‘The Doors’ al cinema riuscirà a risuscitare di nuovo Jim Morrison? | Rolling Stone Italia
Jimbo contro Jim

‘The Doors’ al cinema riuscirà a risuscitare di nuovo Jim Morrison?

Il film di Oliver Stone torna per tre giorni nelle sale italiane e con esso tornano le domande che anche i membri del gruppo si facevano nel 1991: un biopic può essere infedele ai fatti, ma fedele al mito?

‘The Doors’ al cinema riuscirà a risuscitare di nuovo Jim Morrison?

Van Kilmer/Jim Morrison in ‘The Doors’

Foto: Lucky Red

Ci sono film che, con il passare degli anni, continuano a dividere esattamente come il giorno in cui sono usciti. The Doors di Oliver Stone appartiene a questa categoria. A 35 anni dalla prima distribuzione, il ritorno per tre giorni (oggi, martedì 14 e mercoledì 15 luglio) nelle sale italiane della versione restaurata in 4K offre l’occasione per rimettere al centro una domanda che accompagna il film dal 1991: quanto conta la fedeltà ai fatti quando si racconta un mito?

È una domanda inevitabile, perché pochi biopic musicali hanno suscitato reazioni altrettanto contrastanti, con il pubblico di allora che lo ha trasformato quasi subito in un cult e la critica oggi come ieri fortemente divisa. Nemmeno i Doors, quelli veri, sono mai riusciti a esprimere un giudizio unanime sulla pellicola. Ray Manzarek, per dire, lo detestava: «Oliver Stone ha assassinato Jim Morrison. Il film ritrae Jim come un folle violento e ubriacone. Quello non era Jim. Quando sono uscito dal cinema, ho pensato: “Chi era quel cretino?”. Jim non ha dato fuoco all’armadio di Pam. Non mi ha lanciato contro un televisore. Il suo film studentesco non conteneva immagini tratte da Il trionfo della volontà. Era tutto inventato di sana pianta. E Jim non ha mai abbandonato la scuola di cinema: si è laureato alla UCLA. Nel film, invece, appare solo come un edonista ubriacone. La tragedia è che la fama lo ha consumato. Ma non era questo il messaggio di Jim. Era intelligente. Era affettuoso. Era un uomo buono che credeva nella libertà e nel mettere in discussione l’autorità. Ma guardando questo film, non lo si direbbe mai».

Secondo il tastierista, il regista aveva ridotto Jim Morrison a una caricatura, trasformandolo in un ubriacone autodistruttivo incapace di andare oltre l’alcol, le droghe e gli eccessi. Una lettura che, a suo giudizio, finiva inevitabilmente per impoverire anche tutto ciò che Morrison era stato come poeta, autore e cantante. Per onestà intellettuale va comunque detto che Manzarek aveva il dente avvelenato, perché Stone aveva deciso di utilizzare il memoir di John Densmore invece del suo come spunto per la sceneggiatura, quindi parte del suo astio era dovuto a questioni di ego.

THE DOORS. THE FINAL CUT di Oliver Stone con Val Kilmer - Evento 13-14-15 luglio al cinema in 4K

Manzarek aveva ragione, ma soltanto in parte. Perché Morrison aveva davvero un rapporto devastante con l’alcol e con le sostanze e negarlo o edulcorarlo oggi (come nel 1991) avrebbe poco senso. Il punto, piuttosto, è un altro: Stone sceglie deliberatamente di raccontare quella parte della sua personalità come se fosse la chiave attraverso cui interpretare tutto il resto. Il risultato è un Jim quasi sempre sopra le righe, magnetico, autodistruttivo e, va da sé, decisamente sciamanico, destinato però a divorare chiunque gli stia intorno. Più Jimbo che Jim, per semplificare. Una cosa decisamente lontana dal concetto di biografia autorizzata, ma di certo figlia di chi quella rivoluzione l’aveva vista con i propri occhi. John Densmore, con cui ho avuto occasione di parlare più volte nel corso degli anni, ha sempre mostrato molta più apertura nei confronti del lavoro di Stone e il suo cameo nel film lo conferma, mentre Robby Krieger proponeva la sintesi più equilibrata dell’intera vicenda: è un grande film musicale, la prima parte e le scene dei concerti sono eccezionali, ma non racconta davvero quello che è successo.

The Doors è l’opposto di Bohemian Rhapsody. Presentato come un film su Freddie Mercury, ha finito inevitabilmente per diventare il racconto della storia dei Queen. The Doors utilizza la band come scenario dentro cui mettere in scena la figura di Jim Morrison, che occupa ogni centimetro dello schermo. Gli altri esistono, naturalmente, ma restano satelliti che girano attorno a quel sole. È una cosa francamente inevitabile. Del resto, Oliver Stone e Morrison condividevano molto più di quanto possa sembrare. Entrambi avevano frequentato scuole di cinema e, prima ancora di diventare una rockstar, Morrison sognava di dirigere film, sperimentare con le immagini, costruire un linguaggio visivo personale. Va anche detto che, al di là di una marcata visionarietà, i lavori di Morrison erano montati così male e spesso erano talmente astrusi persino per la fine degli anni ’60 che vennero eliminati poco dopo la loro prima e unica proiezione. Rimane tuttavia poetico che il grande film sulla sua vita sia arrivato vent’anni esatti dopo la sua morte, realizzato  da un regista cresciuto nello stesso periodo storico in cui Jim aveva immaginato il proprio futuro dietro una macchina da presa.

I Doors rappresentati nel film di Oliver Stone. Foto: Lucky Red

C’è un punto che praticamente nessuno ha mai messo in discussione ed è l’aspetto più importante di tutti: The Doors resta un film musicale straordinario. Stone gira le esibizioni dal vivo con una potenza che ancora oggi lascia impressionati. Non cerca di imitare i concerti, cosa molto in voga nei biopic attuali, ma costruisce un’esperienza quasi allucinata nella quale musica e immagini finiscono per alimentarsi a vicenda. È probabilmente il film che meglio ha saputo restituire il carattere rituale dei concerti dell’epoca, quel continuo oscillare fra rock, teatro, poesia e provocazione.

Aderente o meno alla realtà, riesce a farci provare la sensazione di pericolo e sballo dionisiaco che raccontano tutti quelli che ne sono stati testimoni. Gran parte del merito è naturalmente di Val Kilmer. Ridurre la sua interpretazione a una semplice imitazione sarebbe quasi offensivo. Kilmer è entrato talmente tanto nella parte da ammettere di aver avuto grosse difficoltà ad abbandonarla una volta terminate le riprese, oltre ad essersi pagato di tasca propria settimane di lezioni per imparare a riprodurre il timbro di Morrison in ogni fase della sua carriera. Ha studiato per mesi ogni registrazione disponibile, ha imparato il repertorio della band fino a cantarlo personalmente durante la preparazione, è arrivato a confondere persino alcuni collaboratori storici dei Doors, incapaci in alcuni casi di distinguere la sua voce da quella originale. Lo stesso Krieger ha ammesso di essersi quasi vergognato quando in un paio di occasioni non è stato in grado di dire se a cantare fosse Kilmer o Morrison.

Meg Ryan (Pamela Courson) e Val Kilmer (Jim Morrison). Foto: Lucky Red

Ancora oggi la sua rimane una delle interpretazioni più impressionanti mai offerte da un attore in un biopic musicale, tanto da rendere quasi impossibile immaginare qualcun altro in quel ruolo. Certo, i dialoghi talvolta rasentano il ridicolo (difficile immaginare che Jim e Pam parlassero solo attraverso citazioni letterarie coltissime), tutti sembrano sempre più fatti di quello che effettivamente erano e di certo The Doors non ha mai avuto alcuna chance di diventare un film per famiglie come è oggi Michael. Non è tra i migliori film di Stone, ma la scelta di non raccontare in modo lineare quell’avventura, ma di narrarla nel modo in cui il cinema può raccontare un mito, resta coraggiosa e anticonformista.

Stone deforma, amplifica e sceglie alcuni dettagli sacrificandone altri. Fa più o meno ciò che aveva fatto Coppola con Apocalypse Now, trasformando il Vietnam in un viaggio dentro la follia più che in una ricostruzione storica. I due film hanno persino condiviso un destino curioso: entrambi hanno contribuito in maniera decisiva a riportare i Doors nell’immaginario collettivo. Quando nel 1979 Coppola ha scelto The End per apire il suo viaggio nell’orrore, una nuova generazione ha scoperto improvvisamente quella musica. Dodici anni più tardi Oliver Stone ha completato il lavoro, consegnando Morrison allo status definitivo di icona cinematografica. Senza quei due film è difficile immaginare che i Doors avrebbero mantenuto un’aura così potente anche fra chi non era ancora nato quando la band si è sciolta.

Oggi la situazione, per certi versi, sembra ricordare quella di allora: i Doors continuano ad essere uno dei gruppi più importanti della storia del rock, ma sono molto meno presenti nel dibattito musicale rispetto a qualche decennio fa. La speranza è che questo ritorno in sala serva a replicare quel miracolo e non solo a riaprire l’eterna discussione su quanto Oliver Stone ha tradito la realtà e l’eredità della band e del suo leader.