Lettera a Peppino di Capri da un ragazzo astemio e poco mondano | Rolling Stone Italia
Cameriere...

Lettera a Peppino di Capri da un ragazzo astemio e poco mondano

'Champagne' non è mai stata una canzone sullo champagne, ma il ritratto di una malinconia educata, di chi ha capito, dentro di sé, che mentre tutti brindano la serata, o una storia, è ormai finita

Lettera a Peppino di Capri da un ragazzo astemio e poco mondano

Foto: Mondadori via Getty Images

Peppino Di Capri nel 1973

Caro Peppino,

Immagino che tu lo sospetti già ma, in un giorno come questo, mi conforta poter cogliere l’opportunità di ribadire un fatto: una parte della tua carriera è stata sostenuta economicamente ed emotivamente da persone che lo champagne non lo hanno mai bevuto. Io, per esempio. Sono stato astemio latente per una vita, prima di fare coming out per una questione di glicemia. Il vino, figurarsi lo champagne, mi è sempre sembrato una bevanda che pretendeva troppo da me.

Per ragazzi come me Champagne (1973) è stata il vademecum per la preparazione a un doppio esame di abilitazione: il primo a sentirsi, per la durata di una canzone, parte del gran mondo, e il secondo a restarne fuori per tutto il resto della vita senza patirne l’esclusione. Lo champagne mi è sempre parso soprattutto un oggetto culturale. Lo vedevo comparire nei film, nelle attese della mezzanotte, nei matrimoni in cui sembrava che la felicità avesse bisogno di essere stappata per essere più concreta.

L’astemio sviluppa abilità peculiari. Impara a tenere in mano lo stesso bicchiere per tre ore senza berne il contenuto. Accetta prosecco per evitare spiegazioni. Sorride mestamente quando qualcuno gli dice: «Dai, solo un goccio». Per questo mi ha sempre divertito il fatto che una delle canzoni che più ho amato e più mi ha accompagnato nelle varie fasi della vita in cui, volente o nolente, dovevo fare i conti con il tasso alcolemico del prossimo, parlasse proprio della bevanda che, tra tutte, poteva appartenermi meno.

Per anni ho creduto ci fosse qualcosa di sbagliato in questa preferenza. Sarebbe stato più logico emozionarsi con una canzone sull’acqua naturale, magari frizzante, con ghiaccio e limone, o con una sulla Coca Zero (anche se non mi sembra l’abbiano mai scritta). Invece no. Era sempre Champagne. Oggi, ripensandoci, ho capito perché: la tua non è mai stata una canzone sullo champagne.

La tua è una canzone su quella forma di malinconia educata che ti coglie mentre la festa è ancora in corso. Su quel momento stranissimo in cui tutti stanno brindando ma qualcuno, dentro di sé, ha già capito che la serata è finita. O, peggio, che è una storia è finita. Per quanti studi e raffronti si possano fare sull’armamentario sonoro di quel ritornello (gli archi che si aprono come un sipario di seta, il timbro caldo e vagamente salmastro della tua voce che pare sempre appena scesa da un motoscafo, il modo in cui la melodia sale proprio dove ti aspetteresti che scendesse, come bollicine in un calice) non sarà mai sciolto il dubbio su cosa renda la tuaChampagne così irresistibile. Se la sensualità disinvolta e complice con cui racconti un mondo di atmosfere e tradimenti, o la sincerità quasi infantile con cui, dietro quella disinvoltura, si intuisce che tutta quella spuma è destinata a sgonfiarsi in pochi minuti. Probabilmente entrambe le cose insieme, ed è proprio lì, in quella doppiezza tenuta con grazia, che sta il tuo genio di interprete.

Champagne è una canzone che gli italiani hanno saputo trasformare in una celebrazione dell’euforia perché hanno un talento speciale: usare le canzoni tristi nei momenti felici e quelle felici nei momenti tristi. Così come sono in grado di chiedere e ottenere Felicità di Al Bano e Romina a un funerale, cantano Champagne con il bicchiere alzato, dimenticando che dentro c’è un tizio che osserva la donna amata andarsene con un altro. È come se proiettassero a maxischermi unificati Titanic durante una crociera Costa.

Sanremo 2023 - Peppino Di Capri, 70 anni di carriera festeggiati a Sanremo

Tu non hai mai creduto nella felicità rumorosa. Il tuo modo di intonare le canzoni sembrava suggerire che ogni allegria avesse bisogno di un piccolo freno a mano. Non ci mettevi mai enfasi né l’ansia di occupare tutto lo spazio possibile. Non facevi mai percepire al pubblico un obbligo di divertirsi. Avevi sempre quella leggerezza elegante di chi conosceva già, in partenza, prima di un amore, di un viaggio, di una parte della vita, il prezzo della nostalgia che quelle esperienze avrebbero prodotto, e lo pagava senza protestare; anzi, cantando e suonando il piano.

Da bambino pensavo che tu appartenessi a un mondo lontanissimo dal mio. Le sale da ballo. Capri. Le giacche bianche. I pianoforti negli albergoni. Gli adulti che ordinavano cose con le bollicine e sembravano sapere sempre come stare al mondo. Invece forse era lo stesso mondo.
Anche se sono uno di quelli che ai matrimoni finisce per parlare con i nonni o con i fotografi; o uno che si sente sempre leggermente fuori tempo, come se il ritmo fosse stato spiegato agli altri in una riunione di cui non gli è arrivato il Calendar, ho comunque trovato un rifugio proprio nelle tue canzoni.

Prima di tutto perché raccontavi un’eleganza fantastica ma accessibile anche agli impacciati: non quella mondanità che ti chiede di sapere quale coltello usare per sciabolare un certo tipo di bottiglia di champagne, ma quella, infinitamente più accessibile, di chi almeno una volta si è sentito di troppo alla sua stessa festa.

Sei stato il re di quella lieve malinconia che arriva mentre tutti ridono e ti fa voltare verso la porta d’ingresso, come se qualcuno se ne fosse appena andato senza salutare. Le tua musica emanava un editto: si può appartenere a una serata anche senza esserne il protagonista.
Le feste non finiscono mai con l’ultima canzone, ma quando il cameriere comincia a impilare le sedie, il DJ arrotola i cavi, l’invitato più molesto viene sedato. È in quel momento, quando la magia viene rimessa ordinatamente negli scatoloni, che la tua canzone ha sempre dato l’impressione di cominciare davvero a risuonare.

Certo, risuona anche grazie al cristallo di un bicchiere. Ma non importa se pieno o vuoto, di ospite sobrio o alcolizzato. Importa che, guardandoci attraverso, qualcuno pensi inevitabilmente a una persona che non c’è più.

Ci sono artisti che danno il proprio nome a un teatro, a una strada o a un premio. Tu, caro Peppino, sei riuscito a dare il tuo a un momento, con tutto il rispetto per la città di Brindisi. Ogni volta che qualcuno alza un calice e qualcun altro, inevitabilmente, intona quella melodia, tu ricominci da capo. E ci ricordi che le feste non sono fatte delle bottiglie che si aprono, ma delle persone con cui speravamo di svuotarle, anche se non beviamo un goccio.

Mi ha sempre colpito il fatto che, nel finale di questa tua canzone, l’ultima evocazione dello champagne sia preceduta di un attimo da un soffio di voce, il tuo richiamo al “Cameriere”. È come se l’alcol, per quanto raffinato, da solo, non bastasse: avesse bisogno della discrezione di chi lo serve. Sembrerebbero un ossimoro, le bollicine francesi e una delle professioni più umili. Invece tu Peppino Di Capri ce li hai trasformati in endiadi: due parole che, insieme, esprimono un’unica idea: lo champagne, senza qualcuno che lo versi, resta soltanto una bottiglia; e il cameriere, senza quel brindisi da servire, non è ancora il custode silenzioso di un momento speciale. La bellezza, nella tua musica semplice, nasce dall’incontro tra chi celebra e chi rende possibile la celebrazione.

Peppino, Champagne!