Una grande festa di paese che diventa un party in un club. È questa l’immagine con cui si può descrivere il nuovo tour di Bad Bunny che ieri sera – con una replica oggi – è approdato a Milano. Era da tempo che la città non viveva un’attesa simile per un concerto, probabilmente da quando Taylor Swift aveva conquistato San Siro nell’estate del 2024. Lo si percepisce dal suono degli accenti e dagli outfit che attraversano Milano fin dal mattino, così come sui treni affollati di turisti musicali diretti prima in città, e poi all’Ippodromo La Maura per vedere quello che negli ultimi anni è stato l’artista più ascoltato al mondo: Benito Antonio Martínez Ocasio.
«Non ho mai suonato davanti a così tante persone», esordisce Bad Bunny, di tutto punto vestito, quando alle 8 e mezza si presenta sul palco. E sembra realmente stupito dall’accoglienza italiana. E forse, proprio per questo motivo, lo show vive di grandi momenti di entusiasmo e altri di puro silenzio, come quando Benito passa qualche minuto a salutare le prime file. Lo fa senza musica, senza accompagnamento. E questo accade anche spesso sul palco, dove la dedizione al ritmo è intervallata da lunghi discorsi frammentati e da silenzi che sembrano quasi momenti di mindfulness, una necessità di respirare, di assorbire, quella che è, a tutti gli effetti, la più grande vittoria della musica latina.
«Quando sono venuto qui l’ultima volta che non c’era così tanta gente», scherza ricordando la sua data al Latin Festival del 2019, proprio qio a Milano. Ma in fondo dal 2019 è cambiato tutto. La musica latina ha finalmente sfondato un muro invisibile che la relegava a musica etnica, popolare, paesana, anche grazie al lavoro di Bad Bunny, capace di portato a termine quel pezzo di strada battuto negli anni da artisti come Daddy Yankee, J Balvin, Luis Fonsi e Shakira. E lo si vede anche solo a guardare il pubblico: oltre a tantissime persone provenienti dai Paesi latini («oggi siamo un popolo solo, oggi siamo tutti portoricani», sottolinea a più riprese Benito), troviamo anche tutte quelle persone occidentali che fino a qualche anno fa vivevano questa cultura tra corsi di danza latinoamericana e serate latine, un mondo vivissimo ma spesso marginalizzato. Oltre a loro, con maggiore sorpresa, anche tutti quelli che consideravano il reggaeton e dintorni come musica di seconda serie, priva di spessore e ambizioni. Ora, come rapiti da un incantesimo, siamo tutti pronti a perrear. È forse questo il vero successo della musica latina: aver smesso di appartenere a una comunità specifica per diventare un linguaggio condiviso, universale.

Foto: Gaia Menchicchi
La musica latina, più di tutto, ha cambiato il nostro modo di stare in pista. Ci ha (r)insegnato a ballare, facendo riscoprire – a noi europei – le anche e i fianchi. I movimenti con le gambe e con il culo. Ci ha allontanato dal two-step quasi immobile di una certa cultura pop occidentale e dai movimenti confinati al collo e alle spalle. Ci ha rimesso in comunicazione con il corpo. E, soprattutto, ci ha ricordato che si balla insieme. Il concerto di Bad Bunny è questo: due ore abbondanti di ballo comunitario, in cui poco importa (o almeno in parte) se Benito è sul palco principale – e quindi molto lontano per chi non ha l’accesso al pit – o nella sua casita, dove invece diventa un puntino distante per chi prima era sottopalco. L’energia rimane comunque invariata perché a generarla non è tanto il palco, l’attenzione visiva, ma il fatto che stiamo tutti ballando assieme. E Bad Bunny lo ripete spesso: «Ricordatevi delle cose per cui vale la pena vivere: ballare, cantare, amare, perrear». E a guardarci attorno c’è chi balla, chi canta, chi ama, chi perrea e chi piange: missione compiuta.
Scendiamo ora nei dettagli. Lo show è diviso in tre blocchi. Nel primo, sul palco principale, Benito è accompagnato da una band portoricana in un’introduzione che non è solo folklore, ma storia e sentimento. Il segmento – una grandissima festa di paese, con assoli, balli, celebrazioni – è quasi completamente dedicato ai brani di Debí Tirar Más Fotos, da Nuevayol a Baile Inolvidable, con la sola eccezione di Callaíta (da Un Verano Sin Ti), comunque riarrangiata in chiave salsa, e dall’esecuzione strumentale della nostra Nel blu dipinto di blu. Più della metà del concerto, invece, si tiene nella ormai celebre casita. Qui le radici folk si allargano nel club, scandagliando la discografia di Benito, da Diles, uno dei suoi primi successi, a Tití Me Preguntó, da Yo Perreo Sola a Monaco, l’unico brano in scaletta tratto dal precedente, e forse più deludente, album della sua carriera, Nadie Sabe Lo Que Va a Pasar Mañana. Anche il sole, ormai abbandonato il proprio mestiere, viene sostituito da fuochi d’artificio e fiamme mentre nella notte si accende un accenno di luna.
Il terzo blocco vede il ritorno di Bad Bunny sul palco principale, accompagnato per lo più da un corpo di ballo. È il tempo delle grandi hit (come se prima non ne avessimo ascoltate abbastanza): La Canción, DtMF ed EoO, che chiude il concerto con visual epilettici da club night in cui, a lettere cubitali, scorrono le parole “Perreo” e “Tra Tra”. E mentre continuiamo a ballare, Bad Bunny si spoglia di colbacco e gioielli e abbandona il palco per lasciare defluire la folla sotto il suono scoppiettante di uno spettacolo pirotecnico.
Anche se questo non è per nulla un concerto perfetto – la divisione in due palchi non comunicanti finisce per scontentare un po’ tutti, i silenzi di Benito a volte spezzano il ritmo, in scaletta manca qualche brano capace di aggiungere un ulteriore sostrato emotivo allo show – quello che ci lascia Bad Bunny è molto. È proprio nelle sue imperfezioni che questo live riesce a mettere in discussione le regole del concerto pop contemporaneo. Del resto, cosa aspettarsi da un artista che ha costruito tale carriera mondiale facendo sistematicamente l’opposto di ciò che il music business occidentale considerava la strada giusta?
Il lascito, allora, va oltre lo spettacolo. La musica latina è ormai il nuovo mainstream. La sua conquista culturale ha cambiato così anche il nostro modo di vivere il corpo, la pista. Ballare torna a essere un gesto collettivo prima ancora che individuale, un linguaggio di comunità prima che una semplice forma di intrattenimento. Questo live ce lo ricorda: ballare (e cantare) è liberazione, ma anche unione, amore, sessualità. Per noi occidentali questo cambiamento di paradigma è stato come veder spalancare una porta che era rimasta chiusa per troppo tempo e che era sotto i nostri occhi. Al di là abbiamo trovato un giardino di cui conosciamo ancora poco, ma di cui possiamo imparare molto.















