

Foto: Mick Hutson/Redferns
È il 25 febbraio 1968 e nella stanza 1628 del Conrad Hilton di Chicago Jimi Hendrix si è tolto i calzoni. Cynthia Albritton è pronta. Insieme all’amica e assistente Marilyn mescola con cura parti uguali di polvere di alginato per le impronte dentali e acqua a 21°C. Nel frattempo l’amica Dianne, la fluffer incaricata di eccitarlo, sta facendo un pompino a Hendrix cercando di portarlo fino al limite prima dell’orgasmo.
Quando le tre ragazze sono arrivate in hotel neanche sapevano se sarebbero riuscite a intrufolarsi nella suite di Hendrix, figuriamoci a sfilargli i pantaloni a zampa superattillati. Avevano seguito lui e gli Experience dalla Civic Opera House fino all’Hilton. Si erano presentate a Hendrix e gli avevano mostrato una valigia col nome del loro collettivo di groupie in un ovale bianco: The Plaster Casters of Chicago. Erano lì per immortalare il suo pene o il suo Hampton Wick come diceva Albritton, appassionata anglofila che amava usare lo slang cockney. «È sceso dalla limo e ha detto: “Sì, amica mia, ho sentito parlare di voi”», ha raccontato Albritton anni dopo. «“Venite pure su nella stanza”».
Il piano era semplice: farlo eccitare, fargli inserire il pene nell’alginato e, una volta ottenuto lo stampo, riempirlo di gesso. Quando Dianne ha raggiunto il suo obiettivo e Hendrix era in piena erezione, Albritton si è inginocchiata davanti a lui e lui ha infilato il suo rig, il pene cioè, nel contenitore pieno della sostanza rosa. Hanno pianificato ogni movimento, ma coi tempi non si scherza: quando il pene viene inserito l’alginato deve trovarsi al giusto punto di indurimento e l’uomo deve restare sufficientemente eccitato per ottenere una riproduzione dettagliata. E per un pene in erezione 21 gradi sono pochi.
Albritton ha impiegato molto tempo a trovare il procedimento giusto per realizzare gli stampi. È stato un amico a suggerirle di usare la sostanza gommosa derivata dalle alghe usata per prendere le impronte dei denti. Ci ha messo due anni a perfezionare la formula. È finalmente riuscita a ottenere risultati soddisfacenti prima incontrare Hendrix, anche grazie al coraggio di alcuni amici che si sono prestati come cavie. Ma quella sera, per l’entusiasmo, Dianne non ha applicato abbastanza vaselina. Così, dopo che l’alginato si è solidificato, Hendrix è rimasto lì con Albritton che gli liberava delicatamente i peli pubici rimasti intrappolati nello stampo. «In realtà gli piaceva», ha scritto nei suoi appunti, aggiungendo che sembrava quasi stesse scopando lo stampo mentre lei lavorava. «Anzi, credo che il motivo per cui non riuscivamo a sfilare il suo rig fosse che non voleva perdere l’erezione».
Quando Hendrix ha sfilato il pene, Albritton ha rimosso con attenzione lo stampo di alginato dal contenitore. Ha versato una miscela di gesso nello stampo ma, impaziente di vedere il risultato, ha tolto l’alginato prima che il gesso si fosse indurito a sufficienza e il calco si è sbriciolato. Lo ha portato a casa, lo ha lasciato asciugare ancora un po’ e alla fine è riuscita a rimetterne assieme i pezzi. «Un po’ di colla ed ecco il nostro calco in gesso», scriveva. «Assomiglia un po’ alla Venere di Milo, ma è una meraviglia».
Al pene di Hendrix è stato dato il numero di catalogo #004. Nell’arco di alcuni decenni Albritton ha srealizzato circa 60 calchi, oltre a dieci calchi di seni di musiciste. Lo #004 è il lavoro più famoso, quello che ha definito la sua carriera artistica e le ha fatto conquistare lo status di culto, con riferimenti che vanno dalla canzone di Jim Croce del 1972 Five Short Minutes al singolo dei Kiss del 1977 Plaster Caster, fino al film del 2024 Drive-Away Dolls.

Cynthia Albritton nel 2000. Foto: Scott Gries/ImageDirect
Cynthia Albritton aveva intenzione di scrivere un’autobiografia, ma non è mai andata oltre il primo capitolo. Dopo la sua morte nel 2022, a 74 anni, alcuni dei suoi amici hanno contattato il Kinsey Institute dell’Indiana University di Bloomington. Fondato nel 1947, l’istituto dedicato allo studio della sessualità e delle relazioni ha apprezzato sia il senso dell’umorismo che il valore storico del lavoro di Albritton. Ha guardato oltre l’aspetto provocatorio della faccenda e ha riconosciuto come, intenzionalmente o meno, la sua arte ha ribaltato le dinamiche tradizionali tra rockstar e groupie, restituendole un potere che altri avrebbero potuto cercare di sottrarle. Il Kinsey Institute ha ricevuto con entusiasmo i suoi archivi: anni di diari, appunti sui calchi, raccoglitori di ritagli di giornale e una collezione accuratamente confezionata di cimeli a tema fallico, oltre a più di 100 calchi di peni, alcuni in gesso, altri in bronzo, e il materiale utilizzato per realizzarli.
La curatrice del Kinsey Institute, Rebecca Fasman, ci ha invitati a esaminare nel dettaglio la collezione. Ho poi letto e riletto i diari, ho studiato un’infinità di interviste d’archivio e ho parlato con quasi due dozzine di amici di Albritton, da quelli che la conoscevano a Chicago fino alla persona che le teneva la mano quando è morta.
«Per lei era un bel modo per conoscere dei musicisti. E magari, prima o poi, ci avrebbe anche fatto sesso. Non la vedeva come qualcosa di più grande», racconta Iva Turner, amica intima di Albritton fin da quando erano ventenni. «Questa cosa è diventata molto più di quanto lei avesse mai immaginato».
Albritton è cresciuta nel South Shore di Chicago all’inizio degli anni ’60. Appassionata di musica e arte, riempiva il diario di schizzi e lavorava come responsabile della sezione artistica del giornale scolastico. Al liceo nella lista delle sue ossessioni sono arrivati i ragazzi con cui flirtava durante le prove del coro e nella mensa dell’Art Institute of Chicago, che frequentava. Ha iniziato disegnando bozzetti di moda, ma poi si è dedicata a ritratti, spesso raffiguranti le sue band preferite. «Chi non la conosce non sa una cosa: era un’artista molto, ma molto brava», racconta Joe Shanahan, proprietario del Metro, il locale che Albritton frequentava spesso negli ultimi anni di vita. «I suoi ritratti sono incredibili».
Albritton è cresciuta con la madre single, Dorothy, che per tutta la vita ha chiamato la Direttrice. «Aveva una madre che cercava di demolirla in ogni occasione possibile», racconta Turner, che ha conosciuto Albritton nel 1969. La Direttrice voleva che Cynthia diventasse insegnante, che restasse nel South Side, che lasciasse perdere i ragazzi, la musica e le bravate adolescenziali. «Non sono stata cresciuta pensando a cosa volessi fare nella vita, perché mia madre mi aveva già detto quale sarebbe stato il mio compito: prendermi cura di lei», raccontava Albritton.
La madre si è separata dal padre Curley, probabilmente a causa dei problemi dell’uomo con l’alcol, quando lei era piccola. Impiegato delle poste, il padre è rimasto presente nella vita della figlia, portandola al nuovo centro commerciale o all’ippodromo e infilandole spesso qualche soldo in tasca. Le piaceva quando passava a prenderla per un’avventura, anche se a volte era ubriaco (la sua camicia da portalettere è poi diventata la divisa ufficiale con cui Cynthia realizzava i calchi).
Per tutto il 1964, durante il penultimo anno di liceo, Albritton ha riempito il diario parlando della sua cotta per un ragazzo che aveva soprannominato Goolie. All’inizio del 1964 c’erano ormai solo quattro uomini che le interessavano. «Ti ricordi quanto ti ho parlato di Goolie, caro diario?», scrive il giorno dopo l’esibizione dei Beatles all’Ed Sullivan Show. «Be’, non ne scriverò più tanto, perché la mia nuova e definitiva infatuazione sono i Beatles, soprattutto Paul e George!».
Adorava le band della British Invasion e, come tante adolescenti dell’epoca, le voleva conoscere a tutti i costi. Quando un gruppo arrivava in città, lei e le sue amiche telefonavano agli hotel per scoprire dove alloggiavano i musicisti e cercare almeno di intravederli. «Non so come facessimo a procurarci tutte quelle informazioni», racconta Sherri Kodner, che viveva nel North Side e ha conosciuto Albritton da adolescente, «ma in qualche modo le ottenevamo sempre».
Quando i Rolling Stones sono arrivati in città nel giugno di quell’anno, Albritton ha telefonato al Water Tower Hotel chiedendo se ci fosse un ospite di nome Bill Wyman. Aveva capito che chiedere di un membro meno famoso della band destava meno sospetto. Avuta la conferma, lei e Kathy sono andate di corsa a Michigan Avenue. Per strada hanno notato alcuni uomini che dovevano appartenere all’entourage del gruppo.
«Ehi, tu sei uno Stone!», ha gridato Cynthia. Un uomo dai capelli biondi spettinati e dal look impeccabile ha risposto con accento britannico: «Sì. Mi daresti un benvenuto all’americana?». Ha avvicinato la guancia e lei l’ha baciata. Quando Cynthia gli ha chiesto di ricambiare, lui l’ha baciata sulle labbra e poi le ha dato un piccolo morso sul collo. Lei è rimasta incantata dalla sua sensualità e dall’odore di whisky nel suo alito. Kathy le ha poi spiegato che non era uno dei Rolling Stones, ma Andrew Loog Oldham, il ventenne manager della band, già una stella nascente. In ogni caso, Cynthia era conquistata.
Presentarsi davanti all’hotel le aveva portate piuttosto vicino ai Rolling Stones, ma con i Beatles la concorrenza era più agguerrita. Al concerto sedeva molte file indietro e, anche se era entusiasta di vedere dal vivo gli oggetti del suo desiderio, osservarli sul palco era quasi come guardarli in tv. «Oh, Signore, non li ho incontrati e ora non provo più niente», scriveva sul diario. «È stata una delusione, non mi hanno lasciata avvicinare ai miei Beatles». La mattina seguente è rimasta a piangere seduta sul letto, sotto il poster dei quattro.
Nel 1966 Albritton era ancora vergine, eppure si era già fatta una certa reputazione nel giro locale delle groupie. Era bella, ma aveva un viso da bambina e forme che la mettevano a disagio. In compenso aveva un grande senso dello stile. Si era diplomata e frequentava la University of Illinois Chicago dove studiava e passava quanto più tempo possibile con le band. Era amica di un gruppo locale chiamato Flock e aveva una relazione a intermittenza con uno dei suoi membri, non avendo alcun interesse nei legami duraturi.
Nel dicembre 1965, quando gli Yardbirds sono passati da Chicago, ha passato un weekend memorabile con Jeff Beck. Lo scrive nei suoi diari che ci sono stati lunghi baci, una masturbazione e forse una visita a casa sua per ascoltare dei dischi. Per quanto breve fosse stata quella relazione, l’aveva colpita. «Non riesco a studiare, né a pensare ad altro se non… a Jeff», scrive. È stato perciò devastante quando lui non l’ha nemmeno salutata un mese dopo, quando lo ha rivisto a un concerto degli Yardbirds.
Dietro alle passione per band c’era soprattutto un amore vero per la musica. Oltre a inseguimenti alle band e problemi familiari, nei suoi diari ci sono recensioni dei dischi dell’epoca come Rainy Day Women #12 & 35 di Bob Dylan, 19th Nervous Breakdown degli Stones e praticamente tutto ciò che pubblicavano i Beatles. Anche l’art school le piaceva parecchio. Nell’aprile del 1966 ha ricevuto il compito di realizzare un calco in gesso di qualcosa di rigido. Ha pensato subito a un pene in erezione. Per l’esercitazione ha usato un ortaggio, forse una zucchina o una banana, non lo ricordava, ma l’idea le è rimasta in testa. Già ai tempi del liceo aveva dato un consiglio a un amico candidato a diventare capoclasse: se vuoi farti notare, devi distinguerti dagli altri. Ha deciso di applicare lo stesso principio al suo modo di approcciarsi alle band.
La sua migliore amica era Pest, una bellezza mozzafiato che condivideva la sua passione per i musicisti. Insieme avevano imparato le basi dello slang cockney e si erano rese conto che potevano usarlo per attirare l’attenzione dei ragazzi inglesi. Quando gli Hollies sono arrivati in città nell’aprile di quell’anno, Pest ha telefonato alla stanza d’albergo del chitarrista Tony Hicks presentandosi come impiegate della Barclays Bank di Chicago, «two Barclays bankers of Chicago», in dialetto cockney una allusione alla masturbazione. La cosa ha divertito Hicks al punto da invitarle in camera dove hanno vissuto quelle che allora i ragazzi chiamavano scenes: qualche effusione, forse qualcosa di più. A un certo punto quel weekend Albritton ha accennato al suo progetto artistico e musicisti hanno accettato con entusiasmo. «Vogliono tutti che facciamo un calco in gesso del loro rig», scrive nei diari.
Alla fine non se ne è fatto nulla, ma Cynthia non ha rinunciato all’idea. Pochi giorni dopo sono arrivati in città Paul Revere and the Raiders di cui adorava il cantante Mark Lindsay. La trovata delle Plaster Casters ha permesso loro di entrare nella stanza della band al Chicago Hilton dove Cynthia ha perso la verginità con Lindsay. «Che fisico», scriveva. L’idea era «fare un calco del suo rig» il giorno dopo. Non lo hanno fatto, ma essere riuscita ad andare a letto con Lindsay le ha fatto capire che quel trucco poteva funzionare. «La competizione tra ragazze era fortissima», spiega Kodner, ma Albritton aveva un talento speciale nel rintracciare le band, «una vera forma d’arte».
A settembre, Cynthia ha fatti stampare un mazzo di biglietti da visita con la scritta “Siamo le Plaster Casters e vogliamo fare un calco in gesso del tuo Hampton Wick”. «Per due anni siamo state probabilmente le groupie più famose di Chicago», ha raccontato in seguito, «e questo senza aver mai realizzato nemmeno un calco».

Hendrix nel 1967. Foto: Jim Marshall Photography LLC/Zenit Distribution
In una tranquilla sera di lunedì alla fine di ottobre del 1967 Albritton era a casa a scrivere sul suo diario. Proprio quel mese aveva avuto una scenes con John Weider degli Animals, «una persona incredibilmente brillante». Aveva riallacciato i rapporti con gli Yardbirds e, anche se Jeff Beck non era più nel gruppo, al suo posto era arrivato un certo Jimmy Page. Mentre era seduta a scrivere sul diario, è arrivata una chiamata: «Sono Jimmy Page degli Yardbirds e voglio fare un calco in gesso». Lei e Dianne si sono precipitate, ma quando sono arrivate la band aveva cambiato idea. «Jimmy si è chiuso a chiave in camera da letto, sostenendo di essere al telefono», scrive Albritton.
Qualche giorno dopo erano di scena i Procol Harum e, scrive Albritton, «sembravano entusiasti che nel backstage fossero arrivate le Plaster Casters». Dopo il concerto, Gary Brooker le ha fatto i complimenti per un medaglione con un pene in rilievo. Lei glielo ha regalato, lui ha voluto ricambiare col calco del suo rig. Quella sera, Albritton e Dianne sono andate nella stanza d’albergo della band. «Noi volevamo farlo a Gary e Gary voleva farlo».
Albritton ha preparato l’alginato, ma il primo impasto si è trasformato in una «massa gelatinosa rosa piena di grumi». Ci ha riprovato senza successo. Alla fine hanno provato a mettere il composto direttamente attorno al pene, ma continuavano a staccarsi dei pezzi. «Gary era deluso, gli altri disgustati. Ci ha dato delle incapaci». Se non altro, ha fatto sesso con Brooker e la ricordava come un’esperienza straordinaria. Sono uscite dalla stanza della band la mattina seguente, con le occhiaie per la notte insonne e le gonne macchiate di alginato rosa. Fuori c’erano altre tre ragazze in cerca di autografi.
Non hanno però la speranza e quattro mesi sono finite all’Hilton con Hendrix. «È una storia iconica», dice Tim Tuten che insieme alla moglie Katie gestisce a Chicago l’Hideout, dove Albritton aveva un posto riservato. «Era una ragazzina nella stanza con una rockstar e diceva: “No, io da qui esco con il tuo cazzo tra le mani e sarà mio”». Un mese dopo, Albritton era di nuovo all’Hilton, questa volta con Noel Redding degli Experience. «Il suo è stato il primo calco a uscire contorto», ha raccontato anni dopo. «Succede se iniziano a perdere l’erezione, il pene si piega e la pressione dell’alginato lo spinge ancora più in basso». È stata comunque uno dei giorni più belli della sua vita. «Cazzo… sono andata a letto con Noel e mi sono portata a casa anche il souvenir deluxe».
Col lavoro dei calchi diventato più regolare, ha iniziato a mettere assieme una collezione. Esponeva i prodotti finiti nella sua stanza, ma immaginava di riesce a mettere in mostra le sue “opere” in un contesto più formale, una galleria o magari un museo. I calchi intanto si accumulavano rapidamente: dopo Redding è arrivato Don Ogilvie, il road manager dei canadesi Mandala, poi Bob Pridden, road manager degli Who. Di solito manager e roadie si facevano convincere più facilmente dei musicisti ed era comunque un modo per stare vicini a una grande band.
La svolta è arrivata quando ha conosciuto Frank Zappa. Nell’aprile del 1968 Albritton e Dianne erano riuscite a entrare nella stanza d’hotel dei Cream per chiedere a Eric Clapton se volesse fare il calco. Ci voleva pensare, ma intanto le aveva presentate a Zappa che era lì perché i Mothers of Invention aprivano il concerto. Zappa aveva rifiutato la proposta, ma erano rimasti a chiacchierare per ore. «Non era un tizio spaventoso o esagitato come pensavo. Era intelligente, rispettoso e molto curioso, e sembrava interessato alla mia idea di un museo del cazzo rock».
I due sono rimasti in contatto. «È stato Frank a dirmi che era una forma d’arte». Gli aveva prestato il diario del 1966, essendo lui affascinato dalle groupie, e voleva aiutarla a tirarne fuori una sceneggiatura. Qualche settimana dopo l’ha messa in contatto con le GTO, una band composta interamente da groupie e guidata da Pamela Des Barres (il suo libro biografico I’m With the Band ha reso famosa la cultura delle groupie e Albritton è citata in un altro suo libro, Let’s Spend the Night Together). Le due hanno fatto amicizia e all’inizio del 1969 Albritton è stata per un certo periodo a Los Angeles grazie a Zappa. «Trovava le nostre idee esilaranti», dice Des Barres, «voleva preservare quelli che secondo lui erano elementi sociologici importanti».

Con Pamela Des Barres nel 2002. Foto: Chris Polk/FilmMagic
La Bizarre, l’etichetta di Zappa, pagava l’affitto a Albritton oltre a darle uno stipendio di 65 dollari a settimana, l’equivalente di circa 575 dollari di oggi, ovvero abbastanza per permetterle di comprare dischi, vestiti e qualche pasto ogni tanto. Ha fatto le valigie, dischi compresi, ed è arrivata in California l’11 aprile 1969. A parte qualche breve viaggio, era la prima volta che la ventunenne lasciava casa. Des Barres è andata a prenderla in aeroporto e l’ha portata al quartier generale di Zappa su Wilshire Boulevard, dove ha ritirato il suo primo assegno. Sono poi andate all’appartamento a Hollywood che le era stato procurato. Ha conosciuto Alice Cooper, è andata alla Lindy Opera House per assistere alle prove dei Mothers of Invention, è passata a casa di Lowell George per un po’ di mescalina ed erba, e infine al Whisky a Go Go per un concerto dei Flying Burrito Brothers.
Le settimane seguenti sono state un vortice simile ed è tutto diligentemente annotato nel suo diario. Ha passato del tempo con Zappa, la moglie Gail e la figlia di 18 mesi Moon. Ha frequentato Cooper e la sua fidanzata, la famosa groupie Catherine James. Ha conosciuto Jim Morrison al Whisky e Zal Yanovsky dei Lovin’ Spoonful sul Sunset Boulevard. Ha fumato oppio con Warren Zevon ed è stata adulata da Tim Buckley («È rimasto quasi stecchito per il fatto che sono una Plaster Caster»). Ha passato svariate notti al Tropicana Motel dormendo sul pavimento di stanze occupate da star uscite direttamente dalla sua collezione di dischi. Ci sono stati flirt, scenate e cose a tre. Ha assistito alla formazione di supergruppi sul palco per momenti fugaci. Ha visto più volte Dave Mason ed era sicura che lui continuasse a guardarla, anche se non si sono mai scambiati più di un paio di parole.
La gente apprezzava la sua timidezza da ragazza del Midwest, la sua arguzia e la sua arte. «La trovavo bella», dice Iva Turner, che all’epoca faceva la go-go dancer sullo Strip. Ora settantasettenne, ricorda quando ha dato una mano per il calco di Anthony Newley, star di Broadway. «Era elettrizzante. Una cosa è che la statua di un uomo, tipo Michelangelo, un’altra è il calco del cazzo. Mi piaceva tantissimo».
Nonostante le tante esperienze, c’erano momenti in cui non era piacevole essere una Plaster Caster. Albritton non era affascinante quanto le altre groupie. «Non partecipo alla lotta tra le groupie di Los Angeles, non riesco proprio a competere con le altre». Peggio ancora, alcune band la deridevano o la insultavano in faccia. A volte lo vedevano come un invito ad approfittarsi di lei, come è successo quando ha conosciuto i Led Zeppelin.
Albritton aveva passato del tempo con gli Yardbirds e si era divertita con Jeff Beck e Jimmy Page. Alla fine del 1968, durante un viaggio a Detroit, ha vissuto quella che avrebbe descritto come un’esperienza tremenda con John Bonham. Quando beveva, il batterista diventava violento e aveva la fama di essere brutale con le groupie. La giornalista Ellen Sander – che, per coincidenza, ha scritto un pezzo su Albritton verso la fine degli anni ’60 – ha in seguito accusato Bonham di averla aggredita. Anche se aveva assistito a questo comportamento instabile, si sentiva protetta dal suo status di giornalista. Forse Albritton pensava che la sua posizione nella comunità e la sua storia con altri membri della band le avrebbero fatto da scudo.
Senza scendere nei dettagli, Albritton parlava della notte con i Led Zeppelin come a «quel massacro terribile che mi hanno fatto a Detroit». In un’intervista del 1990 a Rolling Stone Robert Plant è parso confermare l’episodio, pur sostenendo di non esserne stato direttamente coinvolto: «Infilare il calco del pene di Jimi Hendrix fatto dalle Plaster Caster dentro una di quelle ragazze a Detroit è stato… piuttosto divertente. Non ricordo chi l’abbia fatto, ma ricordo che ero in hotel in quel momento. Era… amore libero».

Frank Zappa e la moglie Gail nel 1967. Foto: Alice Ochs/Michael Ochs Archive/Getty Images
Un altro incontro sgradevole è avvenuto nella primavera del 1969 a Los Angeles quando Albritton era al Thee Experience per vedere i Led Zeppelin. John “Upsy” Downing, leggendario road manager che allora lavorava con Hendrix, ha invitato lei e la sua amica e groupie Harlow, diventata la sua fluffer principale, a una festa nel bungalow degli Zeppelin al Chateau Marmont. All’inizio lei ha rifiutato, alludendo a Detroit, ma Downing le ha promesso che l’avrebbe protetta.
Le cose sono precipitate quasi subito. Secondo quanto scrive nel diario, ha visto Bonham e altri membri dell’entourage portare un’altra groupie in una stanza e iniziare ad avere rapporti sessuali violenti con lei, infilandole dentro il collo di una bottiglia di champagne. Sebbene abbia scritto che la groupie a quanto pare «se la stava godendo», Albritton ha cercato di andarsene. Bonham le ha ordinato di prepararle una tazza di tè. Quando è andata in cucina per accontentarlo, si è sentita «in trappola» e ha acconsentito a fargli del sesso orale. Poi lui l’ha trascinata fuori verso la piscina dove, scrive, ha cercato di violentarla. È riuscita a spingerlo via, lui l’ha «costretta di nuovo a farglielo», ma quando attorno a loro è arrivata un po’ di gente e lei ha cercato di fermarsi, lui l’ha buttata in piscina vestita. Si è trascinata fino alla hall dell’albergo completamente fradicia e ha chiesto al receptionist di chiamarle un taxi. Qualche ora dopo, Harlow è arrivata alla sua porta. Era stata frustata da uno dei manager. «Ai Led Zeppelin non piacevamo», dice Harlow nel documentario del 1970 Groupies. «Richard Cole ha preso questa cinghia di cuoio e ha iniziato a picchiarmi. E io non lo conoscevo nemmeno».
Albritton non parlava spesso di quell’episodio. «Mi ha fatto capire che non potevo entrare nella stanza d’albergo di una band senza prima informarmi su chi fossero». Secondo gli amici, quando si affrontava l’argomento si irrigidiva. «Aveva una reazione viscerale quando iniziava a parlarne», dice Chloe F. Orwell, musicista di Chicago e amica di lunga data di Albritton. «Eppure amava ancora la band».
Albritton si è fatta una vita a Los Angeles, girando con personaggi personaggi della scena Kim Fowley, Rodney Bingenheimer e le GTO, frequentando la casa di Zappa e lo Strip, rincorrendo Redding quando era in città (la cotta per lui e per Ray Davies dei Kinks ha segnato parte della sua giovinezza). Ha continuato a fare calchi ad esempio di Eddie Brigati dei Rascals e di Keef Hartley, che meno di un mese prima si era esibito a Woodstock. Secondo i suoi appunti, nel 1969 ha realizzato 17 calchi, il suo anno più prolifico.
Ha parlato con Zappa dell’idea di sviluppare con Des Barres una sceneggiatura. Lui era convinto che sarebbero riusciti a convincere Peter Fonda a interpretare Mark Lindsay nella versione cinematografica dei cosiddetti Groupie Papers, ma nonostante le ore passate a scorrere i vecchi diari, e persino la realizzazione di alcune illustrazioni da abbinarci, Albritton non sembrava particolarmente determinata a scrivere la sceneggiatura.
Ciò nonostante, la sua fama stava crescendo e si stava sviluppando un nuovo interesse per le groupie. Nel febbraio 1969, Albritton era comparsa accanto a Des Barres in una sezione speciale a loro dedicata da Rolling Stone. «Una groupie è una persona che segue regolarmente i gruppi», diceva Albritton. «Non importa qual è l’approccio o lo scopo, se ottenere autografi, andarci a letto o conoscerli meglio. La maggior parte delle mie amiche sono groupie».
Una sera di quel giugno, è tornata a casa e ha scoperto che il suo appartamento era stato svaligiato. Dischi e giradischi erano spariti, i calchi no. Per sicurezza ha deciso di affidarli a Herb Cohen, il manager della Bizarre. Nel 1969 ha continuato a fare calchi e ha avuto un flirt nascosto con Zappa. Gail non aveva problemi con le groupie, ma c’erano dei limiti che si aspettava non venissero superati e Albritton li ha superati ed è andata oltre. Quando passava in ufficio a ritirare gli assegni, Zappa le baciava la testa o le pizzicava scherzosamente il capezzolo («Muoio ogni volta che mi trovo davanti ai suoi occhi castani e dolci», ha scritto). Sono andati a letto più di una volta. «Diceva che l’unico che avesse davvero amato era Zappa», racconta John Kaminski, amico dei tempi di Chicago.
Nei primi anni ’70 l’attività dei calchi ha subito un rallentamento. I gruppi non erano più entusiasti come un tempo e Zappa si stava spazientendo. Un giorno l’ha chiamata Dee, la receptionist della Bizarre. «Ti aspetta una sorpresa, fatti il passaporto». Zappa stava lavorando a 200 Motels, il film un po’ video musicale e un un po’ delirio, con Ringo Starr nei panni di Zappa, girato appena fuori Londra. Una volta arrivata in Inghilterra si è però sentita messa da parte. «È evidente che non c’è posto per me nel film», scriveva. «È un déjà-vu del mio primo anno a Los Angeles». È tornata in California in aereo, ma le cose hanno continuato a peggiorare. Con l’attività dei calchi che procedeva sempre più a rilento, la Bizarre l’ha tagliata fuori. È stata costretta a trovarsi un lavoro presso una compagnia telefonica.
In quanto ai calchi, Cohen li ha tenuti e le ha detto di pazientare. «Non ci farà niente per ora, perché la scena rock se la passa male», ha scritto lei nel suo diario. Tra qualche anno, pensavano, la domanda sarebbe tornata. «Con le superstar che muoiono, la musica di merda e i gruppi che si sposano e snobbano le groupie… Beh, ha perfettamente ragione, e comunque, se la gente si dimentica dei calchi in gesso, lo shock di rivederli dopo anni dovrebbe fare un certo effetto».
Nei primi anni ’70 la vita da groupie non la affascinava più. Apprezzava ancora il brivido di cercare di incontrare i suoi artisti preferiti – chiamare la stanza d’albergo di David Bowie o appostarsi nella hall dell’hotel dove alloggiavano i Pink Floyd – ma c’era una nuova generazione di ragazze con cui competere. Quando aveva iniziato, i ragazzi con cui lei e le sue amiche andavano a letto avevano solo un paio d’anni più di loro. Ora c’erano quattordicenni che uomini col doppio della loro età si passavano l’uno con l’altro.
Tornata a Chicago, Albritton si è sistemata in un nuovo appartamento e ha cominciato a lavorare in una tipografia. Ha comunque continuato a frequentare i backstage, ad esempio degli Aerosmith, e a girare coi Kinks quando erano in città. La sua attività di calchi era ormai finita. Verso la fine del decennio è però arrivato il punk. Nel gennaio 1978, ha visto Ramones e Runaways ed è rimasta folgorata. «Avrò perso un chilo», scrive. Apprezzava Buzzcocks, Stranglers, Jam, Gang of Four, Sex Pistols. Amava lo stile britannico, i ghigni, il lato selvaggio. E loro amavano lei.
«Nella nuova scena c’erano gruppi che la consideravano un’icona degli anni ’60, la fan suprema», racconta Giulietta Karras, che è stata presa sotto l’ala protettrice di Albritton da adolescente punk verso la fine degli anni ’70. «L’accoglienza e l’affetto da parte di quelle band le ha fatto riacquistare verve e sicurezza. La sua carriera è rinata».

Con Jake Shillingford. Foto: Mick Hutson/Redferns
Nell’ottobre 1980 Albritton ha conosciuto a Chicago Smutty Smiff dei Rockats, band rockabilly. Aveva 21 anni, una dozzina meno di lei. «Mi ha detto: “Sono Cynthia Plaster Caster e non lo faccio da un sacco di tempo, ma vorrei fare un calco del tuo cazzo». Il calco, il primo dal 1971, è stato fatto al Tropicana Hotel di Chicago. Smiff lo ricorda bene: il taglio di capelli di lei alla Spock, il grembiule legato in vita, lei che si affannava per far andare tutto per il verso giusto. «Sembrava una vecchietta italiana intenta a fare la pasta», mi racconta. «Continuavo ad aspettare che arrivasse quest’altra ragazza per eccitarmi. E invece entra un tipo. Lei mi dice: “Questo è Sammy, ho pensato fosse perfetto per farti un pompino”. “Ma Cynthia, io non sono gay!”».
Imbarazzata per l’errore, Albritton si è offerta di occuparsene lei stessa. «Ho dato al suo cazzo qualche leccatina fiacca», scriverà. Col risultato, dice oggi Smiff, che il calco «non è venuto esattamente come voleva».
All’inizio i calci erano un modo per entrare in relazione coi gruppi, ma nel 1980 le cose erano diverse. «Non lo faceva per uscire con i ragazzi», spiega Smiff. Anche se, per uno scherzo del destino, quell’incontro ha dato il via una relazione sessuale tra i due. «Non mi sembrava di essere stato sedotto da Cynthia per scoparla. Voleva solo fare il calco, ma poi ho pensato, be’, me la voglio anche scopare». I due hanno avuto una specie di relazione per anni. Non proprio un fidanzamento, dice Smiff. «Era più che altro sesso e divertimento».
Nel settembre 1988, con sei nuovi calchi completati, tra cui uno di Jello Biafra dei Dead Kennedys, Albritton ha deciso che era ora che Herb Cohen le restituisse le sue opere d’arte, «ma ogni volta che tiravo fuori il discorso lui faceva il vago. Quando ho capito che ci sarebbe stato un problema, mi si è rivoltato lo stomaco».
Una sera, Albritton ha conosciuto Santiago Durango, un neolaureato in legge ed ex chitarrista di Naked Raygun e Big Black. Nel 1991 ha intentato causa per conto di Albritton contro Cohen, chiedendo la restituzione dei 25 calchi tra cui quelli di Jimi Hendrix, Harvey Mandel e Anthony Newley, oltre al prezioso Noel Redding.
Cohen non aveva alcuna intenzione di cedere. Lei ha chiesto un milione di dollari, Cohen ha fatto una controcausa per due milioni. Lei diceva di avergli affidato i calchi per tenerli al sicuro, lui sosteneva che il contratto per i Groupie Papers gli desse diritto sulle opere d’arte. Comes e non bastasse, ha detto che i calchi non esistevano più. Attorno al 1971 li aveva fatti fondere in bronzo e argento, e gli originali erano stati «persi, rubati o distrutti».
Il caso è arrivato in tribunale nell’aprile 1993 ed è finito su tutti i giornali. I calchi erano ormai leggendari, ma non erano mai stati esposti pubblicamente. I fotografi si presentavano ogni giorno sperando che venissero portati come prova, ma trattandosi di un processo senza giuria, il giudice esaminava le prove a porte chiuse. L’interesse è cresciuto ancora di più e Albritton ha sfruttato appieno la pubblicità. «Quello che sta succedendo qui non è solo una battaglia per l’arte», diceva al Los Angeles Times. «Somiglia di più alla battaglia per l’affidamento di un figlio. Non sono semplici pezzi di gesso, sono come figli». Il giudice ha dato ragione ad Albritton, assegnandole le opere e 10.000 dollari di danni («Dubito che abbia mai ricevuto quei soldi», mi dice Des Barres).
«Riavere i calchi è stato un evento gioioso», ricorda Aneta Freeman, ex compagna di studi in legge di Durango e diventata amica di Albritton durante la battaglia legale. «Poi è arrivato un lungo periodo in cui le si chiedeva: bene, hai riavuto i calchi, ora che ne fai?».
Dagli anni ’70 Albritton ha vissuto nello stesso edificio a Lincoln Park, Chicago. Arte e cimeli a tema fallico ricoprivano le pareti, insieme a poster delle band che amava. Esponeva i calchi su un tavolo e aveva un po’ di verde sul retro. Negli anni ’90 era diventata una specie di decana della scena a Chicago, la si poteva trovare quasi ogni giorno della settimana in qualche locale spesso vestita con codini e una t-shirt di una band mentre sorseggiava vino rosso con una cannuccia, per non rovinare il rossetto. «L’ho sempre vista come una performance artistica», dice Tuten. «Era come se interpretasse la parte dell’adolescente».
È diventata un punto di riferimento al Metro, il locale rock più famoso della città, dove il proprietario, Shanahan, considerava la sua presenza a un concerto come «il timbro di approvazione, aveva un gusto impeccabile, se ne intendeva di musica, conosceva molto bene le band».
Cominciava inoltre a essere riconosciuta anche dalla comunità artistica per il suo lavoro. Nel 2000 ha tenuto la sua prima mostra in una galleria, a New York, e l’anno dopo un documentario indipendente sulla sua vita e il suo lavoro, Plaster Caster, è stato mostrato al Chicago Underground Film Festival. Ha ottenuto ingaggi come relatrice, tra cui uno all’Art Institute of Chicago dove aveva seguito dei corsi da adolescente, ed è stata omaggiata dall’artista post-concettuale Rob Pruitt durante un gala del Guggenheim nel 2009. «È stato un riconoscimento importante perché veniva da artisti», dice Karras. «Capivano il suo umorismo, non la vedevano come una trovata pubblicitaria».

Foto: Bernd Wüstneck/Picture Alliance via Getty Images
Nei primi anni 2000, Albritton ha cominciato a fare calchi dei seni come quelli di Suzie Gardner delle L7, di Peaches e di Karen O degli Yeah Yeah Yeahs. «Le tette non reagiscono come un cazzo in tiro», dice Sally Timms dei Mekons. «Si vedevano i pori, e i capezzoli erano molto nitidi, ma la forma… uno era schiacciato in un modo, l’altro in un altro. Non è particolarmente simmetrico». Nel 2002, Albritton ha lanciato un’organizzazione no-profit, la Cynthia P. Caster Foundation, vendendo riproduzioni dei suoi calchi oltre a t-shirt e stampe con l’idea di destinare il 25% dei proventi ai soggetti ritratti, mettendo il resto in un fondo per artisti e musicisti in difficoltà. Ma la domanda non c’era. «Purtroppo abbiamo ricevuto più richieste di sovvenzioni che persone che comprano roba», raccontava al Chicago Reader qualche mese dopo il lancio.
Il padre di Albritton era morto negli anni ’90 e lei era rimasta vicina a sua madre, portandole da mangiare cinese per cena un paio di volte al mese. Nel 2008, Dorothy è morta a 94 anni senza mai sapere del lavoro artistico della figlia. «Sono stata tentata di dirglielo sul letto di morte, ma poi ci ho ripensato. Non l’avrebbe resa felice».
Dopo la morte di Dorothy, Albritton si è esposta di più in pubblico. Nel 2010 si è candidata a sindaco di Chicago, più come performance artistica che per una vera ambizione politica (la sua promessa elettorale era di essere «dura contro il crimine»). Nel 2011, ha lanciato una campagna su Kickstarter cercando di raccogliere 5000 dollari, abbastanza da darle un’entrata supplementare per potersi finalmente dedicare a scrivere le sue memorie, che allora chiamava Plaster of Paradise.
Un episodio del 2016 di Dice, show HBO di Andrew Dice Clay, versione romanzata della sua vita, immagina come sarebbe potuta essere la sua carriera se le cose fossero andate diversamente. Nell’episodio Clay è un ospite vip di una grande retrospettiva a Las Vegas della sua collezione, che nella finzione includeva i nomi più grandi dello spettacolo, incluso il suo. «Stai parlando di Cynthia Plaster Caster», dice a un amico, «una delle artiste più famose al mondo, la sua roba viene esposta nei musei di tutto il pianeta» (lei fa un cameo nei panni di una fotografa). Per amici come Bryan Wendorf, che la conosceva dalla fine degli anni ’80, è stato come vedere una realtà alternativa migliore, «un universo parallelo in cui Cynthia è diventata la star dell’arte che avrebbe meritato di essere».
Nel mondo reale invece faceva fatica ad andare avanti. Non lavorava da anni, dipendeva dagli amici, a volte vendeva qualche calco o pezzi della sua vasta collezione di cimeli rock. La sua salute stava lentamente peggiorando e nel 2021, quando le è stata diagnosticata una malattia circolatoria degenerativa, è andata a stare in una casa di cura. Gli amici che l’avevano aiutata a svuotare l’appartamento hanno dovuto decidere cosa fare delle sue opere. «Ha detto che non voleva che finissero in un museo del sesso», racconta l’amica Chris Kellner, a cui è stata data la procura. «Diceva che non vanno considerati sesso, ma arte».
Cynthia Albritton è morta per una malattia cerebrovascolare il 21 aprile 2022. Terry Nelson, sua amica dagli anni ’60, le teneva la mano. Aveva 74 anni. Gli amici hanno donato la collezione di calchi, diari, scatole di oggetti di forma fallica al Kinsey Institute, dove la curatrice Rebecca Fasman ha iniziato l’arduo compito di catalogare migliaia di oggetti. «I diari sembrano quasi fan fiction e letteratura erotica, solo che è tutto vero», dice. Spera di organizzare una mostra retrospettiva.
Nel luglio 2022, gli amici di Albritton hanno organizzato uno spettacolo commemorativo al Metro intitolato Thanks, Doll: A Celebration of Cynthia Plaster Caster. Jon Langford e Sally Timms dei Mekons, Suzi Gardner delle L7 e molte altre leggende locali si le hanno dato l’ultimo saluto. Hanno suonato un mix delle canzoni che amava e cover degli artisti con cui era cresciuta come Kinks, George Harrison e Frank Zappa. «Abbiamo scelto canzoni che conoscevamo di artisti che lei amava», dice Orwell degli Handcuffs. «È stata una serata gioiosa e agrodolce. Le sarebbe piaciuta tantissimo».
Alla fine, Albritton è stata sempre sé stessa. «È la donna più autentica che abbia incontrato» in tanti anni nella scena rock, dice Sander. «Era quello che diceva di essere. Faceva quello che diceva di fare, e lo faceva bene». Inoltre, ha dimostrato che le groupie potevano esercitare un po’ di controllo sugli oggetti della loro ossessione. Erano state derise per aver cercato di avere tanta autonomia quanto gli uomini che inseguivano, e liquidate come promiscue. Quello di Albritton è stato un atto di sfida.
«Non credo che all’epoca lo considerasse un gesto femminista, ma in un certo senso lo è diventato», dice Orwell. «Ha capito a poco a poco quale potere aveva e cosa significava per la generazione successiva di donne che aveva ripreso in mano quel potere». Quella era la logica dietro la scelta di fare calchi dei seni. «Penso che fosse il suo modo di dire: vedete, non mi piacciono solo i ragazzi, io amo la musica».