Che cosa succede a Santarcangelo? | Rolling Stone Italia
a cosa servono i luoghi

A Santarcangelo in una fittissima foresta di sguardi

Siamo andati al festival romagnolo nell'anno del lungo passaggio di consegne alla direzione artistica tra Tomasz Kireńczuk e Luigi Noah De Angelis. Con loro abbiamo fatto il punto su che cosa vuol dire, oggi, essere teatro

Santarcangelo festival

'Bow'

Foto: Pietro Bertora

Arrivo a Santarcangelo dopo un viaggio in treno in cui tutto è andato storto, sette ore e mezza da Milano, manco l’avessi fatta a piedi. Non ero del migliore degli umori all’inaugurazione della cinquataseiesima edizione del festival, eppure non appena mi siedo a vedere il primo spettacolo qualcosa cambia. Mi sento risucchiare in uno spazio-tempo diverso, mi sembra che le persone intorno a me stiano stiano vivendo il time of their lives, vedo anziani e bambini del posto, trecento persone almeno, che guardano con entusiasmo uno spettacolo in cui tre performer queer piuttosto nudi si spaccano la schiena in un inchino continuo. È Bow di Wojciech Grudziński, allestito nella piazza del centro: una dimensione molto diversa da quella che normalmente vivo quando vado a teatro.

Ho quindi pensato di farmi dare delle spiegazioni: essendo questo un anno di passaggio di timone della direzione artistica, ho intervistato ai tavolini del Caffè Roma il direttore uscente Tomasz Kireńczuk, che termina con questa edizione il suo mandato quinquennale, e il direttore entrante, Luigi Noah De Angelis, che invece inizia da qui a progettare i prossimi tre anni di festival. Sono entrambi sereni e presi bene, come tutti qui, e condividono lo stesso obiettivo: mantenere il festival di Santarcangelo stupefacente.

Luigi Noah De Angelis

Luigi Noah De Angelis. Foto: Claudia Pajewski

Cosa vi ha fatto nascere il desiderio di passare da un ruolo artistico alla direzione di un festival? E perché proprio Santarcangelo?
LDA: Quando il CdA del festival di Santarcangelo mi ha chiesto di assumere la direzione artistica per il triennio 2027-29, sono rimasto felicemente sorpreso, perché credo abbiano intercettato un mio desiderio latente: quello di potermi permettere un tempo in cui sostare nello sguardo di altre artiste, di fatto un’occasione di grande crescita su tanti livelli. Ho subito pensato che potesse essere un modo per onorare la fitta rete di connessioni sotterranee che genera ogni gesto artistico individuale. A Santarcangelo sono legato fortemente, sia perché sono cresciuto artisticamente in questa regione, sia perché la scoperta del festival è stato un tassello importantissimo per la mia formazione. La prima volta ci sono venuto da ragazzo, a sedici anni: vivevo a Ravenna e l’unica forma di teatro contemporaneo che avevo avuto modo di conoscere il Teatro delle Albe. In quel periodo scrivevo per un giornale locale, così potevo andare a vedere gli spettacoli gratuitamente; a un certo punto sono stato spedito a Santarcangelo per seguire tutto il festival: lì sono venuto in contatto per la prima volta con artisti della scena internazionale, per esempio ho visto il Theatre du Radeau, compagnie da tutta Europa e dal mondo. Questa esperienza ha allargato tantissimo l’orizzonte dello sguardo segnandomi profondamente, è stata una porta. È stata determinante per il mio essere artista e per la fondazione della mia compagnia, Fanny & Alexander. Per cui considero la direzione artistica del festival come una forma di testimonianza attiva di quello stupore generativo che ho provato per la prima volta a sedici anni: la scoperta di una pluralità di teatri possibili.

TK: Per me in realtà non è stato un vero passaggio dal lavoro artistico al lavoro curatoriale: ho frequentato il DAMS di Cracovia, insieme a un gruppo di amici e amiche compagni di corso a ventidue anni ho fondato uno spazio in città per artisti indipendenti dove ho imparato tutto da zero. Non eravamo professionisti, ma abbiamo capito con il tempo come si gestisce uno spazio, una programmazione, una messa in scena, in quel luogo ciascuno di noi ha potuto coltivare e far crescere la propria vocazione: la mia è decisamente quella di curatore. Ho fatto il drammaturgo un paio di anni ma ho capito subito che le due cose non vanno molto bene insieme. Quindi ho fatto una scelta precisa: da quel momento ho curato la programmazione dello spazio per qualche anno, poi ho integrato con altri progetti finché, a ventisei anni, è arrivato un incontro speciale, quello con Krystyna Meissner e con il festival Dialog – Wroclaw: non avevo mai visto spettacoli del genere. Ho lavorato per Dialog – Wroclaw circa nove anni ed ero già stato indicato come futuro direttore artistico, ma le cose non sono andate come avrebbero dovuto. Il governo mi chiese di censurare uno spettacolo pena la perdita dei fondi, ma io non cedetti. Era un momento di crisi per il settore culturale della Polonia, tagli continui e imposizioni dall’alto, riuscimmo a tenere la programmazione che avevamo deciso ma perdemmo i fondi, quindi per quell’anno il festival fu possibile solo grazie al supporto proveniente dalla rete di artisti e operatori che misero risorse proprie. Ciononostante, qualche mese dopo fui comunque mandato via. Proprio in quel periodo difficile, anche a livello personale, ho letto la call per la futura direzione di Santarcangelo Festival alla quale ho applicato con la grande consapevolezza che questo lavoro può essere molto politico, un veicolo per portare avanti un ideale, per far cambiare il pensiero e per difendere diritti. E questo è quello che spero di avere fatto in questi cinque anni!

Tomasz Kireńczuk

Tomasz Kireńczuk. Foto: Pietro Bertora

Qual è stata la linea che ha guidato, o che guiderà, le scelte di programmazione? Che tipo di spettacolo o operazione artistica ha senso, per voi, mettere in scena in un festival oggi?
TK: Santarcangelo è un festival che mi ha sempre dato grande libertà: non ho mai sentito pressioni esterne o tentativi di imporre visioni o direzioni, e di fronte alla fortuna di poter agire liberamente non mi sono imposto dei limiti da solo né ho cercato di seguire una linea precostituita: ho cercato di non darmi “etichette”. 
Ho sempre viaggiato molto e guardato cosa c’è in Europa e nel mondo per tenermi aggiornato sui nuovi artisti che si affacciano sulla scena, nell’intento di costruire un programma che faccia scoprire nuove pratiche ma che accompagni anche il percorso di artisti in cui crediamo e che quindi ritornano nel tempo, seguendo prima di tutto un interesse artistico autentico. D’altro canto credo che questo lavoro non possa prescindere da cosa accade nel mondo, delle situazioni sociali e politiche che segnano la contemporaneità, per questo sono sempre state molto presenti tematiche femministe, ecologiste, antirazziste, concetti legati alla decolonizzazione e pratiche influenzate dall’estetica queer. Ma non c’è solo questo, molti lavori non affrontano direttamente questioni politiche. Ricordo però un episodio che mi ha fatto riflettere. Nel 2023 abbiamo presentato GO GO OTHELLO di Ntando Cele, un’artista sudafricana che vive in Svizzera. Mi aveva conquistato innanzitutto per la sua forza artistica, ma una parte del pubblico mi disse: “Bellissimo spettacolo, però parla di temi che non riguardano l’Italia”. Per me è stato il segnale che, al contrario, c’era bisogno di creare ancora più occasioni di confronto su questioni che attraversano tutta l’Europa, da allora ho cercato con ancora maggiore convinzione di programmare lavori capaci di aprire un dialogo, anche quando mettono in discussione abitudini e certezze. L’intento è stato quello di far percepire che le pratiche sperimentali possono essere accessibili e possono attivare un pensiero diverso, che rompe un’abitudine. Se all’inizio gli spettacoli più perturbanti venivano visti dai pochi interessati, in quest’ultima edizione abbiamo potuto allestirli nella piazza centrale di Santarcangelo, sicuri che due/trecento persone si sarebbero fermate a guardare.

Santarcangelo festival

‘Ha’. Foto: Pietro Bertora

LDA: Credo che un festival sia un ecosistema che cresce e che si trasforma negli anni. Io lavoro sempre partendo dalle immagini, e la prima immagine che mi è apparsa quando ho ricevuto questa proposta è stata quella di una foresta di sguardi: non siamo mai soli quando creiamo, ogni nostro sguardo è cogenerato da altri sguardi, da connessioni sottili, da una fitta rete subliminale, consapevole o inconsapevole di altri sguardi, da un flusso che parla tramite noi, da una rete di radici interconnesse che si scambiano informazioni, stimoli. Il compositore Giacinto Scelsi diceva di essere un postino che trasmetteva messaggi arrivati da un mondo lontano. Mi riconosco molto in questa immagine. Quando ho accettato l’incarico ho chiesto di poter essere affiancato da artisti che mi suggeriscano il lavoro di altri artisti. Questo ovviamente non lo applico come dogma, né significa che accetti ogni proposta de-responsabilizzandomi, le proposte devono risuonare con un mio disegno, con una mia mappa interiore. Credo però che questa via possa essere una fonte preziosa per costruire una proposta di festival non troppo omogenea o uniforme, scontata, e che mi permetta un’esplorazione a tratti sorprendente. Gli artisti sono antenne che intercettano i sintomi del tempo in cui vivono e un curatore è lui stesso un’antenna che ha il compito di collegare tra loro altre sensibilità, altre porosità variabili, quelle del pubblico e quelle degli artisti, per costruire la sua foresta di sguardi. L’altra cosa che sento è che dietro una direzione artistica c’è una forte componente drammaturgica, creativa. Io lo sento tantissimo nella proposta di festival di Tomasz, e credo che sia un elemento che ha dato molta forza, allo stesso tempo lo sento molto presente anche in me in questa fase di ideazione e riflessione su come costruire l’architettura dei prossimi tre anni.

Santarcangelo festival

‘Ha’. Foto: Pietro Bertora

Il programma di questa edizione ha una prevalenza di nomi internazionali rispetto a quelli del territorio, il che è anomalo rispetto alla maggior parte dei festival italiani per una serie di motivi, tendenzialmente legati a questioni di fondi. Come vi ponete di fronte a questa questione? È bene “coltivare”, o costruire da zero, una scena nazionale o ha più senso andare verso una completa internazionalizzazione?
LDA: Personalmente faccio molta fatica a stabilire una gerarchia fra Italia e l’internazionale, io sono nato in Belgio ma cresciuto a Ravenna in seguito allo spostamento della mia famiglia, quindi nella mia testa non ho barriere legate alla provenienza nazionale. Frie Leysen diceva che un festival deve sempre essere un elastico tra il locale e l’internazionale. A me viene naturale convocare gli artisti della mia regione, ma anche dell’Italia, perché è a Ravenna che ho fondato la mia compagnia ed è insieme ad altri artisti italiani che ho fatto tante lotte per l’indipendenza in questi anni, quindi non posso prescindere da queste sorellanze nella creazione di questa foresta di sguardi, perché possano riverberare con gli artisti della scena internazionale. Per il futuro di Santarcangelo quello che vorrei è che possa essere per altri un luogo stupefacente come lo è stato per me da ragazzo, dove trovare compagnie e visioni artistiche potenti e in qualche modo impossibili da incontrare altrove, almeno non concentrate in uno spazio-tempo così ristretto come i giorni di un festival, e che dialoghino tra loro. Trovo importante aggiungere una cosa: spesso si ha l’idea che le istituzioni internazionali, che a tutti gli effetti sostentano un festival come questo, vogliano imporre i loro artisti: io invece mi sto trovando davanti un panorama molto diverso, nel senso che i dialoghi che sto aprendo con istituti di cultura di altri Stati europei sono tenuti da persone di grandi vedute e molto attenti alla mia personale sensibilità, mi suggeriscono altre realtà a cui magari non avrei mai pensato. E questo elemento è molto fertile perché riporta su un territorio peculiare come questo un insieme di visioni e di sensibilità che può intrecciarsi bene con quelle locali. Sono ulteriori sguardi che si aggiungono alla foresta del festival.

Santarcangelo festival

‘Clap & Slap’. Foto: Pietro Bertora

TK: Secondo me si parte sempre da una decisione e da una scelta ben precisa: bisogna prima chiedersi quale sia il ruolo della realtà che si sta gestendo, che chiaramente non è lo stesso per qualunque ente per il quale si curi la direzione, e in base alla risposta bisogna fare delle scelte. Noi abbiamo deciso di tenere l’elemento internazionale come punto di forza del festival perché abbiamo capito che fosse una necessità: se in un clima di crisi culturale un festival così potente, così finanziato e con così tanta visibilità come Santarcangelo non si prende il rischio di portare artisti che altrimenti non verrebbero visti, chi lo deve fare? Il nostro obiettivo è stato quello di costruire una vera e propria rete internazionale, chiedendo sostegni economici a Paesi come Polonia, Francia, Svizzera e altri per contribuire alla creazione di un ecosistema che ha poi potuto permettere una crescita anche agli artisti italiani, che hanno infatti avuto la possibilità di fare dei periodi di residenza creativa all’estero con il giusto supporto economico. Alcuni di loro sono poi rientrati anche nel programma delle scorse edizioni, ma anche su questo abbiamo voluto fare un ragionamento, decidendo che non tutto debba essere uguale per tutti e che non sia sempre la cosa migliore mettere pressione all’artista in creazione esigendo una data al festival a fine del periodo. Inoltre i sistemi intorno ai singoli artisti non sono tutti uguali, c’è chi ha tutto e chi non ha niente – questo anche all’interno dello stesso Paese -, è molto diverso essere un artista indipendente in Svizzera o in Bielorussia, in più ci sono artisti che vivono sotto regime e il cui lavoro, che spesso è legato alla politica per necessità intrinseche, non potrà mai trovare spazio nella loro nazione, mentre qui hanno la possibilità di mostrarlo e di raccontarlo. Così il festival diventa un luogo di incontro e scambio per tutti, per gli artisti in scena, per i professionisti del settore e per il pubblico.

Santarcangelo festival

‘Clap & Slap’. Foto: Pietro Bertora

Come vi ponete di fronte alla questione del privilegio nel mondo delle arti sceniche in Italia?
LDA: Io penso che l’Italia sia messa molto peggio di altri Stati europei a livello di diritti dei lavoratori dello spettacolo: se in Belgio il sistema teatrale ti permette di calmierare i periodi di disoccupazione attraverso l’intermittenza, qui non c’è modo di sopravvivere se sei un artista indipendente, cioè non legato a teatri stabili, tant’è che vedo tantissimi artisti e artiste che stanno decidendo di smettere o di integrare con altri lavori perché non possono fare altrimenti, a meno che non ci sia una famiglia alle spalle che possa aiutare in maniera massiccia. Penso che sia necessario rivoluzionare il sistema italiano, gli artisti dovrebbero unirsi e fare una battaglia per ottenere dei diritti basilari, com’è successo per esempio in Francia tempo fa, quando i lavoratori dello spettacolo non si sono presentati per quasi un anno facendo saltare completamente un’edizione del Festival d’Avignone. Questo ha però portato a un grosso cambiamento che dovrebbe avvenire anche qui: in Italia in questo momento ci sono dei tentativi di lotta, ma a mio avviso non sono ancora sufficienti perché non siamo riusciti ancora a creare una coesione ampia, larga, che possa esprimere un movimento davvero dirompente perché possa davvero essere ascoltato sul piano politico e generare risultati tangibili nel tempo. Personalmente ho scelto di non programmare a Santarcangelo i miei spettacoli, per uscire dalla postura tipicamente italiana in cui si utilizza la propria posizione curatoriale per promuovere sé stessi, generando una logica degli scambi che finisce per uccidere gli artisti e le compagnie indipendenti, lasciandoli al margine del sistema e, di fatto, affamandoli. Si generano costantemente dei circoli di potere, dei sistemi feudatari, delle corti e sudditanze, perché il sistema, le leggi non proteggono l’indipendenza e l’autonomia dei singoli lavoratori dello spettacolo. Purtroppo in Italia un lavoratore dello spettacolo viene visto come uno che si approfitta dei fondi dello Stato, non come un valore aggiunto della società. E finché il pensiero comune sarà questo il sistema continuerà a schiacciare ogni forma di arte indipendente.

Santarcangelo festival

Baginski Chrul. Foto: Pietro Bertora

TK: Bisogna partire da una questione di base, cioè che il lavoro artistico è un lavoro e va riconosciuto come tale, deve essere pagato, non può accadere che un artista emergente non venga pagato a fronte della promessa di dare possibilità di crescita e visibilità di cui ovviamente necessita, ma che è un’altra cosa. Io sono molto impressionato dal Movimento dei Lavorator* dello Spettacolo in Italia, penso che sia un sistema forte e capace di organizzarsi bene, magari non è ancora arrivato a ottenere cambiamenti radicali, ma di certo in questi cinque anni ha svoltato certi modi di pensare, tipo che il lavoro possa non essere retribuito, per cui di conseguenza sono cambiate le condizioni che un artista accetta o meno, in più mi sembra che si stia viaggiando verso una maggiore parità di genere. La terza cosa che penso riguarda la responsabilità delle istituzioni: come può esistere un teatro stabile che è sempre chiuso tranne qualche sera in cui c’è spettacolo? Perché non c’è un audience programme? Perché non è un luogo di cultura sempre attivo, una macchina in grado di generare lavoro anche per gli artisti di cui parlava prima Luigi, che magari possono sostenersi nei periodi in cui non hanno progetti senza dover fare altri lavori di fortuna, ma rimanendo all’interno del loro campo professionale? Bisogna chiedersi che tipo di istituzioni vogliamo ed esigere, da cittadini e da pubblico, che queste siano attive davvero, che facciano il lavoro che dovrebbero e che riescano a muovere le cose, altrimenti è naturale che sorga la domanda: “Ma a che servono questi luoghi?”. Me la farei anche io.