La prima cosa che colpisce parlando con Suzanne Vega è il modo in cui ascolta. Non è una qualità scontata per un’artista abituata da quasi quarant’anni a essere intervistata, celebrata e analizzata. Mentre molti artisti finiscono per raccontare soprattutto il proprio mito, lei sembra concentrarsi sui dettagli: una parola, un ricordo, una scena. Prima viene l’osservazione, poi arriva la musica. È una caratteristica che l’ha accompagnata fin dagli inizi, quando il Greenwich Village degli anni ’80 era ancora un luogo dove le canzoni nascevano nei piccoli club prima di arrivare alle classifiche. Suzanne Vega apparteneva a quella generazione di autori per cui la scrittura era il centro di tutto: prima del successo c’era una storia da raccontare. Quarant’anni dopo, quella prospettiva non è cambiata.
Nel 1987 l’autobiografica Luka portò nella Top 10 americana un tema che il pop aveva raramente affrontato con quella delicatezza: la violenza domestica raccontata attraverso la voce di un ragazzo che cerca di nascondere ciò che sta vivendo. Non era una canzone pensata per provocare né per offrire risposte facili: era il ritratto di una persona. La stessa attenzione verso gli individui attraversa Tom’s Diner, una scena quotidiana trasformata nel tempo in un brano capace di attraversare generazioni, tecnologie e linguaggi diversi. Una donna seduta a un tavolo, un momento apparentemente insignificante: nelle mani di Vega diventano memoria condivisa. La sua carriera nasce proprio da questa capacità: trovare l’universale nel particolare. Non ha mai inseguito le mode, anche quando la sua musica è entrata profondamente nella cultura pop, e ha attraversato il passaggio dal vinile allo streaming mantenendo una scrittura riconoscibile e personale.
Dopo undici anni senza un album di inediti, è tornata con Flying With Angels, un disco che affronta temi ricorrenti nella sua opera: il rapporto tra individuo e società, la fragilità umana davanti alla storia e il bisogno di raccontare il presente. Nel frattempo non è scomparsa. Ha lavorato in teatro con Lover, Beloved, il suo spettacolo dedicato alla scrittrice Carson McCullers, da cui sono nati anche un album e un film, ha continuato a esibirsi dal vivo e ha costruito un rapporto sempre più diretto con il pubblico attraverso la propria etichetta.
L’Italia occupa da sempre un posto speciale nella sua storia: è stato uno dei primi Paesi in cui ha suonato ancora prima di avere un contratto discografico. Oggi torna con il Flying With Angels Tour (da domani al 24 luglio, vedi date sotto) confermando un legame costruito nel tempo.
Il prossimo anno Luka compirà quarant’anni. Nel 1987 è stata una delle prime composizioni pop a raccontare apertamente la violenza domestica senza trasformare il dolore in spettacolo. Guardando il mondo di oggi, senti che appartenga al passato oppure che sia diventata ancora più necessaria?
Quella canzone, purtroppo, è ancora attuale. Ma non l’ho scritta per cambiare qualcosa o qualcuno. L’ho scritta come espressione della verità. Ogni giorno entro in contatto con la giovane donna che la scrisse: è ancora stupita dall’affetto e dal successo che quella canzone ha saputo conquistare nel mondo.
Il pubblico applaude una canzone che racconta abuso e sofferenza. Come vivi questo paradosso sul palco?
È proprio così. Ogni sera la canto e si avverte un cambiamento nell’atmosfera. So, nel profondo, che il pubblico non applaude il dolore dell’abuso, ma il trionfo della sua espressione attraverso la musica. Lo ricordo sempre quando torno sul palco per ricevere l’applauso dopo quella canzone. Ma appena rimetto il cappello, è il momento di voltare pagina e passare a Tom’s Diner.
Senti ancora che Tom’s Diner appartiene a te oppure pensi che ormai appartenga al mondo?
Entrambe le cose. È una mia piccola melodia, ma gli altri l’hanno accolta nelle loro vite e l’hanno fatta diventare qualcosa di loro. Ognuno ci gioca a modo suo, e questo è davvero bellissimo.
Tra Tales from the Realm of the Queen of Pentacles e Flying With Angels sono passati 11 anni. Può sembrare un’assenza, ma che in realtà è stato pieno di attività: teatro, tournée e nuovi progetti. Cosa fa una cantautrice quando si prende una pausa dal business della musica?
Ho lavorato in teatro per gran parte di quel periodo. Tra il 2010 e il 2020 ho realizzato due produzioni di Lover, Beloved, il mio spettacolo dedicato a Carson McCullers. Abbiamo pubblicato anche un album con le canzoni dello spettacolo e, nel 2019, abbiamo realizzato un film trasmesso negli Stati Uniti. Nel frattempo ho continuato anche a fare tournée.
Molti artisti raccontano il successo come una vetta da raggiungere. Ma spesso la parte più difficile arriva dopo, quando l’attenzione diminuisce e il rumore dell’industria si allontana.
Il passaggio dagli anni ’80 ai ’90 mi ha sorpresa. All’improvviso non c’era più nessuno ad aspettarmi in aeroporto e dovevo prendere il taxi da sola. Negli anni ’80 ricevevo così tanti mazzi di fiori che a volte finivo per metterli tutti nella vasca da bagno. Poi, semplicemente, hanno smesso di arrivare. Alla fine, però, la cosa che conta davvero è il tempo trascorso sul palco e il legame che si crea con il pubblico: quell’istante irripetibile dal vivo. E questo continua ancora oggi.
Qual è stato il momento più alto della tua carriera? E quale il più difficile?
Ho spesso pensato che uno dei momenti più alti sia stato vedere Prince applaudirmi dopo quella esibizione ai Grammy Awards. Un altro ricordo che porto nel cuore è la realizzazione di 99.9F° insieme a Mitchell Froom (che è stato suo marito, ndr). Il momento più difficile è arrivato nel 2008, quando la Blue Note decise di interrompere il nostro rapporto. Pensavo di aver trovato una casa definitiva, ma dopo due anni sono stata lasciata andare. Ricominciare da capo non è stato facile. Poi ho fondato la mia etichetta discografica indipendente (la Amanuensis Productions, in licenza alla Cooking Vinyl, ndr) e oggi quella scelta si è rivelata vincente.

Suzanne Vega sarà il 18 luglio a Padova (Piazza Eremitani), il 20 a Roma (Casa del Jazz), il 21 a Napoli (Cortile Monumentale di Castel Nuovo, ingresso gratuito), il 23 a Carpi (Piazzale Re Astolfo), il 24 a Monforte d’Alba (Auditorium Horszowski). Foto: Ebru Yildiz
In Flying With Angels c’è una canzone dedicata alla guerra in Ucraina, Last Train from Mariupol. Da cittadina americana, come vivi il rapporto tra Trump e Zelensky e il clima politico attuale?
Trump tratta tutti come se fossero inferiori. I miei sentimenti? Non è qualificato per il ruolo che ricopre.
Pensi che il cosiddetto sogno americano esista ancora? E, se sì, quale potrebbe essere oggi?
Credo che l’attuale amministrazione abbia offuscato il sogno americano. Un tempo rappresentava le opportunità, oggi sembra essersi trasformato nell’avidità. Non vedo l’ora di poter guardare a questo periodo con il senno di poi, quando tutto sarà finito. Ci sarà davvero molto da ricostruire.
Viviamo in un’epoca in cui tutto sembra chiedere una reazione immediata. C’è ancora spazio per la lentezza e per il silenzio nella scrittura delle canzoni?
Assolutamente. Penso, per esempio, a José González, le cui canzoni sono come preghiere. Torno spesso ad ascoltare la sua musica.
Una delle caratteristiche più sorprendenti della tua carriera è la coerenza. Non hai mai cambiato identità per seguire una moda. Questa fedeltà a te stessa ha avuto un prezzo?
Non sapremo mai quale sia stato il prezzo, perché non possiamo sapere cosa sarebbe successo altrimenti. Sento che la mia musica è ancora attuale e che il mio pubblico è vivo e partecipe. Forse, se avessi fatto scelte più legate alle mode del momento, sarei stata consumata e poi abbandonata, ma chi può dirlo?
Ti senti parte di un’altra epoca oppure pensi che ci sia ancora spazio per una scrittura più intima, fatta di parole, silenzi e storie?
Oggi ci sono molte più possibilità per trovare musica. Un tempo forse si avevano cinque stazioni radio tra cui scegliere. Ora esistono tanti generi e micro-generi. Ogni genere ha però un pubblico più ristretto e specifico. Nonostante questo, mi sento fiduciosa quando vedo ai miei concerti persone di età diverse.
Hai incontrato alcuni dei musicisti più importanti della storia americana, uno è Jerry Garcia con cui hai condiviso il palco dei Grateful Dead al Madison Square Garden.
Ho scoperto che Jerry era sorprendentemente timido e anche un po’ nervoso. Tra un set e l’altro si rifiutava di lasciare il palco: rimaneva in una sorta di “grotta” che si era creato tra i suoi amplificatori, per mantenere viva l’energia dello spettacolo e non perderne lo spirito. Pensavo che sarebbe stato una persona più rilassata e informale, invece percepivo una certa inquietudine. Da lui ho avvertito una presenza spirituale.
E Bob Dylan?
Nel backstage ho percepito una grande calma e un’atmosfera serena. Nel camerino c’era una semplice ciotola di frutta, tutto era pulito e ordinato. Mi ha colpito il fatto che sia rimasto ad assistere in silenzio a tutto il nostro soundcheck. Inoltre, nei 15 minuti in cui abbiamo parlato dopo, si è rivelato sorprendentemente disponibile e divertente. Ho sentito con lui un senso di connessione speciale.
Hai partecipato al Lilith Fair, il festival itinerante ideato negli anni ’90 da Sarah McLachlan per dare spazio alle artiste donne.
Sarah curava ogni minimo dettaglio: la si vedeva aggirarsi nel parcheggio in pantaloncini, insieme ai suoi cani, e allo stesso tempo aveva organizzato la donazione di un dollaro per ogni biglietto venduto a un’associazione benefica femminile locale, con contributi che arrivavano fino a 20.000 dollari per ogni serata. Era giovanissima, ma aveva una visione straordinaria e la capacità di costruire una squadra in grado di realizzarla. È stato un enorme successo, sia dal punto di vista artistico sia per la sua generosità.
Se una giovane cantautrice tra quarant’anni dicesse di aver imparato da Suzanne Vega che una canzone può cambiare il modo in cui guardiamo gli esseri umani, sarebbe questo il ricordo artistico di cui andresti più fiera?
Se è questo ciò che ricordano di me, ne sarei grata. Ma forse, quando racconterò la mia storia in un’autobiografia, potrò essere d’ispirazione anche attraverso la mia vita.










