danza ha fatto spazio alla voce di Gregory Porter, due volte premio Grammy, che ha attraversato Sons of Echo, la performance sulla mascolinità guidata dall’étoile Daniil Simkin.

Il concerto di Laurie Anderson. Foto: Press

Avanguardia che dal suono passava all’arte visiva, quando al calar della sera le facciate dei palazzi si accendevano con le videoproiezioni di David Szauder, l’artista ungherese arrivato per la prima volta in Italia con un’opera completa. Il suo Evocation of Spirits ha trasformato sette palazzi simbolo della città in altrettanti schermi a cielo aperto, popolati da figure realizzate attraverso il dialogo con l’Intelligenza Artificiale.

In mezzo a tutto questo ha trovato posto anche una scommessa sul futuro. La prima Festival dei Due Mondi Academy ha portato in città giovani musicisti under 35 da tutto il mondo, con la possibilità di suonare accanto ai protagonisti dei Concerti di Mezzogiorno, a ricordare che Spoleto, come diceva Beatrice Rana, resta anche il palcoscenico dove nascono le carriere, come questa edizione da record ha confermato ancora una volta.