Psicotici, surreali, torcibudella: i Pixies al Parco della Musica di Milano | Rolling Stone Italia
Bellezza e bruttezza

Psicotici, surreali, torcibudella: i Pixies al Parco della Musica di Milano

Nel tour del quarantennale le canzoni piene di violenza, follia, sesso e morte suonano ancora forti. Tra il pubblico, fan che c’erano all’epoca di ‘Doolittle’ e ragazzi attirati dal mito di ‘Fight Club’ e ‘Where Is My Mind’

Psicotici, surreali, torcibudella: i Pixies al Parco della Musica di Milano

Frank Black coi Pixies al Parco della Musica di Milano

Foto: press/Renato Anelli

“Morte ai Pixies” recitava la locandina con cui la band di Boston aveva tappezzato la città per attirare attenzione sui loro primissimi concerti, che si tennero nel 1986 al Jack’s e al Rat (il cosiddetto CBGB di Boston). Nel manifesto Charles Thompson (alias Black Francis o Frank Black) era nudo in ginocchio, con la testa appoggiata a terra, la mano stretta in un pugno e il pollice rivolto verso il basso, in modo da creare un effetto ottico che poteva far confondere il suo dito con il suo pene. In quell’ immagine c’era già dentro tutto il loro mondo: provocazione, sesso, morte, ambiguità. All’epoca era un espediente per destare interesse. Quarant’anni – e una reunion – più tardi è soltanto il ricordo di un vecchio trucco che non serve più.

Quell’immagine è ancora ben presente negli occhi dei fan – e sulle magliette disponibili al banchetto del merch abusivo – mentre sui manifesti ufficiali del concerto di ieri sera al Parco della Musica di Milano campeggiava una foto con i quattro membri attuali della band seduti composti e ben vestiti. Anche molto meglio del solito, a dire il vero, e del resto questo è un tour celebrativo, ci sta tirare fuori l’abito buono almeno per le foto promozionali. Sul palco invece, complice anche il caldo torrido milanese, li vediamo arrivare nei loro tradizionali abiti da antidivi. Per l’occasione ci sono tre quarti della band originale: oltre al leader Black Francis (chitarra ritmica e voce), abbiamo il fido chitarrista solista Joey Santiago e il mago della batteria ma non solo David Lovering. Al basso, invece, dopo le adorate Kim Deal e Paz Lenchantin (uscita dal gruppo due anni fa), dal 2024 è arrivata a mantenere la quota rosa del gruppo la stilosissima musicista e pittrice Emma Richardson (ex Band Of Skulls).

Nonostante il caldo, il parco è sold out e in mezzo al pubblico ci sono tutte le possibili fasce d’età, dai 15 ai 70 anni, perché la musica dei Pixies non invecchia mai, è autorigenerante. Per certi versi è persino più attuale oggi di quarant’anni fa. Parliamo dei classici, naturalmente: dopo la reunion del 2004, la band ha sì continuato a fare buona musica, pubblicando altri cinque album, ma nessuno di questi ha lasciato il segno come quelli pubblicati a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Come On Pilgrim (1987), Surfer Rosa (1988), Doolittle (1989), Bossanova (1990) e Trompe le Monde (1991) sono i dischi da cui la band attinge maggiormente per questo tour celebrativo ed è giusto che sia così. A Milano rimane fuori inspiegabilmente solo Bossanova – nemmeno il singolo Velouria – mentre alla fine saranno cinque in tutto i brani post-reunion eseguiti nel corso della serata (pochi, ma comunque troppi).

Foto: press/Renato Anelli

Foto: press/Renato Anelli

La scaletta è come sempre randomica: in pieno stile Pixies si comincia con una cover (In Heaven) e si finisce con una b-side (Into the White). In mezzo i pezzi forti di 40 anni di carriera ci sono quasi tutti (a parte Velouria, appunto, e Gigantic, qualcuno sa perché). La brevità alla Buddy Holly delle loro canzoni consente alla band di sciorinare in un’ora e mezza di concerto la bellezza di 28 brani eseguiti senza fronzoli. Niente orpelli o versioni alternative, fatta eccezione per Wave of Mutilation, proposta prima nella sua classica veste arrembante e poi in quella rallentata e riverberata, la cosiddetta UK Surf Version usata in Pump Up the Volume (1990) e chiamata così perché suona come i Beach Boys, se i Beach Boys fossero cresciuti nella landa desolata e industriale delle Midlands inglesi e non sulla costa californiana.

La doppia esecuzione di Wave of Mutilation arriva verso la fine, ma è fortemente simbolica e rappresentativa dell’intero concerto. Tutta la musica dei Pixies è in realtà sempre stata una musica fatta di contrasti. Da un lato ci sono i brani folk-punk alla Violent Femmes, che hanno incendiato soprattutto la prima parte del live, oppure quelli più pop e solari guidati dalla chitarra ritmica di Thompson, come la Wave of Mutilation originale e l’inno Here Comes Your Man. Dall’altro lato ci sono le ballate lamentose sorrette dalla chitarra acida di Santiago e dalle storiche linee di basso ideate da Kim Deal, come Cactus, Caribou e Hey. Sono molte le canzoni eseguite dai Pixies in cui le linee di basso “boingy-boingy-sproingy”, come le definiva scherzosamente la stessa Kim Deal, assumono un ruolo chiave – il pubblico del pit addirittura canticchia quella di Hey – e del resto, nel finale di Empire Records, altro film cult musicale del 1995, ci sono due ragazzini che dicono che «i Pixies hanno delle linee di basso migliori dei Primus».

Durante tutto il concerto i contrasti insiti nella musica dei Pixies si sentono ovunque, anche all’interno della stessa canzone, come nella ferocissima Tame, apoteosi e ideale platonico delle loro famose dinamiche quiet-loud, ovvero strofa soft trattenuta in tensione e ritornello aperto e incazzato. Queste dinamiche verranno poi prese da Kurt Cobain e trasformate in urla laceranti. La dinamica binaria dei Pixies, invece, resta poco più di un gioco infantile: acceso-spento-acceso-spento. Praticamente un rubinetto che Thompson apre e chiude a suo piacimento. Il gioco sapiente degli opposti fa parte del dna musicale di base della band e questa cosa dal vivo si sente ancora di più che su disco. Bruttezza e bellezza sono costantemente in conflitto: l’angelica femminilità della voce di Richardson si scontra con la demoniaca mascolinità delle urla laceranti di Thompson – spesso malamente imitate dal pubblico – così come la sua confortante chitarra acustica viene distorta e deviata dall’elettrica caustica di Santiago.

Quest’ultima merita un discorso a parte. Se il basso è fondamentale, la chitarra solista lo è ancora di più. Santiago lo mette in chiaro fin da subito quando comincia a giocare col jack della chitarra per distorcere il suono “puntandocelo” contro per scherzo. Ma ci sono almeno altri due trucchetti chitarristici con cui Santiago trasforma alcuni pezzi dei Pixies da semplici brani college rock a mutazioni genetiche mostruose e inimitabili. Il primo è il cosiddetto “accordo di Hendrix”, un accordo dissonante prestato al chitarrista rock di Seattle dal jazzista Wes Montgomery: nello specifico si tratta del Mi settima con nona aumentata, un accordo di settima dominante molto particolare, che a livello teorico è sia un accordo maggiore che un accordo minore (sempre a proposito dei contrasti) e questo crea quella particolare dissonanza che spesso conferisce alla musica dei Pixies un’aura quasi mistica e diabolica.

Il secondo trucco è il tratto musicale più riconoscibile di Santiago, ovvero la nota piegata col bending che si lamenta in dissonanza. Questa arriva direttamente dal White Album dei Beatles e in particolare dalla chitarra di George Harrison in Savoy Truffle. Non a caso Bowie aveva definito i Pixies dei Beatles psicotici. Quella parte magica è un Mi bemolle che vira verso l’alto di quasi mezzo tono in un rapido squittio. Santiago ripropone quella stessa tecnica, splendidamente distorta, in molte canzoni della serata, dal flamenco-punk portoricano di Vamos all’hard rock stridente di Planet of Sound, fino all’inno disfunzionale che tutti stavamo aspettando: Where Is My Mind? è la canzone più famosa dei Pixies, «quella che mi paga il mutuo» disse Thompson, ma anche quella che ha fatto scoprire la band alle nuove generazioni grazie alla scena finale di Fight Club. Per molti è la canzone con cui possiamo affacciarci alla finestra a guardare il mondo crollare, per altri è diventata il simbolo della dissociazione mentale.

Le note piangenti e piegate di Santiago ci accompagnano per tutta la serata, come un marchio di fabbrica della band dalla “P” alata, trasformano qualsiasi genere – raggae, punk, blues, folk, country rock, shoegaze, post rock – nella versione Pixies di quel genere, spesso costituiscono un motivo melodico simile al canto, come nel richiamo della sirena di Gouge Away.

Foto: press/Renato Anelli

Foto: press/Renato Anelli

Il concerto scorre via rapido fino alla fine senza dare un attimo di tregua: niente pause, niente discorsi, niente presentazioni e naturalmente niente encore: brevi e rapide come una serie di pugnalate sferrate da un poeta imagista assassino, le canzoni taglienti dei Pixies ci inchiodano a terra felici e sanguinanti. Sono miniature pungenti sverniciate di pop appiccicoso, caramelle avvelenate da sputare fuori prima che sia troppo tardi. Piccoli spasmi irti di rumore e melodia, farciti di testi surreali che tendenzialmente non ha mai approfondito nessuno perché troppo allucina(n)ti da tradurre in qualcosa di semplice, concreto o anche solo vagamente comprensibile. Surrealismo puro.

Non è certo un segreto l’amore di Thompson per Buñuel e David Lynch. E non stupisce per questo la cover iniziale di In Heaven, tratta dalla colonna sonora di Eraserhead. Per non parlare di Debaser, un fuoco d’artificio impazzito che è letteralmente una dichiarazione d’intenti surrealista, con bulbi oculari recisi e altri riferimenti espliciti al film di Buñuel e Dalí, Un chien andalou. Se il dadaismo ha trovato la sua strada nel rock attraverso il cut-up burroughsiano, il surrealismo di Breton, Bataille e Buñuel ha avuto riscontro soprattutto nei deliri onirici – e nelle urla torcibudella – di Black Francis. Da buon surrealista, Thompson ha sempre negato qualsiasi interpretazione, ma per quanto bizzarri e “associativi”, non è vero che i suoi testi non significano nulla. A un’analisi più attenta disvelano in spiragli di significato molto più profondi e dolorosi di quello che vorrebbe farci credere, suscitando quasi sempre sensazioni disturbanti.

Monkey Gone to Heaven, ad esempio, affronta il problema ambientale e l’apocalissi climatica con quarant’anni di anticipo sul presente, per approdare infine al confronto col divino e a una sorta di numerologia pseudo-spirituale che recitiamo tutti come un mantra: “If man is five, then the devil is six, and if the devil is six, then god is seven”. In generale, morte, violenza, follia e spiritualità contorta la fanno da padrone, insieme alle frustrazioni di un ex adolescente paffutello abbandonato: Hey, con le sue “puttane ovunque” è una finestra sull’anima inquieta di quell’adolescente e un buco nero nel petto dell’adulto, che mescola il ricordo di quelle frustrazioni sessuali adolescenziali con la separazione dei genitori e la successiva morte della madre. Non per niente, in uno dei rarissimi casi in cui Thompson ha cercato di dire qualcosa sul significato delle sue canzoni ha dichiarato: «C’è qualcosa da dire sul fatto che si tratta di sesso e morte, o qualcosa del genere. Forse è per questo che alla gente piacciono i Pixies. Perché anche se non capiscono, colgono le vibrazioni di sesso e morte. Si identificano con quelle». Forse dopo 40 anni è davvero tutto qui. Sesso e morte. Eros e Thanatos. Bellezza e bruttezza. Morte ai Pixies, viva i Pixies.