La temperatura a Madrid è calda, bollente, un po’ come accade in tutta Europa. Non c’è tregua per la lunga settimana di Mad Cool, 4 giorni di musica appena fuori dalla capitale spagnola (ma facilmente raggiungibile in metro). Eppure il festival è pieno, con picchi da 60 mila presenze quotidiane. Ci sono molti local, certo, ma anche tantissimi figli d’Albione che dal mercoledì al sabato cambieranno varie gradazioni di rosso sul corpo e sul viso, ma restando sempre carichi fino alla fine dei giochi (anche perché la chiusura del festival coinciderà esattamente con la vittoria della loro nazionale contro la Norvegia).
Il Mad Cool è un festival piuttosto semplice. Un’area piatta, in cui è molto facile orientarsi, 5 palchi, orari onesti (si parte più o meno alle 17/18 per finire tra mezzanotte e le due del mattino) e grossi headliner a richiamare l’attenzione principale dei partecipanti. E quest’anno – per festeggiare i 10 anni del festiva – gli headliner sono di quelli importanti. In ordine di giornate: Foo Fighters, Florence + the Machine, Twenty One Pilots, Nick Cave and the Bad Seeds. Il rock, come si può intendere, ne fa da padrone, anche se la giornata con più presenze sarà registrata nel ‘pop day’ in cui si a guidare la scaletta sono Zara Larsson, Lorde, Jenny delle Blackpink, con in chiusura il rito collettivo proposto da Florence Welch.
L’atmosfera è carica, ma tranquilla. La gente è presa bene, non ci sono esagitati o situazioni di disagio, anche per via di un pubblico piuttosto misto. Ci sono i rock dad, venuti qui anche per gruppi come Pixies e Pulp, le giovani e allegre amanti del k-pop (molte alla prima volta a un festival) e chi invece non vuole saperne di chitarre ed è qui per ballare sotto i colpi di cassa di Nina Kraviz e Richie Hawtin nel palco più techno.
Ma, come dicevamo, è il rock il motore pulsante del Mad Cool e, visto che per i suoi 10 anni ha deciso di fare le cose in grande, vi raccontiamo come sono stati gli show dei nomi che più aspettavamo di quest’edizione.
Foo Fighters

Foto: Andres Iglesias via Mad Cool
Non più una band, ma un monumento vivente al rock. In apertura del decennale del Mad Cool, per la prima volta a Madrid dal 2017, i Foo Fighters non suonano nulla dal loro nuovissimo Your Favorite Toy, preferendo lanciarsi in due ore di puro saccheggio della propria discografia, da All My Life a Best of You. Grohl non solo vuole sottolineare l’importanza di una band che esiste da oltre trent’anni, ma anche omaggiare la carriera di alcuni dei suoi musicisti che hanno scritto pagine della storia del rock. Per questo in scaletta troviamo omaggi ai Germs di Pat Smers, ai Sunny Day Real Estate di Nate Mendel, ma anche ovviamente ai Nirvana (sì proprio con quella gemma nascosta di Grohl che fu Marigold). Non suonare nulla del nuovo disco è già di per sé uno statement, ma la band è qui per una fare un’ulteriore dichiarazione: i Foo Fighters sono diventati una classic rock band, di quelle che suoneranno, e per sempre, prendendo eventualmente il testimone dalle mani di mostri sacri come gli Stones. Grohl è pronto per questo passo, e la felicità con cui affronta il mestiere è encomiabile. È lui il portabandiera prediletto del rock.
Florence + The Machine

Foto: Javier Bragado via Mad Cool
Assistere a un concerto di Florence + The Machine non è uno show comune, ma un rito che dal personale diventa collettivo. Chiamata a chiudere la seconda serata, Florence Welch porta sul palco tutta l’energia mistica che il suo ultimo Everybody Scream racchiude in sé. Lei invoca, inneggia, lancia incantesimi e recita canzoni che suonano alle nostre orecchie come dettati magici. Sul palco, anche grazie alla presenza di un inteso corpo di ballo femminile, si assiste a un sabba. In questa sorellanza guidata da Welch, il tempo sopra Madrid sembra cambiare. Si alza il vento, il caldo scompare, sempre quasi possa piovere. «Farà piovere! Farà piovere!», urlano sottopalco. E anche se quest’acqua tanto attesa non lacrimerà dal cielo, l’arcaica spiritualità laica di Florence + The Machine ha già segnato i presenti al rito. È troppo tardi per tornare indietro.
Nick Cave and The Bad Seeds

Foto: Emanuela Giurano
Headliner dell’ultima serata del Mad Cool, Nick Cave firma con i suoi Bad Seeds il set più intenso della settimana – benché a chiudere il main stage, subito dopo, siano i Pulp. Non è importante dove suoni, Nick Cave riuscirà sempre a prenderti il cuore in mano e a parlarti all’orecchio con l’intensità di un padre, di un amico, di un amante. I 60 mila presenti sono sul palmo della sua mano e lui, come sempre, non si risparmia né emotivamente né fisicamente, facendosi strapazzare in mezzo al pubblico idolatrante di Madrid. È il solito, grandioso rocker: ovunque approdi trasforma un palco in un confessionale, passando dall’euforia all’agonia nel giro di poche canzoni. I maxischermi proiettano il suo volto con la gravitas del bianco e nero, perché ogni suo concerto è come se fosse un film d’autore. La sacralità del rock è cosa, e casa, sua.
David Byrne

Foto: Andres Iglesias via Mad Cool
Ogni concerto di David Byrne è una festa di strada, una parata euforica. A 74 anni, ma con la sua consueta carica, anche a Madrid guida i suoi musicisti in coreografie semplici ma d’impatto, mettendosi come sempre in gioco sia musicalmente che corporalmente. Suona, balla, canta, mentre la notte ci porta verso la chiusura del festival. In scaletta c’è la gioia dei brani più recenti, ma grande spazio è lasciato ai grandi classici dei Talking Heads che, finalmente, occupano un ruolo fondamentale nella scaletta: da Once in a Lifetime a Burning Down the House, passando per Psycho Killer introdotta da un messaggio in onore di Arthur Russell, che del brano fu arrangiatore e produttore. Ma la festa di strada di David Byrne è anche una gioiosa marcia politica: durante Life During Wartime scorrono immagini dei feroci raid dell’ICE e di piazze che si infuocano. La resistenza oggi passa dalla speranza, dall’amore, dalla comunità. E David Byrne prova a ricordarcelo, ballando insieme a noi sull’apocalisse.















