La grande vittoria dei Tamango | Rolling Stone Italia
Live da Gratosoglio

La grande vittoria dei Tamango

Il collettivo ha portato la 'Rampallonata' in un campetto della periferia sud di Milano. Tre ore di varietà tra musica e teatro, interamente autogestite, da un progetto che va coi propri tempi e sfida le logiche del mercato

La grande vittoria dei Tamango

Foto: Press

Nessuna delle persone che conosco e che vivono a Milano sa nulla o è mai stata al Gratosoglio. Un’amica, milanese born and raised, sa che è un quartiere nella periferia sud della città, che confina con Rozzano e si riconosce per le sette torri bianche, che, scoprirò, sono alte 17 piani, cioè 56 metri, disposte a coppie, e sono nate come grande progetto di edilizia popolare negli anni 80, per rispondere alla domanda di alloggi. Poi, come spesso accade alle periferie, il Gratosoglio è diventato margine, è stato emarginato e dunque sono arrivati i problemi di manutenzione, di abbandono, di dispersione scolastica. Scorrendo articoli, anche quelli che un anno fa hanno riguardato un fatto di cronaca molto triste accaduto qui, viene fuori l’immagine di quartiere affaticato e fragile, che ha bisogno di investimenti – umani e strutturali – per poter tornare ad essere un corpo sano.

Al Gratosoglio, nello specifico nel centro Sportivo Carassai, dove giocano a calcio le giovanili di Vige Milano (esordienti, pulcini, e dal 2025 anche una squadra femminile) il collettivo dei Tamango ha scelto di portare in scena la tappa milanese della sua seconda Rampallonata, un tour di quattro date (c’è già stata Torino, arriveranno Bologna e Roma) che si spinge nelle zone liminali delle città, in luoghi in cui, come ci avevano raccontato, dove non è mai stato organizzato niente, «al massimo la finale del torneo della porchetta». Quindi Milano, Gratosoglio.

Eppure quando arrivo e il campetto d’allenamento, brullo e invaso di zanzare, si sta riempiendo di persone molto giovani, la maggioranza, ma anche di 30enni e 40enni, di famiglie con bambini piccoli e piccolissimi, e di gente del quartiere che ha deciso di spendere 15 euro per andare a curiosare un po’, ci accoglie una zona residenziale verde e in ordine, graziosa e umile, che sembra affamata di voglia di accogliere, di accoglierci. In questo sabato 11 luglio graziato dal caldo e graziato pure dalla tanto temuta tempesta che qui non tuonerà mai, entriamo al Carassai dopo aver superato fili della luce adornati da scarpe intrecciate e lanciate per rimanere lì, a celebrare chissà cosa, e cominciamo la Tamango’s experience con un dj set clamoroso da centro campo, suonato con i vinili da un ragazzo del collettivo, che farà girare perle come Vessel di Jon Hopkins remixato da Four Tet, Poison dei Prodigy, Jeanette di Kelly Lee Owens, ma anche Sabato nel parco di Frah Quintale. Tutto, ormai è cosa nota, è gestito dai Tamango (dal bar al service alla costruzione delle complesse scenografie alle pizze infornate servite sempre da loro) che ormai sono in 42, numero labile che potrebbe cambiare domani, ma che ha in sé una forza che permette alla macchina di funzionare meglio rispetto alla Rampallonata dell’anno scorso.

Le leggendarie code per bere e mangiare si infoltiscono un po’ nel pre live, ma durante lo spettacolo, lungo più due ore mezzo, per prendere una birra impiego un minuto scarso. C’è un tocco speciale in ogni cosa, che capisci essere figlio di questa loro totale autogestione o, come s’è detto, autarchia: i banchetti del merchandising, per esempio, che sono solitamente gazebo bruttini con cose carissime, qui sono rossi e quando cala la notte si infiammano come falò attorno ai quali radunarsi per ascoltare una storia dell’orrore. Lì si trovano i capi costumizzati dai Tamango. Camicie, t-shirt, giacche da lavoro, che il collettivo modifica per ridare loro nuova vita. Le bandierine che sono il logo della seconda rampallonata, vengono cucite sopra tesssuti che stavano da anni in magazzini dimenticati. Ci frughi dentro, e intanto immagini la parete dello studio sulla quale i Tamango hanno fissata l’idea della Rampallonata, la parete dalla quale nasce ogni elemento del progetto, ogni atelier, ogni reparto che contribuisce a creare l’immaginario: «È come se – spiegavano prima della partenza del tour – tutti i mezzi, il palco, il cucito, le canzoni, si parlassero ed è così che viene fuori l’immaginario».

Ed è anche così che è venuto il titolo di Rampallonata, una parola che descrive un sentimento, una sensazione, quella di avere davanti la palla perfetta che rimbalza sulla zolla giusta, pronta per essere calciata, e non lo sai se farai goal o se la caccerai in tribuna, ma intanto devi tirare. E allora calciano, i Tamango, per aprire le danze, alle 21 e 15 circa, del loro varietà, che a volte sembra quasi un musical, calciano la palla in mezzo alla folla (a chi vorrà sapere quante persone ci fossero, temo di non saper dare una risposta, ma erano tante e di spazi vuoti sull’erba bruciata dal caldo del Vige Milano, ce n’erano pochi), che gliela rende, in una serie di rimpalli che dura qualche secondo, e poi basta, è tempo di fare sul serio. Arrivano vestiti da marinai, si calano uno per uno con una fune giù dalla scenografia che è una nave, si prendono gli applausi di benvenuto, e dopo un’intro lirica, arriva il momento di lasciare spazio al «grande oggetto di scena di sei metri per tre» a cui stavano lavorando quando li avevamo intervistati.

Si tratta di un diario, di cui verranno girate le pagine, ognuna con un mese (partiamo ad agosto, finiamo che è luglio) e che racconta quel che è successo dalla fine della Rampallontata dell’anno scorso a oggi, con giornate che diventano archetipi di periodi o situazioni. Un diario che diventerà tela per live painting acrobatici, che diventerà schermo sul quale proiettare video, che sarà anche un letto affollato di Tamanghi che canteranno sdraiati e in pendenza, e che cadenzerà il susseguirsi delle canzoni, dei monologhi, dei momenti di ballo e di dialogo con il pubblico. Si parte con Oh!Darling e Amerò, Marcello Maida, voce principale, canta come chi ha l’urgenza di cantare, come un calciatore (quale è) che dagli spogliatoi corre in campo e la vuole azzannare, quella palla, e non lasciarla più. Poi ci si ferma (e succederà purtroppo almeno altre tre volte) perché nelle prime file qualcuno s’è sentito male. C’è una cura gentile e attenta dei Tamango verso il proprio pubblico: non importa se ogni interruzione significa ripartire da capo, sia con il pezzo che con la performance che lo accompagna, è più importante che la Rampallonata rimanga uno spazio sicuro, dove chi ha bisogno di aiuto lo riceve, punto. Anche gli intoppi tecnici, un microfono che non va, una pausa tra una parte e l’altra dello spettacolo forse appena lunga, vengono accolti con applausi e amore, d’altronde Tamango è anche un verbo, cioè T’amango, il loro “ti amo”, e il “vi amiamo” dei fan, alcuni pittati di rosso in faccia, o con sulla schiena la frase di Claudio Bisio, “Io se perdo i capelli m’ammazzo”.

Settembre scivola veloce, ottobre è furibondo, intenso, commovente sul finale con, in sequenza, La provincia dei teppisti, Il cielo sopra Berlino (diventata nel 2021 un culto su Spotify, con milioni di stream, primo segnale che qualcosa di grande sarebbe da lì a poco successo), Squamati e la struggente Platani. A Natale arriva il monologo più centrato, e chi se ne frega se anche qui bisogna stopparsi e poi ripartire (lo show perfetto e senza sbavature dovrete cercarlo altrove), perché Antonio Orengo è un bravo attore, ti regala immagini che non ti riguardano affatto ma che ti interessa guardare, e poi ti aggancia con quella cosa piccola e specifica che sembra scritta proprio per te. Ma al di là delle analisi tecniche, della riuscita di Una casa di campagna e di quella di Carlotta, con Margherita Vicario che arriva, canta, recita, suona e se ne va senza bisogno del solito momento “presentazione special Guest”, ma anche di qualche perplessità in più riguardo a momenti meno cantautoriali e più crossover come l’esplosiva (ma allora falla esplodere, giusto per citare Una casa di campagna, davvero, con più forza, più cattiveria) 1312, è la ricerca dell’autenticità che sembra guidare ogni scelta presa nel corso di questi anni dai Tamango, dalla scrittura, alle produzioni, alle riprese video, alla comunicazione, fino a questa Rampallonata.

Uno show crudo poi dolce, di pancia, urlato, sussurrato, sbagliato. Figlio, senza dubbio, del tentativo di costruire un progetto che avesse la forza di autosostenersi. L’anima di Tamango è sempre stata collettiva e trova nella collettività artistica la sua forza. Questo non è casuale, ma è frutto di scelte e pensieri che guidano il progetto dall’atto zero. In momenti in cui la direzione del mercato, musicale e non, è sempre più orientata al seguire ciò che funziona senza avere grande interesse nel dare il tempo giusto alle cose (al massimo il tempo di un reel), evolvere e distinguersi è un’impresa, ancora di più se lo si cerca di fare seguendo gli schemi dello stesso mercato che punta a uniformare tutto ciò che tocca. Essere riusciti a costruire un sistema che gli permetta di essere metronomo del loro tempo, senza dover seguire le logiche che realtà di settore levigate imporrebbero più o meno tacitamente, è ad oggi la grande vittoria dei Tamango. E in un momento in cui non esiste non esiste nessuna avanguardia, nessuna controcultura, nessuna idea rilevante perché viviamo in un sistema culturale basato sul ricatto, l’arte dei Tamango è un sussulto, un tremore, un bug del sistema, ed è perfino commovente, in certi momenti. 

Come ad aprile, quando il quaderno, quasi agli sgoccioli, celebra la Resistenza, si adagia sulla melanconia di Canzone Triste, e ci lascia tutti con il nodo in gola. Ma dura un attimo, perché ci sono gli ultimi mesi da scorrere, forse siamo molto in ritardo o forse no, di certo a giudicare dalle persone affacciate alla finestre delle palazzine che circondano il campo e di quelle assiepate ai suoi lati, tutto sta andando come doveva andare. Il finale è un serpente che si morde la coda e torna al mese in cui siamo, luglio, con Rampallonata e il bis di Amerò, ma dopo tre ore di spettacolo non è ancora finita. Quest’anno, infatti, è nata una costola della Rampallonata, ovvero la Tamangata, fatta per chi non ha voglia di andare a casa: ha ancora voglia di festa. Ci si sposta su un altro palco, mentre vibra una sottile eccitazione, che è blu ed è più piccolo e sul quale, ormai scalzi e senza costumi di scena, i musicisti faranno una jam sanguigna, mescolandosi, come sembrava volessero fare dal secondo zero del concerto, con il loro pubblico, che qui non è più solo pubblico, ma diventa Tamango, e le distinzioni, se mai ce ne fossero state, saltano del tutto, e dall’autarchia si passa all’anarchia.

La notte protegge i segereti della Tamangata e nemmeno noi ve li sveleremo fino in fondo, ma mentre lasciamo Gratosoglio più che soddisfatti, torna alle mente una cosa che il collettivo aveva detto un anno fa in un’intervista, e cioè che il loro sogno è quello di fare da apripista, e dire: «Guardate che questa roba si può fare, guardate che funziona». Si sono presi la responsabilità di provare a farla e quel che è successo è che hanno reso persone diversissime tra loro, giovanissimi insieme a genitori, molto felici. Sarebbe un successo se tra dieci anni non fossero più gli unici Tamango.