Gracie Abrams, la recensione di ‘Daughter from Hell’ | Rolling Stone Italia
Ragazze incasinate

Cinquantasei minuti di carinissima infelicità

Gracie Abrams canta i tormenti di una ventenne che fuma troppo, pensa troppo, scrive troppo, e lo fa su musiche indie folk blande nonostante la presenza di Aaron Dessner. La recensione di ‘Daughter from Hell’

Cinquantasei minuti di carinissima infelicità

Gracie Abrams

Foto: Julie Greve

La ragazza è incasinata, le canzoni sono invece rispettabilissime, come il Dio del pop comanda. Lei è Gracie Abrams e ha un dono: trasforma i conflitti interiori in pezzi carini, ma talmente carini da diventare blandi. Titola il terzo album Daughter from Hell, più o meno figlia diabolica, però poi ci mette dentro tanta moderazione musicale. È un dono, sì, perché nell’anno 37 d.S. (dopo Swift) è una delle cose che il pubblico vuole: strofe, ritornelli e bridge su afflizioni e relazioni da intonare prima in cameretta da soli e poi tutti assieme in concerto, roba beninteso che non disturba nessuno, a parte qualche ex comprensibilmente irritato.

Abrams piace alla gente che piace. L’album è prodotto e quasi interamente scritto in coppia con Aaron Dessner dei National, dentro ci sono il fratello di lui Bryce Dessner, ma anche Justin Vernon, Marcus Mumford (unico feat, su What If It’s Right?), Dan Nigro, James McAlister e altri talenti. E si sente, così come sono evidenti le capacità di autrice e cantante di Abrams, il suo modo di sintetizzare stati d’animo in immagini efficaci, l’apprezzabile varietà dei registri canori, tant’è che l’etichetta whisper pop oramai le va stretta. Daughter from Hell è la storia di come la cantautrice è arrivata fin qui e delle crisi che ha affrontato, nonché uno di quei dischi che raccontano come custodire il proprio dolore, una cosa che solo una ventenne può fare (Abrams farà 27 anni a settembre). A quanto pare è una fase da cui bisogna passare e passarci assieme ad altri 12mila in un palasport non è male.

Daughter from Hell è anche un disco pieno di relazioni in cui in buona sostanza hanno tutti un po’ torto e c’è quindi da decidere dove finiscono le responsabilità proprie e quelle altrui. A volte però non c’è dubbio su chi sia il bastardo. In Death Wish lui gira il coltello nella ferita, il sadico, e lo fa sorridendo. Nella canzone che segue e che s’intitola The Knife lei decide di non estrarre la lama, ma di portarla in giro conficcata nel fianco come se niente fosse, “probabilmente la terrò per il resto dei miei giorni, probabilmente le darò un nome, poi me ne prenderò cura e lo rivendicherò”. È forse l’immagine che meglio sintetizza tono e scopo dell’album. Senza quel coltello non ci sarebbero molte di queste canzoni e alla fine il pop oggi è anche questa cosa qua: cantare la solita vecchia storia a persone che non l’hanno mai sentita e farlo col tono confidenziale di un’amica che ti fa una confessione anche se Abrams ha un’aria da aristocratica pop che dovrebbe scoraggiare ogni illusione di relazione parasociale.

Gracie Abrams - Hit the Wall (Official Music Video)

C’è del pathos pronto a esplodere in pezzi come Death Wish e Hit the Wall, su una relazione finita male e forse anche sul disturbo ossessivo-compulsivo di cui Abrams ha detto di soffrire. “Vorrei essere costante, ma ogni tanto cedo, ne faccio uso quando posso, poi riduco il dosaggio”, canta in questa confessione di disagio e confusione che contiene una citazione di A Case of You di Joni Mitchell e un bridge niente male sul trovarsi “faccia a faccia con ogni ragazza che ho cercato di interpretare”. C’è un bell’arrangiamento vocale brillante nella canzone che dà il titolo all’album, c’è la storia d’addio cantata con una certa leggiadria in Broke My Heart, che è uno dei due pezzi scritti con Vernon. L’altro è Humming, che dice “svegliami da questo incubo orribile dove ciò che sembra vero non è nulla e non c’è nessuno lassù a cui credere: che razza di modo di sentirsi, a vent’anni”. Ve l’avevo detto che questo è l’Avere vent’anni di una che dice che ha “riflettuto sulle cose difficili sotto l’effetto di droghe leggere, tipo ogni notte”. Anche i ricchi sballano.

Abrams canta gli anni che si è messa alle spalle e quindi di identità, errori che si ripetono, pillole, sere nere, disconnessione emotiva, conflitti relazionali, ansia sociale, ossessioni, l’erba che ha fumato a 17 anni e di cui, scherza ovviamente, sta pagando adesso il prezzo, nel senso che pensa di non esserci tanto con la testa. Resta però una distanza tra i turbamenti evocati dai testi e la carineria delle musiche, anche se dal punto di vista della solidità compositiva, della produzione, del gusto per i dettagli sonori Daughter from Hell è probabilmente l’album migliore della cantautrice. Non contiene canzoni memorabili, manco una, e quelle che ci sono per essere apprezzate devono essere prese nella loro giusta misura, nei loro dettagli, coscienti dei testi e del modo in cui Abrams canta certe frasi o Dessner stende un arrangiamento come in un Folklore con più città e meno provincia. Certo, al decimo pezzo sulla fine di un amore vien voglia di ascoltare una canzone sul fare serata. Che arriva, è l’undicesima, s’intitola Minibar ed è scritta con Audrey Hobert. “Mi sa che sono fatta e che lo sanno tutti”, canta Abrams, indecisa se buttarsi in una serata con 50 dollari in tasca e un solo neurone in testa oppure fuggire da quella gente che la fa sentire stramba. A chi ascolta resta il desiderio di un po’ di ironia, di leggerezza. Ce n’è, ma non abbastanza.

Gracie Abrams - Look at My Life (Official Music Video)

Emersa nell’ondata di cantautrici americane post Covid chiaramente influenzate da Taylor Swift, Gracie Abrams ha contribuito coi suoi melodrammi post-adolescenziali da tre minuti al processo di femminilizzazione del pop e al ritorno della centralità della parola nella canzone. Per alcuni è però la ragazza triste che non avrebbe alcun motivo d’esserlo essendo figlia privilegiata del regista e sceneggiatore J.J. Abrams e della produttrice Katie McGrath. A lei è dedicata la title track e in cui la cantante si descrive come “una pillola da mandare giù”, le chiede scusa, spiega in buona sostanza che vorrebbe diventare come lei ora che non è più adolescente e ribelle. Come se non bastasse, parlando di fortune, il fidanzato è l’attore Paul Mescal, co-autore qui di Imaginary Friend e lei stessa debutterà al cinema in Please di Halina Reijn. Tutto ciò rende meno credibili le canzoni di un’autrice che qua e là dice di sentirsi una outsider o le rende più interessanti? “Ma vabbè, guarda la mia vita, scommetto che non si direbbe, ma è un periodo piuttosto difficile”, canta a un certo punto. “Il mio incubo è diventato realtà, ho ottenuto quel che volevo, ma c’è qualcosa che non va”.

A proposito di fortuna, Abrams è andata al Popcast del New York Times e ha detto che capisce chi la considera una nepo baby e che, alleluia, è vero che è una privilegiata, che non doversi preoccupare del sostentamento economico è una gran botta di culo, così come avere genitori introdotti nel mondo dello spettacolo. Brava. Il suo problema non sono mamma e papà, è il tono implacabilmente mite e prevedibile di alcune composizioni e la lunghezza del disco, 56 minuti che sembrano 76. Col risultato che Daughter from Hell non evoca l’inferno suggerito dal titolo e neanche il paradiso, è semmai un dolce purgatorio con quattro, cinque canzoni di troppo. Le ragazze incasinate sono interessanti, ma quelle che riescono a mettere quel tormento anche nella musica e non solo nei testi lo sono ancora di più.