Mick Jagger: «Il mio compito è far sì che la gente dimentichi i problemi» | Rolling Stone Italia
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Mick Jagger: «Il mio compito è far sì che la gente dimentichi i problemi»

Il cantante dei Rolling Stones su quello che lo differenzia da performer diversissimi come Bob Dylan e Bruce Springsteen. «Il mio lavoro consiste nel controllare le scariche di adrenalina del pubblico»

Mick Jagger: «Il mio compito è far sì che la gente dimentichi i problemi»

Mick Jagger

Foto: Michael Hickey/Getty Images

«Il mio compito è far sì che la gente si diverta il più possibile e che dimentichi per un paio d’ore i suoi problemi e quelli del mondo». Lo dice Mick Jagger in un’intervista pubblicata nel weekend dal New York Times. A differenza di altri performer e nonostante nell’ultimo disco Foreign Tongues ci siano un paio di canzoni con spunti di attualità, il cantante dei Rolling Stones non pensa che il lavoro di un performer consista nel far riflettere il pubblico sullo stato del mondo.

L’argomento viene fuori da una domanda del giornalista David Marchese su come Jagger interpreta il suo rapporto col pubblico. Da una parte c’è Bob Dylan, per il quale la presenza della gente sotto al palco sembra secondaria, dall’altra c’è Bruce Springsteen che trasforma i concerti in dialoghi con chi viene a vederlo.

«Il mio compito, quando mi esibisco, è far sì che la gente si diverta il più possibile e che dimentichi per due ore i suoi problemi, quelli del mondo, il mutuo, tutti quanti. Lo so che oggi ogni tanto le persone guardano il telefono e pensano: “Oh, il piccolo Danny ha mal di denti”. Una volta non succedeva. Ma il mio lavoro è far sì che si divertano il più possibile. Vanno fuori di testa. Il mio compito è farli andare fuori di testa ancora di più».

Ma che cosa significa per Jagger salire sul palco? «È una gioia enorme. È una scarica gigantesca di adrenalina, che immagino somigli a quella che prova uno sportivo, con la differenza che nessuno gioca contro di me. Il mio compito è controllare quella scarica di adrenalina e, mentre lo faccio, non smettere di osservare il pubblico. Come si sente? Fa freddo? Piove? Hanno aspettato troppo? Hanno avuto problemi a entrare? Molti sono lontanissimi dal palco, perché ormai suoniamo soprattutto negli stadi. Se ti esibisci in un teatro questi problemi non esistono. Lì puoi trasformare molto rapidamente tutti in un gruppo coeso».

«Agli inizi ci sono stati performer che mi hanno insegnato come si faceva. Sono andato in tour con Little Richard. Non avevo idea che si potesse fare quello che faceva lui. Gli artisti non si comportavano così: salivano sul palco, suonavano le canzoni, dicevano “ciao” e finiva lì. Lui invece abbracciava il pubblico, lo coinvolgeva nella sua visione del mondo: li faceva alzare, sedere, scherzava con loro. Per un po’ si creava una vera comunità. Negli stadi è decisamente più difficile ottenere lo stesso effetto, ma devi riuscirci comunque».

In quanto al futuro degli Stones sui palchi, dopo che Keith Richards ha detto che probabilmente la band non sarà più in grado di affrontare lunghe tournée, il giornalista gli chiede se la band farà più un tour mondiale e Jagger risponde «sperò di sì, io sono pronto». Ammette però che «se non puoi spostarti, allora devi fare delle residency». Lo saprà quando sarà l’ultimo concerto della storia dei Rolling Stones? «No. Magari è già successo! Un autobus potrebbe investirmi sotto casa. Non si sa mai, no? Nella vita non puoi sapere cosa ti aspetta. Spero di continuare ad andare in tour. Mi piace viaggiare. Mi piace conoscere gente».