Una buona notizia, finalmente un concerto che mette d’accordo tutti: non è piaciuto a nessuno. Ieri sera al giardino della Triennale di Milano è andata in scena quella che molti hanno definito una sòla, ovvero poco più di un’ora di concerto in cui Tricky ha bisbigliato nel microfono – “voce, voce!”, gridava il pubblico – per tre, quattro brani lasciando tutto il lavoro a due suoi colleghi meno noti, Mitch Sanders, con timbro alla James Blake, e Marta Złakowska, che ha l’oneroso compito di sostituire Martina Topley-Bird nei pezzi che hanno reso l’artista un’icona del Bristol sound, quel famoso trip hop scuro e carico di bassi che, complici i Massive Attack, è diventato popolare negli anni ’90.
E proprio dai ’90, con qualche capello grigio in più, arrivava il pubblico milanese, quello che un giornalista del Corriere definì a suo tempo aristo-freak, neologismo che ben descriveva la borghesia alternativa che frequentava centri sociali come la Pergola e Garigliano, prendeva l’aperitivo da Rattazzo in Piazza Vetra e andava – come cantavano gli Afterhours in Sui giovani di oggi ci scatarro su – “sabato in barca a vela, lunedì al Leonkavallo”. Oggi probabilmente fa i conti con il mutuo, la casa al mare da ristrutturare, il PD, la caldazza e i fantasmi di un passato che non è più quello di una volta: Tricky non è più quello di Maxinquaye, album perfetto che ha compiuto 30 anni nel 2025 e che, insieme a Blue Lines dei Massive Attack e Dummy dei Portishead, ha mutato l’hip hop in un genere astratto, quasi ambient e druggy, caricandolo di campionamenti jazz-blues e ritmiche dub giamaicane.
Ma chi è andato dieci anni fa, sempre a Milano, all’Alcatraz si ricorda la delusione di averlo visto sempre e solo spalle al pubblico, senza quasi mai interagire se non sbuffando gigantesche nuvole di fumo delle canne che si accendeva senza pausa. Ora è tornato con un nuovo disco, Different When It’s Silent (di cui ieri ha suonato vari pezzi niente male e che esce il 17 luglio), a sei anni di distanza da Fall to Pieces e a sette dalla scomparsa della figlia, la cui madre è proprio quella Martina Topley-Bird, sua ex compagna e partner musicale. Probabilmente era proprio a quella figlia che si rivolgeva indicando il cielo durante il concerto in cui chi c’era ha comunque potuto godere di un suono familiare di ritmi ipnotici e fumosi, chitarre heavy e lirismo soul delle voci di rinforzo, sempre più protagoniste dal momento che Tricky sembra aver totalmente abdicato a quel ruolo di popstar e frontman che gli è sempre andato stretto.
Ma in un momento storico in cui per i miei colleghi giornalisti tutti i concerti sono un evento “storico”, “imperdibile”, “che alza l’asticella”, pure quello in contemporanea ieri a San Siro di Sfera Ebbasta che vale un mignolo di Tricky, sia detto, performance compresa… ecco, in un momento così non riesco ad accodarmi alla delusione di quelli che erano insieme a me sotto palco, anzi mi viene voglia di celebrare questo piccolo fallimento come un monito all’idea super performante – i sold out, gli stadi, il gigantismo delle scenografie e i giochi di luci – dei concerti.
Quando Adrian Thaws, classe 1968, sangue misto africano, irlandese e giamaicano dai sobborghi di Bristol, incontra negli anni ’90, appena diciottenne, i Massive Attack, loro lo assumono nel Wild Bunch (la crew di allora) come rapper, dandogli uno stipendio che si sputtanerà in droghe e alcol solo per bofonchiare qualche rima in un minuto del loro disco con una canna in mano, dandogli poi il soprannome di Tricky Kid. Lui non è cambiato poi tanto, noi sì, almeno le nostre aspettative, che a questo punto dubito fortemente siano giuste.
Ci vediamo alla prossima Tricky, spero che ci deluderai così ancora per molto.
















