I 25 anni del G8 a Genova | Rolling Stone Italia
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Il mondo nuovo riparte da Genova

Sembravano destinati a commemorazioni didascaliche, invece i 25 anni del G8 hanno risvegliato una coscienza sopita, e non solo nel capoluogo ligure. Il racconto dal corteo del 19 luglio

Genova G8 25 anni

Genova, 19 luglio 2026, 25 anni del G8

Foto: Franco Ferrari per Rolling Stone Italia

L’ultima data significativa – i vent’anni – si era conclusa con l’amaro in bocca. C’era poca gente e molto straniamento. La pandemia aveva appena allentato la sua presa e in molti – si pensava – avrebbero guardato alla ricorrenza di Genova per riprendere a mobilitare quella stagione che fino al 2019 sembrava aver aggiunto un tassello al campo del conflitto con nuovi movimenti e nuove lotte – su tutte la definitiva affermazione di piazza del tema ecologico con Greta Thunberg e i Fridays For Future.

Tuttavia alcuni amici rientrando a Milano, Torino, Pisa, ammisero che quella era stata un’enorme occasione mancata, qualcosa di poco partecipato ma soprattutto di poco propositivo, scaduto in retorica sul passato. Capivo il loro disappunto, poi, però, ricordavo anche che nelle occasioni precedenti a cui avevo preso parte la gente poteva essere di più, come per il decennale, ma che qualcosa, la stessa cosa, continuava a serpeggiare attraverso gli anni.

Oltre gli abbracci e i ricordi, oltre la ritualità benefica del ritrovarsi per parlare di un trauma condiviso – per chi c’era – o per accodarsi alla Storia – per i più giovani – un grigiume silente e mefitico, un disappunto che sapeva di avvilimento o cecità, qualcosa che assumeva le vesti informi di un’occasione in fondo luttuosa, nostalgica e scoraggiata sembrava celarsi al fondo di quasi tutti i partecipanti a quelle occasioni. Per tacere dello sconforto che mi prese negli anni successivi, ridotti a mera ricorrenza, al di là delle bandiere, dei cori, della determinazione volitiva e fugace dell’occasione. Mi sembrava che l’importanza di quell’evento fosse rimasta inspiegabilmente confinata al di fuori dall’attualità politica e culturale, che le dinamiche storiche di causalità perdurassero annebbiate e che non si potesse parlare di Genova se non con tono enciclopedico, didascalico o memoriale, come una preghiera laica sacrosanta, ma incapace di interpretare il futuro.

Eppure quest’anno, quasi come di sfuggita, ho sentito gente in altre città ricordarsi di questi venticinque anni; persone mai venute a Genova che pianificavano di partecipare alle manifestazioni, reti di coordinamento e soprattutto un’attenzione mediatica inedita. Così, ancora una volta mi domando: cosa sarà questa piazza oggi?

Genova G8 25 anni

Foto: Franco Ferrari per Rolling Stone Italia

Via Cesare Battisti è stretta e assolata, è qui che si riunisce uno spezzone di corteo – quello, sento dire, dei giovanissimi. Davanti al luogo della sua ossessione, il giornalista Mark Covell, vittima delle violenze perpetrate dalla Polizia di Stato all’interno della scuola Diaz, sorride. «Sono esausto» – dice – «ma soddisfatto». Covell ha preso parte all’organizzazione delle manifestazioni e non nasconde la sua fiducia nella nuova generazione che, a suo dire, spalleggiata e sostenuta, può innescare una differenza sostanziale nella rivendicazione di richieste che sono ancora tutte sul piatto. E mentre ci aggiriamo tra ragazze e ragazzi determinati e organizzati noto anche il volto di qualche decano che in mezzo agli studenti spicca per divario di età, come Andrea, che ho incontrato a più ricorrenze e che nel 2001 era in prima fila.

Gli chiedo così come mai sembra che solo ora si sia risvegliata l’attenzione per quest’evento e cosa significhi essere ancora e di nuovo qui oggi: «Sicuramente per non dimenticare e per non farne soltanto un rito: per portare anche chi scende in piazza adesso alla consapevolezza che venticinque anni fa i temi principali erano già quelli giusti. Che quelle erano le istanze che ancora oggi dobbiamo portare avanti, non solo sul piano conflittuale ma anche su quello istituente: le questioni migratorie, la questione ecologica, il sistema neoliberale che schiaccia i lavoratori con il precariato. Per una volta si può dire che veramente avevamo azzeccato tutto. Questo negli anni non è mai cambiato, ciò che è mutato rispetto alle scorse occasioni, invece è la situazione internazionale. Quest’inverno c’è stato un grande sommovimento che non si vedeva da anni, in solidarietà con le lotte palestinesi contro il genocidio che quel popolo sta subendo: si è risvegliato qualcosa che era sopito, e per fortuna la gente ha di nuovo voglia di stare in piazza».

Genova G8 25 anni

Foto: Franco Ferrari per Rolling Stone Italia

Che qualcosa prima di questo risveglio sia stato troncato a Genova è un tema su cui si è riflettuto e scritto moltissimo. Il crollo del blocco sovietico aveva certo sguarnito il mondo di un modello sistematico, tradizionale e in parte dogmatico di opposizione al capitale, del quale pareva sancirsi all’orizzonte una vittoria senza opposizioni. Tuttavia, l’ultimo decennio del secolo e del millennio assunse tonalità inedite sia nel dissenso che nelle pratiche antagonistiche riuscendo nell’impresa di riformulare le istanze del passato fuori dalle gerarchie e dai partiti in una costellazione di battaglie e rivendicazioni proiettate verso un futuro più tangibile di quanto apparisse in precedenza. Fu così che nacque l’altermondismo, il “movimento dei movimenti” con i suoi intellettuali – Naomi Klein, Toni Negri, Manuel Castells, Pierre Bourdieu, Noam Chomsky – e i suoi capisaldi politici – la lotta alla globalizzazione neoliberale, la critica alla mercificazione, la lotta al deficit democratico delle istituzioni, la rivendicazione dei diritti civili – in una stagione che contrappose un’altra idea di mondo a quella del capitalismo globale e che proprio negli spazi del mondo aveva imparato a radunarsi e a prendere voce, da Seattle a Porto Alegre fino a Genova, appunto. Avevamo ragione noi, recita un motto noto su un cartellone che leggo per strada. È vero. Poi, però, come intitola un recentissimo romanzo del giornalista Giulio Silvano dai toni aspri e graffianti sull’“italietta” degli anni zero, Hanno vinto loro:

Quello che era accaduto alla Diaz era ancora peggio della morte di Carlo Giuliani. La colpa era del prefetto e del ministro dell’Interno e dei poliziotti e di tutte le persone che lasciavano passare una cosa del genere e di tutte le persone che avevano votato quel governo. Il primo governo a portare i neofascisti al potere, diceva [mio padre ndr]. Il capo della polizia un po’ di anni dopo i fatti della Diaz è diventato sottosegretario di Stato di un governo tecnico appoggiato dal principale partito di centrosinistra. Un esponente di quel partito, salito poi al governo, l’ha nominato presidente della più grande azienda di produzione d’armi e sistemi di difesa del Paese. L’ex capo della polizia ha anche ottenuto una medaglia al merito da parte dell’FBI. Il vicecapo della polizia, direttore generale della pubblica sicurezza, dopo i fatti della Diaz, ha fatto carriera. È scomparso per un tumore mentre era ancora capo della polizia, dodici anni dopo. Quando è morto gli hanno dedicato una palestra di pugilato dei gruppi sportivi della polizia di Stato, dentro c’è anche un suo busto in bronzo. Ad Avellino, dov’era nato, gli è stato intitolato un parco pubblico.

Genova G8 25 anni

Foto: Franco Ferrari per Rolling Stone Italia

Anticipando l’arrivo dello spezzone studentesco ci affrettiamo a Piazza Alimonda dove a parte qualche sparuto temerario, la massa di persone radunatesi forma una mezzaluna seguendo l’ombra e prendendo d’assalto i bar della piazza dove rifocillarsi. Le bandiere sono tante e diverse, da Rifondazione comunista a Extinction Rebellion, sigle vecchissime e nuove gravitano nello stesso spazio. Al microfono le voci che si alternano sorprendono per la consapevolezza dei processi in atto e degli obiettivi da raggiungere; si parla della crisi climatica e del genocidio palestinese, ma compare anche il discorso urbano, connesso al cannibalismo del capitale sugli spazi pubblici, e il tema della sicurezza, da discutere e formulare in alternativa all’idea di repressione. E così è in una piazza che mi sembra finalmente rispondere alle aspettative ereditate che incontro Vittorio Agnoletto, il portavoce del Genoa Social Forum che nel 2001 teneva insieme le mille anime del movimento no-global e provava a portarne avanti le ragioni mentre la città bruciava.

Genova G8 25 anni

Vittorio Agnoletto. Foto: Franco Ferrari per Rolling Stone Italia

«Io vorrei partire da una considerazione che oramai nessuno può più mettere in discussione» – dice inchiodando la piazza con lo sguardo – «avevamo ragione. Perché avevamo capito che se il mondo avesse proseguito con quel modello di sviluppo, sarebbe andato incontro a una crisi economica e sociale senza precedenti e sarebbe stato travolto dalle guerre. Fa impressione riascoltare oggi l’assemblea di apertura del Forum di Genova, il pomeriggio di lunedì 16 luglio 2001: dicevamo esattamente queste cose. Le stesse cose. In questi anni però la situazione è nettamente peggiorata, come avevamo previsto. Allora dicevamo che non era accettabile che il 20% della popolazione possedesse l’80% delle ricchezze. Oggi la forbice tra ricchezza e povertà si è ampliata in maniera spropositata ed è un’ingiustizia enorme.

«E c’è un’altra questione. Le guerre che vediamo rifiorire attorno a noi non nascono come funghi: sono il prodotto diretto di questo tipo di economia. In questo ventennio a governare sono stati i grandi fondi finanziari, che per reggersi hanno bisogno di crescere sempre di più; e per crescere hanno bisogno di aumentare il commercio, di controllare le materie prime e le vie di trasporto in un girone infernale diviso tra guerre, sfruttamento e speculazioni. Se vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo allora cambiare modello di sviluppo, sempre più urgentemente.
Per di più la cosa agghiacciante è che abbiamo al governo ancora gli stessi che c’erano allora. E come nel 2001, in tre giorni, è stata sospesa la Costituzione e attaccata duramente la democrazia, oggi si fa di tutto per ridurre gli spazi di democrazia e quelli pubblici – mi riferisco ai decreti sicurezza. Essere qui, oltre a testimoniare e ad assumersi delle responsabilità, significa anche guardare al futuro, rivendicando il diritto di parola e la libertà del dialogo e del confronto. Appartengo a una generazione cresciuta con l’idea che la diversità di opinioni sia il sale della democrazia e della convivenza civile e sentirsi dire che proprio questo modo di stare in politica e in società mette a rischio la convivenza dei cittadini è inaccettabile».

Genova 25 anni G8

Foto: Franco Ferrari per Rolling Stone Italia

Annalisa Camilli, nel suo podcast oramai cult su Internazionale, datato 2021, raccontava di come non si fosse più parlato del trauma collettivo che era stato il G8 di Genova. Per anni non solo nessuno al di fuori dei movimenti stessi ne aveva tentato una reinterpretazione in qualsivoglia chiave, ma lo stesso portato politico sembrava essere stato abraso dalla riflessione collettiva, abolito dall’inquadramento storico, dall’insegnamento nelle scuole, dalle discussioni più comuni. Poi, lentamente, qualcosa ha iniziato a muoversi soprattutto a partire dall’ambito letterario, dove la possibilità di interpretare e riformulare si fa più libera e malleabile. Così – per citare solo alcuni lavori – dalle voci in “presa diretta” di Avevamo ragione noi (2016) di Domenico Mungo; alla raccolta di racconti Circospetti ci muoviamo (2021) curata da Michele Vaccari, che immagina narrazioni vicine e lontane agli eventi; allo sguardo disincantato di Francesco Pecoraro in Solo vera è l’estate (2023) fino a quello più militante e distanziato del recente Come farfalla a luglio (2026) di Stefano Valenti, il G8 di Genova ha iniziato a invadere le narrazioni sul contemporaneo, costituendosi come tematica scottante la cui attualità, a tutti gli effetti riconosciuta, ha a sua volta imposto un riallaccio storico tra oggi e quel passato.

Lentamente, poi, le meditazioni su Genova hanno lasciato il porto dell’immaginario rifacendosi concrete, e se per molto tempo parlare del luglio 2001 è stato possibile quasi unicamente grazie alle biografie, oggi, forse, siamo finalmente in grado di affiancare al racconto di chi ha vissuto quel passato un rinnovato arsenale di teorie (penso a Mark Fisher, Nancy Fraser, Judith Butler, Byung-Chul Han, Wendy Brown, Eva Illouz, Tim Ingold) e di pratiche (dalla quarta ondata del femminismo; al Black Lives Matter, fino alla protesta No Kings) che apra un nuovo territorio di conflitto, più urgente che mai.

Genova G8 25 anni

Foto: Franco Ferrari per Rolling Stone Italia

In Piazza Alimonda il sole è ancora alto quando parte un corteo che sfiora i 10mila partecipanti per passare prima in via Tolemaide – il teatro delle cariche del 20 luglio sul corteo delle tute bianche – per poi dirigersi, senza intoppi, fino a Piazza De Ferrari, lungo la direttrice del centro città. Prima, dopo e durante questa sfilata attraverso le strade della città, trovo qualcosa di rinnovato in chi sfila; mi sembra di vedere per la prima volta una folla più compatta e coesa rispetto al passato e mi interrogo su questa evoluzione. Anni fa avevamo già provato a riflettere su cosa fosse stato vivere l’età matura per il dissenso immediatamente dopo il G8; a riallacciare i fili della storia chiedendo che cosa avessero ereditato le lotte dei giovani nati negli anni Novanta, quelle dell’Onda, del 2008, dei cori noi la crisi non la paghiamo, strozzati tra il berlusconismo e la tecnocrazia. Forse era stato quel periodo il momento in cui era nato il fantasma serpeggiante di spenta impotenza che avevo visto contaminare ogni anno Piazza Alimonda.

E però in questa giornata mi pare di poter affermare che qualcosa si sia mosso e non solo in relazione ai giovanissimi; non soltanto loro sono i protagonisti di questo spazio, ma la ricchezza di quest’occasione è una dimensione trasversale per età, posizionamenti politici e obiettivi che sembra essere rinata quest’anno in Italia grazie all’attenzione per l’oppressione palestinese, per la giustizia sociale e lavorativa, per la difesa degli spazi pubblici e autonomi. Oggi Genova si reinserisce più di ieri nel tessuto della storia, arricchendo con i suoi lasciti e le sue storie l’immagine del mondo a venire.

Guarda qui tutte le foto del corteo a Genova del 19 luglio 2026, per i 25 anni del G8