Uscire dai Guns N’ Roses con grazia e senza rancore: parla Frank Ferrer | Rolling Stone Italia
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Uscire dai Guns N’ Roses con grazia e senza rancore: parla Frank Ferrer

Ha suonato la batteria con la band per 19 anni, più di Steven Adler e Matt Sorum messi assieme. Racconta tutto in questa intervista, la prima dopo essere stato licenziato. «Axl non è un tipo scontroso, ma generoso e divertente»

Uscire dai Guns N’ Roses con grazia e senza rancore: parla Frank Ferrer

Frank Ferrer dal vivo coi Guns

Foto: Kevin Mazur/Getty Images

È il 2006, Frank Ferrer è al saggio di fine anno della figlia di 7 anni, il telefono squilla. All’altro capo c’è l’amico Tommy Stinson, bassista dei Replacements che in quel periodo suona coi Guns N’ Roses. «Sta per succedere qualcosa», gli dice. «Perché non impari un po’ di pezzi dei Guns? Poi ti dico di più».

In pratica, il batterista Bryan “Brain” Mantia stava per diventare padre, ma i Guns avevano un tour programmato. L’idea era trovare un sostituto per un paio di settimane. Alla fine Ferrer è restato coi Guns N’ Roses per 19 anni, un record, più a lungo di Steven Adler e Matt Sorum messi assieme. Ha suonato su Chinese Democracy, si è esibito con varie formazioni della band, è rimasto al suo posto quando Slash e Duff McKagan sono rientrati. Nel marzo del 2025 i Guns lo hanno ringraziato per gli anni di servizio e lo hanno sostituto con Isaac Carpenter.

Oggi Ferrer suona in due band: gli Slax (col chitarrista Brett Smith-Daniels, Russell Marsden dei Band of Skulls, il bassista Stefan Bielik e il cantante Chris Payn) e gli One Night Only (con Conny Bloom, già chitarrista di Hanoi Rocks ed Electric Boys, il bassista Johnny Griparic degli Slash’s Snakepit, il tastierista Bob Fridzema e il cantante svedese Matti Alfonzetti). In questa intervista, la prima dopo l’addio ai Guns, ripercorre con una notevole dose di gratitudine gli anni passati accanto ad Axl Rose.

Partiamo dalle tue nuove band.
Ho conosciuto Brett grazie a Matt Sorum, che gli ha detto che ero libero. Brett poi ha tirato dentro Chris e Russell dei Band of Skulls, che è davvero fortissimo. Ha anche trovato il bassista, Stefan. Per ora suoniamo un po’ dei nostri pezzi preferiti, qualche brano dei Band of Skulls, un paio di inediti di Chris, un pezzo originale di Brett, cover di Free, Aerosmith, Joan Jett. Sono pezzi che ci piace suonare e il pubblico di Londra e in generale quello europeo ama il classic rock.

State registrando un disco?
Non un album, ma un paio di cover e uno o due originali da inviare a chiunque voglia farsi un’idea del sound della band.

Non è il tuo unico progetto…
No, sto lavorando anche con alcuni musicisti svedesi, più o meno con la stessa idea. Conny Bloom ha suonato negli Hanoi Rocks e negli Electric Boys, Johnny Griparic oggi è nel gruppo blues solista di Slash e ai tempi era negli Snakepit. Hanno coinvolto il tastierista Bob Fridzema e Matti Alfonzetti, un cantante svedese fortissimo, molto soul. Mi ricorda David Coverdale e Paul Rodgers. Facciamo un pezzo dei Guns, uno degli Electric Boys e uno di Slash. L’idea è celebrare la musica che hanno fatto i membri della band e qualche cover. Ci chiamiamo One Night Only. Tra la fine di ottobre e novembre andrò in tour con gli Psychedelic Furs. Niente stadi, ma è fantastico. Lavoro con gente che mi piace. È un cambiamento, sì, ed è un cambiamento positivo.

Quanto eri fan dei Guns N’ Roses all’epoca?
A New York erano enormi. Credevo fossero di lì quando ho sentito per la prima volta It’s So Easy, mi ricordavano i Dictators e band del genere. Non sembravano un gruppo glam di Los Angeles, ma dei punk di New York, erano più simili ai New York Dolls che ai Poison. Erano duri e grezzi, jeans strappati e magliette. Li vedevo spesso quando passavano da New York.

E poi nel 2006 sei a un saggio di tua figlia e ricevi quella telefonata.
È buffo perché in quel periodo il mio amico Anthony Esposito, bassista che aveva suonato nei Lynch Mob, stava mettendo insieme una band per Ace Frehley e quindi Anthony, il chitarrista newyorkese Rob Bailey ed io stavamo provando i pezzi di Ace, poi è arrivata la telefonata di Tommy. L’idea era che sostituissi Brain per un paio di settimane.

Le prime prove sono state simili a quelle con qualsiasi altra band?
No no, era una cosa enorme, un grande evento, io la vivevo così. Avevo un paio di pezzi pronti, pensavo: mi butto, suono bello duro, do tutto quello che posso. Ho suonato come se fossi già sul palco davanti al pubblico, senza risparmiarmi.

Quante prove hai fatto prima di debuttare in concerto?
In pratica i soundcheck sono stati le prove. Stavano facendo i festival e quindi non c’era un soundcheck a ogni data. Credo di aver fatto tre prove prima del debutto, forse quattro. Anche perché Brain doveva fare a sua volta i soundcheck, quindi avevamo pochissimo tempo per lavorare sui brani. E nel frattempo stavo anche imparando il materiale nuovo di Chinese Democracy che avremmo portato in tour. È stato stressante, ma in senso positivo. Non era un «oddio, come farò?», era «cazzo, devo imparare tutto per bene».

Come hai fatto a imparare i pezzi non ancora usciti?
Mi hanno dati i demo, le tracce. Robin Finck è stato incredibilmente disponibile. Suonavo le parti sulle gambe, lui suonava la chitarra senza collegarla all’ampli e ripassavamo tutto insieme. È stato bello. All’epoca in concerto suonavamo quattro o cinque pezzi da quel disco, che non era ancora uscito.

Come sono stati i primi incontri con Axl?
Era gentile e cordiale. Credo che anche lui si rendesse conto di cosa stava accadendo, avrà pensato: «Questo tizio si sta buttando senza rete di protezione». Anche lui sperava che funzionasse. Mi diceva: «Ottimo lavoro». Se facevo un fill che gli piaceva mi diceva: «È stato fantastico, cazzo». Mi trattava come se fossi nella band da sempre. Io lo ringraziavo ogni giorno e lui mi rispondeva: «Rilassati, fratello».

Guns N' Roses - Welcome To The Jungle (Live)

Quando Brain lascia definitivamente tu prendi il suo posto. Come te lo hanno detto?
Sua figlia era appena nata, c’era un altro grande tour negli Stati Uniti alle porte e non se la sentiva di lasciare moglie e bimba per affrontare un tour lungo. Così mi ha chiesto se mi andava di fare anche il tour dopo. «Cazzo sì! Stai scherzando?». Brain mi ha detto una cosa che non dimenticherò mai e che credo sia stata una delle ragioni per cui la cosa ha funzionato: «È roba grossa e loro hanno già un paio di dischi in ballo, ma la cosa fondamentale è che tu riesca a farla diventare una cosa tua. È l’unico modo per andare avanti. Non preoccuparti troppo di suonare come questo o quell’altro batterista». Mi ha spinto a trovare il mio equilibrio e fare mia quella musica. Ho cercato di farlo, mi sono impegnato di brutto.

Per il repertorio precedente a Chinese Democracy dovevi confrontarti con due batteristi molto diversi, Steven Adler e Matt Sorum. Com’è stato?
Ho cercato di prendere qualcosa di Adler, quel feeling punk, istintivo, quasi fuori controllo, sul punto di deragliare che rende il primo album pericoloso. E allo stesso tempo ho tentato di mantenere la solidità e la professionalità di Matt Sorum. A metà fra le due cose. Non so se ci sono sempre riuscito. L’idea era essere un batterista aggressivo, ma con una base solida. Era l’unico modo per far funzionare la cosa. E poi c’era il materiale di Chinese Democracy che andava suonato nel modo in cui era stato concepito: nello stile di Brain, col suo approccio funk-rock.

Molto più tecnico.
Molto, molto più tecnico. Ma il primo disco… amico, potrebbe essere il miglior album d’esordio mai inciso da un batterista. Dico davvero. Puoi confrontarlo con qualsiasi altro debutto: John Bonham coi Led Zeppelin, Bill Ward coi Black Sabbath… scegli tu. La batteria su quel disco è brillante. È cattiva, aggressiva, funk, punk, sempre sul filo del rasoio, come se tutto stesse per crollare da un momento all’altro. Ti dà la sensazione di essere sulle montagne russe, col cuore in gola. È puro rock. Il suo modo di suonare in Welcome to the Jungle e It’s So Easy è incredibile.

Suoni in cinque pezzi di Chinese Democracy. Hai aggiunto delle sovraincisioni oppure hai sostituito completamente le parti di Brain?
L’unico pezzo che suono dall’inizio alla fine è Chinese Democracy. Poi ci sono fill e parti che facevo dal vivo e che Axl adorava e ha voluto inserire nel disco. Adesso non ricordo tutti i dettagli, ma so che in Better ci siamo sia io sia Brain, e lo stesso vale per IRS.

Dove e quando avete registrato queste parti?
Durante il tour dell’autunno 2006. Avevano allestito uno studio di registrazione con tutta la strumentazione pronta. Sono entrato e ho registrato le parti. A quel punto le suonavo già da tre o quattro mesi, quindi è stata una cosa veloce, forse due giorni di lavoro, forse uno solo.

Siamo nel 2006 e ti ritrovi a suonare su Chinese Democracy, già allora uno degli album più leggendari e misteriosi di sempre.
Pazzesco. E tieni presente che ero ancora travolto dall’incredulità: sta succedendo sul serio? Ero felice e orgoglioso di suonare su quel disco. Tutto quel periodo è stato un vortice. Nel giro di pochi mesi la mia vita è cambiata completamente: sono passato dai concerti e piccoli tour nei locali a ritrovarmi dentro una gigantesca macchina internazionale, cercando di trovare il mio posto. Felice di esserci riuscito.

Quando hai registrato la title track, ti hanno fatto ascoltare quello che era stato inciso prima?
Sì, alcune versioni, una con Josh Freese e una con Brain. C’era già il produttore Caram Costanzo e avevo ormai instaurato un buon rapporto con lui. Non è stato particolarmente complicato.

Hai capito che cosa cercava Axl e che i due grandi batteristi che ti avevano preceduto non erano riusciti a dargli?
Non credo fosse una questione di capacità, le loro parti erano incredibili. Era più una questione di feeling. Io punto sul groove, non sono super tecnico. Tutti i miei batteristi preferiti mettono il groove al primo posto. Credo che fosse questo l’aspetto che piaceva di più.

Mai avuto dubbi sul fatto che il disco sarebbe uscito?
No, ho sempre saputo che sarebbe uscito, mi divertivo, ero felice di suonarci sopra. Non mi sono mai chiesto quando sarebbe arrivato nei negozi.

Tra il 2006 e il 2008, quando finalmente è stato pubblicato, che aria tirava nella band?
Onestamente non lo ricordo benissimo. Robin è tornato coi Nine Inch Nails, ognuno si dedicava ai propri progetti in attesa della pubblicazione.

Quando è uscito non ci sono state interviste, né video. Axl non era soddisfatto del modo in cui è stato pubblicato. Quanto eri coinvolto da quel punto di vista?
Per niente. Non ero coinvolto in quelle cose, aspettavo solo che il disco uscisse e speravo di tornare in tour.

Sei stato una delle prime persone autorizzate ad ascoltare quel materiale. Che impressione ti ha fatto?
Credo sia un gran disco e già all’epoca le canzoni mi sembravano ottime. Ricordo di aver pensato, per esempio, che Street of Dreams era incredibile. Mi piaceva anche il fatto che la band fosse cresciuta. A quel punto era un gruppo diverso dalle due incarnazioni precedenti. Sono convinto che l’album sia stato criticato per la storia che Axl aveva alle spalle, ma il disco spacca.

E poi siete ripartiti in tour.
Sì, dopo qualche mese, e non abbiamo praticamente più smesso per tre anni.

Vi ho visti più volte, spaccavate, eppure a parte Axl della formazione originale non c’era nessuno.
C’era Dizzy Reed, che considero un membro originale, è nella Hall of Fame.

Giusto, ma non c’era nessuno della sezione ritmica originale, né i chitarristi, eppure riuscivate comunque a incarnare lo spirito dei Guns, che è la cosa più difficile in assoluto.
È la voce, amico. La voce. È quella che mette ogni cosa al suo posto. Senti Axl e pensi: sono i Guns. Magari il tuo membro preferito non c’è, ma sono comunque i Guns. E poi ci siamo dimenticati di dire che anche Ron “Bumblefoot” Thal è entrato nella band, abbiamo dovuto trovare un’intesa, imparare a funzionare come gruppo, è anche per questo che ci è voluto un po’ di tempo. Si faceva squadra, ci sostenevamo a vicenda, abbiamo lavorato duramente per suonare come una vera band.

Sono un fan del modo di suonare di Bumblefoot.
Conosce ogni singolo motivo, tutti. Accenni a un vecchio spot televisivo, lui ti suona subito il motivetto, e tu pensi: ma che cazzo, questo è fuori di testa…

Foto: Kate Green/Getty Images

Secondo te, qual è il più grande equivoco su Axl?
Che sia una persona cattiva. Molti pensano sia un tipo spaventoso, scontroso. È l’esatto contrario. Non sopporta gli stupidi e questo può dare fastidio a qualcuno, ma è generoso e divertente, e si preoccupava di noi tutto il tempo. Chiedeva sempre: «Ehi ragazzi, come state? Frank sta bene? Frank, tutto a posto?». Vorrei solo che la gente potesse conoscerlo come l’ho conosciuto io. È un grande musicista, un grande cantante e tutto il resto, ma soprattutto è una brava persona.

Ogni sera saliva sul palco con qualcosa da dimostrare, visto che non c’erano gli altri membri originali.
Si faceva il culo per far sì che tutto suonasse al meglio, tutte le sere. Aveva addosso una pressione enorme e la reggeva. Dava l’esempio. Magari salivi sul palco e non ti sentivi in forma, ma arrivava lui, iniziava a cantare, si trasformava nell’incredibile Hulk e ti spingeva ad arrivare al suo livello. Così facendo tutti davano qualcosa in più. Adora stare sul palco, offrire un grande spettacolo. E noi dovevamo essere all’altezza.

Eri già nella band quando Izzy Stradlin è tornato nel 2006?
Sì, ci ho fatto qualche concerto. Izzy era fantastico, abbiamo passato molto tempo insieme. È buffo perché quei ragazzi sono di una tranquillità incredibile. Ti trovi lì e pensi che sono rockstar e invece non ci sono atteggiamenti di quel tipo. Eravamo rilassati, si rideva di brutto. Vedere Izzy e Axl insieme era bellissimo.

Nel 2014 Tommy è stato costretto a saltare alcune date e a sostituirlo è arrivato Duff. Ti è mai passato per la testa che il tuo posto fosse a rischio?
Pensavo che se quei ragazzi fossero tornati, sarebbero tornati tutti assieme. Pensavo che era una figata che ci fosse Duff, non avevo il timore di perdere il lavoro, ero ancora nella fase «non riesco a credere di aver ottenuto questo posto e di essere ancora qui». I Guns sono un’icona, amico. Pensavo: «Cazzo, magari tornano davvero, sarebbe fantastico». È una cosa che ti fa impazzire se sei un fan dei Guns. E anche se sono la cosa più grande che abbia mai fatto, non sono la mia band, capito? Non mi appartengono, anche se ne ho fatto parte e ormai faccio parte della loro storia.

Axl ti ha chiamato e ti ha detto: «Slash e Duff tornano, vuoi continuare a suonare con noi?». Dev’essere stata una telefonata incredibile, è come essere assunto una seconda volta.
Lui è fatto così. È estremamente rispettoso. Pensava: «Magari Frank non ha voglia». Capisci? Mi ha sorpreso, gli sono grato. Gli ho risposto: «Certo, richiamami quando si fa, nel frattempo imparerò tutto, ci faremo trovare pronti».

Eri nella band da dieci anni, ma si trattava comunque un nuovo inizio. Com’è stato entrare in sala prove quel giorno?
Entusiasmante, ma anche stressante. Non volevo far brutta figura davanti a quei ragazzi. Ci ho dovuto lavorare, perché quella è la loro musica. Dovevo trovare il mio spazio. Non potevo affrontarla come col materiale di Chinese Democracy, doveva essere qualcosa di più vicino a Steven Adler e a Matt Sorum. Mi ci è voluto un po’ per trovare il giusto equilibrio perché è la loro musica e vogliono sentirla in un certo modo. Così noi tre abbiamo passato un paio di mesi chiusi in sala prove, suonando ogni giorno tutto il repertorio. E nel frattempo anche loro imparavano i pezzi di Chinese Democracy. Abbiamo lavorato tantissimo per far sì che tutto suonasse nel miglior modo possibile.

Duff e Slash hanno raccontato che volevano che tu suonassi quei pezzi nel modo più simile possibile alle versioni originali. È curioso, perché tu li avevi eseguiti molto più recentemente di loro.
Ma quella è la loro musica, è il modo in cui l’hanno scritta, il modo in cui l’hanno sempre sentita. È roba loro.

Il primo concerto è stato in un club, poi c’è stato il Coachella.
Ero sopraffatto. Cercavo con tutte le forze di non sbagliare nemmeno una nota. Solo quando Slash ha attaccato il riff di Sweet Child O’ Mine mi sono reso conto di quello che stava succedendo: «Porca puttana, sto suonando nei Guns N’ Roses con Slash, Duff e Axl». Lui suonava e le facce della gente si illuminavano, come se qualcuno avesse acceso un interruttore. Poi, dopo il primo o il secondo pezzo, si è rotto un piede e ha continuato comunque a correre per il palco per il resto della serata. Ancora oggi fatico a immaginarlo.

I cinici diranno che la reunion è diventata soprattutto un modo per far soldi.
Non so nulla dell’aspetto economico, ma posso dire che quei ragazzi adorano fare quel che fanno. È la loro band, è la loro musica. Posso dirti che ho visto tre persone con una passione enorme per quel che fanno. Dev’essere qualcosa di speciale sapere che milioni di persone amano la tua musica e vogliono continuare ad ascoltarla. Io non l’ho mai provato. Ho suonato in tante band, abbiamo scritto belle canzoni che adoro, ma che magari non interessavano a tutti. Loro invece hanno questa fortuna. È per questo che continuano.

In tutti i pezzi dopo Chinese Democracy c’è la batteria di Brain. Che peccato che tu non abbia mai registrato con questa formazione…
Non la vedo così. È bello che abbiano continuato e che i fan abbiano potuto ascoltare nuova musica. Non ho mai pensato: «Che peccato non averci suonato». Adoro il modo di suonare di Brain, è un gran batterista.

Guns N' Roses Live At Coachella Festival, CA, April 16/2016 | Full Concert

C’è qualcosa che vuoi dire sulle circostanze della tua uscita dalla band?
Tutto finisce prima o poi. L’ho già detto, sapevo che non sarebbe durato per sempre. Sono semplicemente felice di aver avuto la possibilità di vivere quest’esperienza quando è capitata. Adesso sto facendo altre cose. Tutto qui.

Quindi niente di drammatico, un giorno semplicemente è arrivata una telefonata.
Nessun dramma, non abbiamo litigato o cose del genere, no.

Sembra che tu abbia affrontato la cosa nel modo migliore possibile.
Non sono uno che si crea troppe aspettative, non affronto la vita pensando che le cose debbano per forza andare in un certo modo, cerco semplicemente di accettarle per come arrivano. Forse dipende dal fatto che sono cresciuto povero a New York. Se hai aspettative, poi arrivano le delusioni e io cerco di evitarle. A volte mi manca tutto questo, altre volte no, come succede con qualsiasi cosa nella vita. Solo perché non suono più con loro non significa che quelle persone siano uscite dalla mia vita. Ieri era in un modo, oggi è in un altro, punto.

Quali sono stati i momenti più belli vissuti con Axl, sul palco e fuori?
Una volta dovevamo andare a un concerto e mi ha fatto salire sul suo jet privato. Non ero mai stato su uno, una hostess si è avvicinata e mi ha chiesto: «Vuole mangiare qualcosa? Abbiamo di tutto». «Ok, vorrei una fetta di New York cheesecake». È tornata con una fetta di autentica New York cheesecake. Fantastico. Ma il mio momento preferito è un altro, lo racconto sempre. Quando abbiamo suonato al Coachella ci hanno detto che Angus Young sarebbe venuto a suonare con noi e che avrebbe fatto Riff Raff. Siamo entrati in camerino e Angus era lì in jeans e maglietta. C’è tutta la band, ripassiamo il pezzo, loro lo suonano con le chitarre scollegate dagli ampli, io battendo il ritmo sulle gambe. Poi saliamo sul palco, parte il concerto e Axl presenta Angus, che entra vestito con la divisa da scolaretto, quella del 1977. Fino a pochi minuti prima era lì in jeans e all’improvviso eccolo con il cappellino con sopra la “A”. Va al centro del palco, fa un inchino, si gira verso di me, mi fissa e alza la mano per dare il via al pezzo. Tipico di Angus. Io però rimango immobile. Mi blocco. Con la coda dell’occhio vedo Slash che mi fa: «Dai, parti! Inizia la canzone!». Probabilmente è il mio ricordo preferito di tutta la mia storia coi Guns N’ Roses. In quel momento ho pensato: sto sognando, per forza.

Che rapporto avevi con Slash e Duff?
Non eravamo amiconi, ma avevamo un ottimo rapporto. C’erano chat di gruppo, ci sentivamo spesso. Forse ero un po’ più vicino a Duff. Avevamo molte passioni in comune, ad esempio il punk-rock. Andavamo insieme a vedere Walter Lure degli Heartbreakers durante il tour dedicato a L.A.M.F., cose così.

Hai mai suonato con il click?
Sì, in alcuni dei primi tour, soprattutto con il materiale di Chinese Democracy, perché c’erano intro sincronizzate, effetti pirotecnici e altre cose che richiedevano precisione. Ecco, in quei casi usavo il click.

Non è una cosa che ti piace particolarmente?
A dirla tutto, è il contrario, io preferirei suonare sempre con il click. La mia preoccupazione principale come batterista è il tempo. Una volta che tieni il tempo, ti liberi per il resto. Posso fare un fill, andare leggermente avanti e poi rientrare, oppure restare un filo indietro e recuperare. A un concerto professionale vorrei sempre il click. Non voglio preoccuparmi del tempo. In quanto batterista, accelerare o rallentare involontariamente è una delle cose che sopporto meno.

Ma durante la reunion suonavate senza click?
Sì, praticamente sempre. Ogni tanto lo facevo partire. Se c’era una lunga jam all’interno di un brano, dicevo al mio tecnico: «Mettilo, così restiamo tutti insieme e non accelero». Ma per il resto dipendeva dal feeling. I Guns sono questo: feeling. L’importante è entrare in sintonia con quel feeling.

Molte volte non avevate nemmeno una scaletta fissa. Era Axl a decidere i brani sul momento?
La scaletta c’era, ma non la seguivamo rigidamente. Dipendeva da quello che Axl aveva voglia di cantare. Magari decideva di fare un pezzo e lo si faceva, oppure cambiava idea e ne attaccava un altro. Avevamo pronte circa 40 canzoni, in scaletta ce n’erano forse 23, ma qualsiasi brano di quel repertorio poteva essere aggiunto al momento. «È da un po’ che non suoniamo questa, facciamola». Tutto improvvisato. Era così che funzionava la band. Anzi, funziona ancora così. Non dovrei parlare al passato.

Frank Ferrer – Drum Solo | Live in Osaka (2009)

C’è qualcosa che non ti ho dato modo di dire?
Vorrei dire che sono grato per l’affetto dei fan, per come mi hanno accolto e per avermi fatto sentire parte della storia dei Guns N’ Roses. Voglio ringraziare le persone che hanno sostenuto la band e che mi hanno considerato un membro a tutti gli effetti. È cool.

Dal punto di vista emotivo, riesci già a guardarli dal vivo o su YouTube? Oppure hai ancora bisogno di un po’ di tempo?
Non è una questione emotiva. I Guns N’ Roses sono i Guns N’ Roses. Sono una macchina che esiste indipendentemente da me. A volte mi mancano, a volte no, ma sarò sempre grato di aver potuto vivere quell’esperienza. E continuo a sentire alcuni di quei ragazzi.

Hai visto qualche video di Isaac che suona con loro?
Sì, ne ho visti. È un ottimo batterista. Mi piace. Lui e Duff sono molto affiatati e mi sembra che si stiano divertendo a suonare insieme, cool.

Potresi insegnare a chiunque come si affrontano certe cose.
È che non mi creo aspettative e mi considero una persona fortunata. Sono fatto così in tutto nella vita… tranne che con la mia fidanzata. Si chiama Daniella Peters e mi ha detto che nelle interviste non la nomino mai. Lo faccio adesso: si chiama Daniella Peters. È una donna fantastica e viviamo insieme qui nel deserto. Ma ho ancora la mia casa sulla East Coast, a Maplewood, nel New Jersey. Faccio avanti e indietro.

Hai avuto modo di avere un ultimo confronto sincero con Axl?
Non ce n’è stato bisogno. E sono sicuro che prima o poi io e Axl ci rivedremo. Sono certo che ci ritroveremo. Semplicemente le cose cambiano. Niente rimane uguale per sempre, tutto qui.

Magari un giorno ci saranno le condizioni per tornare a suonare insieme, chi lo sa.
Sì, magari succederà. Ma, lo ripeto, non è una cosa che mi aspetto. Non mi aspetto niente. Sono però convinto che un giorno io e Axl ci ritroveremo, passeremo del tempo insieme e magari suoneremo ancora, oppure no. Non lo so. Quello che so è che non c’è alcun risentimento. Nessuno.

Da Rolling Stone US.