I 15 migliori album italiani della prima metà del 2026 | Rolling Stone Italia
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I 15 migliori album italiani della prima metà del 2026

Il meglio dei primi sei mesi dall’anno a casa nostra: le masse sonore degli Zu, le canzoni disincantate di Madame, il disco folk senza hit di Dimartino, l’avant-rap di 18K, la voglia di spaccare tutto dei Tamango e molto altro

I 15 migliori album italiani della prima metà del 2026

Madame, Zu, Dimartino, Marta Del Grandi

Foto: Claudia Cosi (1), Marco Franzoni (2), Giuseppe Lanno (3), Claudia Ferri/Goodfellas (4)

  • Ferrum Sidereum

    Zu 9 gennaio

    Basso distorto, sax e batteria sono gli strumenti base di un disco monumentale e implacabile, 80 minuti di musica carica, viscerale, violenta che «parte dal centro della Terra e guarda in direzione del cielo». Per realizzarlo i tre Zu hanno registrato jam session che duravano anche un’ora ciascuna per poi comprimerle fino a ottenere masse strumentali di sette, otto, nove minuti di durata. È furore zen che ti travolge, è un disco politico senza che vi sia una sola parola cantata. Leggete qui.

  • Si! Boom! Voilà!

    Si! Boom! Voilà! 16 gennaio

    Un supergruppo che però non si definisce tale, ma anzi vuole sdrammatizzare i riti e la retorica tipici del rock. Sono un mix di noise e pop, incazzatura e ironia: un cantante che dice cose serissime sorridendo, un chitarrista orgogliosamente sfasciaorecchie, un altro chitarrista che vive in uno studio di registrazione, una bassista col demonio dentro, una batterista che suona di tutto in modo fighissimo. La loro prima intervista l’hanno concessa a Rolling: eccola qua.

  • Dream Life

    Marta Del Grandi 30 gennaio

    Con Dream Life, Marta Del Grandi mette ordine nel caos senza semplificarlo. Il suo terzo disco attraversa sogni, paure e incertezze trasformandoli in canzoni che restano leggere anche quando raccontano qualcosa di inquieto. È un album che non ha bisogno di effetti speciali. L’esempio che scrittura, cura degli arrangiamenti e un’atmosfera quasi fiabesca possono avere una forza incredibile.

  • Anche gli eroi muoiono

    Kid Yugi 30 gennaio

    Con Anche gli eroi muoiono, Kid Yugi conferma di essere una delle penne più originali del rap italiano. Tra riferimenti letterari, immagini cinematografiche e produzioni potenti, costruisce un disco che riflette sulla violenza e sulla fragilità. Ma soprattutto riesce a rappresentare sia lo spauracchio – per il linguaggio a volte violento – che la speranza – per il bagaglio culturale messo in rima – di tanti genitori che “benspensano” rispetto ai loro figli che in cuffia sentono solo rap. Perché non siamo mai una cosa sola.

  • Agonia

    Chiello 20 marzo

    Con Agonia Chiello firma il suo lavoro più consapevole, scegliendo di approfondire il proprio universo invece di inseguire la strada più facile del pop che si sente in radio. Tra chitarre che guardano alla new wave e al rock degli anni ’90, confessioni intime e un’estetica cupa, quello che ne viene fuori è un disco coerente e sorprendentemente maturo. È il progetto che definisce con maggiore precisione la sua identità e che lo conferma come una delle voci e delle penne più riconoscibili del nuovo panorama.

  • Lero Lero

    Lero Lero 3 aprile

    I Lero Lero – il cantautore Alessio Bondì, il tastierista Donato Di Trapani, il produttore Fabio Rizzo – pescano nell’archivio sonoro siciliano del Novecento (voci di contadini, lavandaie, carrettieri) trascinandone il suono nel presente tra elettronica mediterranea, corde microtonali, tamburi a cornice, marranzani. Nella terra di Battiato, Rosa Balistreri e Alfio Antico, la tradizione smette di essere cartolina, seguendo una tendenza sempre più presente nel Mediterraneo di relazionarsi con la propria storia. Nessuna nostalgia, ma un presente che attraverso il passato vuole raccontare un futuro. «Non ci siamo agganciati a questa materia ardente per fascinazione estetica», spiega la band, «ma per una domanda che ci ronzava in testa da qualche anno: ma noi chi minchia siamo?». Un album che è il rumore delle radici sicule che si muovono sotto l’asfalto: sepolte, e proprio per questo vive.

  • Madre lingua

    Zara Colombo 3 aprile

    Il progetto italiano più cool della prima metà dell’anno. Sono una coppia. Lei è una modella che viene dalla Patagonia e canta in un italiano “cubista”, nel senso che si sente che ha un accentro strano. Lui è artista e fotografo, scrive canzoni leggere e lievemente nostalgiche. Sono un po’ Birkin e Gainsbourg, un po’ Factory e un po’ vecchio Piper. Deliziosamente semplici e rétro. Dolce vita per tempi amari.

  • Vangelo

    Shiva 10 aprile

    Vangelo, che inizialmente doveva intitolarsi Dal Vangelo secondo Shiva, poi accorciato per non sfidare troppo l’immaginario sacro cattolico del nostro Paese, è il resoconto di un paio anni che avrebbero piegato chiunque: il carcere, i domiciliari, la nascita di tre figli. Shiva, invece, ne è uscito con l’ambizione di colpire con un linguaggio più maturo e con una trasparenza totale di pensieri, paure e intenti. Affidandosi a un suono molto anni 2000 (di scuola Timbaland), e con una pletora di ospiti di rilievo (Anna, Geolier, Kid Yugi, Tiziano Ferro, Lazza, Sfera Ebbasta), Vangelo è la redenzione – personale, artistica – di Andrea Arrigoni. Nonché un buonissimo album di rap italiano.

  • Disincanto

    Madame 17 aprile

    Il disco migliore di Madame per le cose che dice e per come le dice. Il racconto di un percorso di consapevolezza fatto con la spudoratezza che distingue questa cantante (o disincantante) che sfida il senso del pudore, il decoro, gli algoritmi, l’idea della canzone pop come formula auto-assolutoria. Canta i suoi limiti e le sue miserie, che poi sono anche le nostre, mette nelle canzoni l’ipersessualità che la porta ad abusare delle persone che la eccitano, gli psicofarmaci senza i quali per un certo periodo non si alzava dal letto, la crisi che l’ha portata al ricovero. Protagonista, in versione cinquenne, di una nostra digital cover.

  • Non dico addio

    Lamante 7 maggio

    La musica italiana ha bisogno di traiettorie singolari come quella di Lamante. Non dico addio è il secondo album di Giorgia Pietribiasi, che lo ha registrato in chiesa del 1400 (un’idea di Taketo Gohara). È pieno di canzoni misteriose che parlano di un lutto e che sembrano sogni da interpretare. Il titolo richiama Non dire addio della scrittrice e premio Nobel. «Durante la cerimonia ha chiesto: possono i morti salvare i vivi? Ho provato a rispondere».

  • L’improbabile piena dell’Oreto

    Dimartino 8 maggio

    Il primo della coppia Colapesce Dimartino a pubblicare un album di canzoni. Lui dice che «questo è un disco folk senza hit» fuori da ogni regola del pop contemporaneo, è musica morbidissima ma non leggerissima che scorre come il fiume del titolo. «La coda del primo brano porta a quello seguente, è un flusso che non si interrompe mai». Uno di quei dischi-mondo in cui devi entrare per uscirne dopo 35 minuti.

  • Paolo Santo Superstar

    Paolo Santo 22 maggio

    Con Paolo Santo Superstar, Paolo Antonacci dimostra di essere molto più di un autore di hit radiofoniche o il classico figlio di con velleità. Il suo è un esordio decisamente personale che unisce gusto melodico, immaginario simbolico e una scrittura che scava nella nostalgia, nello smarrimento, nei sentimenti. Tra atmosfere sospese e richiami al miglior cantautorato italiano, Paolo Santo costruisce un mondo riconoscibile, a tratti magico, in cui è bello perdersi.

  • Io

    18K 29 maggio

    Trovare oggi un buon rapper giovane in Italia è un’impresa. Eppure ogni tanto, uno diverso dagli altri spunta fuori, magari dalla più improbabile possibile provincia (leggi Brisighella, 7000 abitanti nel ravennate) per questo genere d’origine americana. Filippo Casadio, in arte 18K, ha quattro dischi alle spalle e un’idea di suono che qui non ha quasi nessuno: non guarda a Shiva o ai colleghi di casa, ma a Yung Lean, Bladee, ai Crystal Castles. Avant-rap che flirta con l’avant-pop, più vicino al C2C che alla beat da maranza in discoteca. È trap con rivincita di classe e la tentazione di fare qualcosa di nuovo. C’è speranza nella scena? Forse sì.

  • People Pleaser

    Damian Dalla Torre 12 giugno

    Dopo che il precedente I Can Feel My Dreams lo aveva messo sulla mappa dei nuovi talenti europei (con il Guardian che lo aveva addirittura eletto miglior contemporary album del 2024), il sassofonista e multistrumentista del Südtirol è tornato con un nuovo intrigante lavoro che allarga la sua già piuttosto ampia palette sonora. Un album ancora più internazionale del precedente, che si muove tra Lipsia, la città dove Damian vive, e il Giappone (Tenki Ame con Manami Kakudo), e dove gli strumenti a fiato dell’artista si relazionano armonicamente con field recording e synth. Sospeso tra anologico e digitale, tra sogno e realtà, è un altro tassello da aggiungere alla storia degli ottimi artisti italiani più compresi, conosciuti, apprezzati all’estero che da noi. Da scoprire.

  • T’amango

    Tamango 12 giugno

    T’amango come un augurio, T’amango come Tamango, il nome di questo collettivo (anche se a loro la parola non piace, troppo svalutata) che viene da Torino e produce in pressoché totale autarchia tutto quanto, la musica, il merch, il palco. L’album contiene anche le canzoni della Rampallonata dell’anno scorso, in un mix di varietà stilistica e teatro, senso dell’umorismo, provocazioni, poesia, voglia di ribaltare il mondo. Per raccontare questa bella anomalia della musica italiana abbiamo mandato Enrico Gabrielli a Torino.