È un’esperienza singolare scendere da un van e vedere i volti ansiosi di una piccola folla tingersi di delusione. Per un attimo tutti ti fissano, poi oltre la portiera si chiarisce l’equivoco: loro aspettano Hideo Kojima, mentre tu sei un’altra delle persone che fanno parte del suo nutrito seguito capitolino.
Il sessantaduenne game designer giapponese è a Roma per parlare di settima arte (tra il 4 e il 6 luglio 2026, ndr). La rassegna Cinema in Piazza gli ha affidato una speciale Carte Blanche, programmando cinque film scelti da lui, accompagnati da incontri con i registi Nicolas Winding Refn, Gaspar Noé e Dario Argento, grande idolo del game designer, che lo incontrerà per la prima volta proprio qui. Sulla carta Kojima è uno dei tanti ospiti della ricca rassegna, nei fatti è il centro gravitazionale della manifestazione.

Hideo Kojima con Gaspar Noé, Dario Argento e Nicolas Winding Refn a Roma. Foto: Luca Dammicco
Lo dimostra la Five Carte Blanche Challenge, una raccolta di timbri ottenuti partecipando alle proiezioni. Solo 170 persone su oltre 7.000 partecipanti riusciranno a completare il percorso e ricevere la maglietta illustrata da Kojima e Refn, in quello che si trasforma ben presto in una sorta di pellegrinaggio laico.
Seguendo il “profeta” che guida questa due giorni di cinema, ci si accorge ben presto che lo spettacolo più interessante è la comunità che riesce a muovere. Refn, Noé e Argento finiscono presto per diventare effetti collaterali di un evento che ruota attorno al creatore di Metal Gear Solid e Death Stranding. Tra chi completa la challenge ci sono partecipanti da Istanbul, Parigi, Copenaghen, San Francisco e perfino dall’Australia. Come James, volato fino a Roma per partecipare a una rassegna dedicata alla cinefilia del suo autore preferito.
È una devozione che può sembrare incomprensibile, frutto di un percorso autoriale quasi irripetibile nella storia del videogioco. In un settore dove i titoli di grande successo vengono solitamente associati a interi team creativi e aziende, Hideo Kojima è uno dei rarissimi game designer considerati autori.

Il “popolo di Kojima” in marcia, Roma 2026. Foto: Elisa Giudici
Con la saga di Metal Gear ha ridefinito il genere stealth (nel quale l’astuzia del personaggio permette di avanzare nel gioco, invece che le sue capacità fisiche o violente, ndr) e ha trasformato il medium videoludico in uno spazio sempre più permeabile al linguaggio del cinema e della narrativa. La sua profonda cultura cinematografica e letteraria infatti è entrata fin da subito nelle sue opere, rendendolo popolare ben oltre il gaming.
Quando nel 2015 lascia il colosso Konami per rifondare in maniera indipendente Kojima Productions, milioni di fan lo sostengono in questa rischiosa avventura imprenditoriale. Il successo dei due capitoli di Death Stranding ha confermato la forza esercitata dal suo nome.
La sua influenza culturale, alimentata anche da una presenza costante sui social dove è diventato un instancabile divulgatore di cinema, letteratura e musica, gli ha poi permesso di costruire negli anni una fitta rete di rapporti con Hollywood. Molti registi e interpreti che per anni ha raccontato come punti di riferimento sono poi diventati amici e collaboratori. Nicolas Winding Refn, Guillermo del Toro, Mads Mikkelsen e Luca Marinelli hanno prestato volto e interpretazione ai personaggi di Death Stranding, contribuendo a rendere sempre più poroso il confine tra il cinema d’autore e il suo universo creativo.
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Se i fandom di attori e popstar sono stati raccontati, studiati e caricaturizzati per decenni, quello costruitosi attorno all’autore di videogiochi più famoso al mondo rimane sorprendentemente poco esplorato, pur possedendo rituali e dinamiche uniche e intriganti.
La mattina del secondo giorno romano, Kojima visita i Musei Vaticani. Camicia Prada, scarpe Hoka, reflex a tracolla, si mimetizza alla perfezione tra i tanti turisti giapponesi in fila di primo mattino. La visita procede tranquilla, interrotta solo dagli addetti alla sicurezza che lo riconoscono e gli chiedono un selfie. Abituato a posare accanto a Guillermo del Toro e Mads Mikkelsen, Kojima si presta con naturalezza. Le orde di adolescenti e i visitatori asiatici invece gli sfilano accanto senza notarlo. Sono soprattutto uomini over 30 a fermarlo: è il primo indizio di chi oggi costituisce davvero il popolo di Hideo Kojima.

Hideo Kojima a Roma, luglio 2026. Foto: Emilia De Leonardis
La prima caratteristica che colpisce è la sua composizione. Sono quasi tutti uomini tra i trenta e i sessant’anni, ex adolescenti cresciuti insieme a Metal Gear Solid oggi in grado di attraversare l’Europa per seguire il proprio idolo.
Colpisce anche il modo in cui occupano lo spazio: niente cori o richieste insistenti di selfie, ma lunghe file silenziose, conversazioni sottovoce e una tensione che raramente sfocia nella discussione mentre attendono il loro idolo davanti alle uscite secondarie o al suo albergo.

Hideo Kojima con i fan, Roma 2026. Foto: Emilia De Leonardis
È un fandom tattile, legatissimo agli oggetti. Tutti stringono un cimelio da autografare: PlayStation consumate dagli anni, collector’s edition, artbook, copertine. C’è perfino una chitarra legata all’universo di Death Stranding. In un’epoca sempre più digitalizzata, quello di Kojima è un seguito profondamente materiale. L’autografo aggiunge un ulteriore valore calligrafico a una collezione costruita nell’arco di decenni che determina lo status del fan.
Anche le conversazioni seguono questa logica. Due ragazzi arrivati dal Sud Italia raccontano di aver partecipato alle proiezioni pur avendo già visto tutti i film in programma. Se Kojima consiglia un titolo su X, loro lo recuperano. Più che uno sviluppatore, per questi fan è diventato un punto di riferimento culturale, come emerge dal Q&A al Cinema Troisi, durante cui arrivano domande sulle influenze di Shunya Itō e Dario Argento, o sul femminismo nei suoi giochi. Più che fan davanti a una celebrità, sembrano studenti davanti a un professore, smaniosi di dimostrare la propria preparazione.

Hideo Kojima a Roma, luglio 2026. Foto: Emanuele Manco
Nonostante la serietà e il silenzio quasi religioso, rimangono fan agguerriti, come rivela l’incontro al Monte Ciocci. Al termine della presentazione alcuni irriducibili saltano sul palco nel tentativo di raggiungere Kojima. È uno dei pochi momenti di tensione della manifestazione, che si risolve grazie alla sicurezza e a Luca Marinelli, che resta a lungo con i fan, firma copie del videogioco, raccoglie lettere e piccoli regali promettendo di consegnarli al Maestro.
L’ultima persona con cui parlo è una donna sulla quarantina. Mi chiede se sappia quando arriverà Kojima. È lì al posto del marito, bloccato a letto da una polmonite. Il suo telefono continua a vibrare: il partner le chiede aggiornamenti. Lei di Kojima, dice, sa il giusto. Lo conosce attraverso il compagno, che da anni le parla dei suoi giochi, dei film che consiglia e delle sue interviste. È rimasta per ore sotto il sole romano aspettando qualcuno che non è nemmeno il suo idolo.















