
The Demise of Planet X
Sleaford Mods 16 gennaioMarci, sporchi e per niente imbecilli, in The Demise of Planet X gli Sleaford Mods descrivono i nostri cervelli spappolati a forza di scrollare e le nostre misere vite, là in Inghilterra ma anche qua in Italia. Ci voleva un disco così in cui si cantano la frustrazione, la rabbia, una way of life sempre più grigia, sempre più triste. Se John Lydon fosse nato negli anni ’70 e fosse cresciuto a Nottingham, forse farebbe canzoni simili a queste. Lo abbiamo recensito qui.

My Days of 58
Bill Callahan 27 febbraioL’ottavo album di Bill Callahan, e primo dal 2022, è il diario di un uomo che a 58 anni fa i conti con la paternità, la fede scoperta in età avanzata e ciò che lascerà dietro di sé. Registrato con la band di Reality (Matt Kinsey alla chitarra, Dustin Laurenzi al sax, Jim White alla batteria), in My Days of 58 ascoltiamo il Callahan più esposto di sempre, sospeso in una calma calda e malinconica, con un leggero retrogusto di sabbia che il vento alzato dal passato e che si posa sulle labbra di chi ascolta. Sono 12 grandi piccole canzoni, imprevedibili («l’improvvisazione e l’ignoto mi tengono vivo», ha dichiarato) come sempre, e per questo necessarie e ammirevoli. Qui l’intervista.

The Mountain
Gorillaz 27 febbraioI Gorillaz tornano a essere i Gorillaz. Nato tra Mumbai, Nuova Delhi, Rajasthan e Varanasi, dove Damon Albarn ha cremato il padre secondo il rito hindu, mentre Jamie Hewlett passava mesi a Jaipur al capezzale della suocera, The Mountain non evoca la morte, la invoca attraverso le voci degli amici scomparsi, Tony Allen, Mark E. Smith, Bobby Womack, Proof, Dennis Hopper. «Per parlare di morte c’era bisogno di gente morta che ne sa più di me», ha spiegato Albarn. Attorno, sitar, sarod e bansuri e una line-up di collaborazioni che va dagli Idles a Omar Souleyman, da Bizarrap a Black Thought. Non è un disco di hit, non c’è nessuna Stylo o Clint Eastwood: ma siamo di fronte al più coerente album dai tempi di Plastic Beach. Per rinascere serviva scalare una montagna.

Nothing’s About to Happen to Me
Mitski 27 febbraioMiseria e umanità, disagio e catarsi. È l’album in cui Mitski canta l’America profonda e lo fa con le sue canzoni più tradizionali, trattatelli sulla solitudine e il dolore tra le casette di una cittadina di provincia interpretate con un misto di grazia e inquietudine. La recensione.

Play Me
Kim Gordon 13 marzoA Kim Gordon la nostalgia non interessa. Potrebbe rifugirarsi nel proprio mito, eccome, e invece no: spinge sempre di più la ricerca sonora. Tra beat sghembi, elettronica e intuizioni no wave, il disco trasforma l’ansia del presente in un linguaggio musicale vitale. Ma è soprattutto un disco che suona contemporaneao senza inseguire le mode, confermando Gordon come una delle poche artiste della sua generazione ancora capaci di reinventarsi con autentica urgenza. Bravissimissima.

U
Underscores 20 marzoL’hyperpop è morto, viva l’hyperpop. Dev’essere stato questo il pensiero di April Harper Grey, l’artista che si cela dietro il progetto Underscores. La giovane artista americana ha così deciso di prendersi sulle spalle un genere che pareva essersi disperso dopo la proclamazione a fenomeno pop con Brat di Charli XCX, ripartendo dalle origini e costruendoci attorno U, un ottimo disco di ultra pop futuristico. Dentro possiamo sentire le ritmiche dei 100gecs, la delicatezza di Oklou, le melodie di gomma di Charli XCX. Grey ha definito l’album come un progetto pensato per musicare «un’architettura fluorescente e consumistica», unendo il massimalismo hyperpop a ritmi più dancy (l’ispirazione, dice, è da ritrovare in Justin Timberlake e Timbaland). In Italia il nome è ancora piuttosto sconosciuto: un ottimo modo ora per fare bella figura con gli amici più cool.

Honora
Flea 27 marzoÈ in questa lista non solo perché è il primo disco jazz (in senso lato) di Flea, ma perché riflette la sua idea della tromba come immaginazione più che tecnica. Accompagnato da grandi musicisti (lui temeva che lo considerassero «uno stronzo incapace ciarlatano e poseur»), ha fatto un disco creativamente disordinato, ma vivo, poetico e politico, freak e funk. In pratica l’autoritratto di un 63enne che cerca strade nuove per restare vivo.

Sexistential
Robyn 27 marzoOtto anni di silenzio. Questo è servito a Robyn per mettere dentro un disco pop la terapia, una storia finita, la maternità da single. Sexistential nasce da tutto questo. Il titolo diventa così la tesi del disco: sessualità ed esistenza come forza motrice. Robyn non racconta il desiderio o la maternità in senso canonico, ma le contraddizioni dell’età adulta: il corpo che cambia, la libertà che negozia con la responsabilità. Un lavoro minimale fatto di batterie asciutte, melodie essenziali, in cui lo spazio ha parlato perché «lo spazio fra i suoni è importante quanto il suono stesso». È la fecondazione assistita – grazie a cui Robyn ha avuto il suo primo figlio – che entra nel pop da club. Sexistential è la prova che il pop, quando trattato come territorio di ricerca, sa ancora dire qualcosa di vero. La madre del pop contemporanea è tornata.

Vol. II
Angine De Poitrine 3 aprileDopo il video dell’esibizione a KEXP che per alcune settimane ha trasformato il duo di cartapesta, microtoni e loop nel gruppo più chiacchierato su Internet, i canadesi Angine De Poitrine hanno pubblicato il secondo album. Non è un laboratorio, ma un parco giochi in cui trasformano il math rock in un’esperienza gioiosa, con un filo di nonsense e una sensazione di sbagliato-ma-non-fino-in-fondo dato dall’uso dei quarti di tono. Non è in questa lista per l’hype, ma perché è ben fatto e divertente. Utzp!

Fenian
Kneecap 1 maggioChe i Kneecap fossero molto più di un fenomeno definito dalle polemiche l’avevamo capito da un pezzo. Fenian alza l’asticella ulteriormente e sotto ogni aspetto. È un album ambizioso, sfaccettato, fonde hip hop, rave, punk ed elettronica senza perdere coesione. La rabbia politica convive con momenti di ironia, ma anche di vulnerabilità. La produzione di Dan Carey poi conferisce ulteriore spessore a un lavoro che già di per sé suona urgente, e soprattutto perfettamente a fuoco per questi tempi. Quindi sì, i Kneecap sono una grande band. A questo link l’intervista.

The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy
The Lennon Claypool Delirium 1 maggioPoteva essere normale un disco fatto da Sean Lennon e Les Claypool? Ovviamente no. Ci piace tantissimo questo concept matto e strampalato, pop e psichedelico, su una società messa in pericolo da un’intelligenza artificiale che produce graffette e un eroe che deve salvare il mondo. Se vi sembra un fumetto, lo è e lo trovate dentro al disco. Viva i freak.

The Afterparty
Lykke Li 8 maggioIl momento del day after diventa una riflessione esistenziale sulla fine delle illusioni. Il tutto senza rinunciare al grande gusto melodico che l’ha sempre contraddistinta. Così con The Afterparty Lykke Li riesce a costruire un disco breve (circa 25 minuti) ma comunque emotivamente densissimo, tra disincanto e malinconia. È il lavoro di un’artista che continua a evolvere trovando un equilibrio raro tra vulnerabilità e ambizione. Non poteva mancare in questa lista.

Look for Your Mind!
The Lemon Twigs 8 maggioGenietti melodici, falsari rock, cultori della musica anni ’60 e ’70, speleologi del passato musicale, retromaniaci. Comunque li vogliate definite, i fratelli D’Addario fanno dischi decisamente rétro e sempre azzeccati, pigiando in particolare in Look for Your Mind! sul pedale dell’immediatezza. Abbiamo intervistato Brian.

Train on the Island
Aldous Harding 8 maggioUno di quei dischi per pochi ma buoni, che meritano però di stare in questa lista. Artista unica, enigmatica, affascinante, Aldous Harding usa un’estetica folk (in senso lato) fuori dagli schemi trasformando le sue peculiarità in una sottile arma di seduzione. Il produttore è l’amico John Parish, gli arrangiamenti sono essenziali, le immagini misteriose, i testi aperti a varie interpretazioni, lo stile vocale splendidamente eccentrico. Non sai dire di cosa parlano certe canzoni, eppure ti piacciono e ti vien voglia di riascoltarle.

American Stories
Rostam 15 maggioLui è l’ex produttore ed ex membro dei Vampire Weekend, American Stories è il disco in cui mescola radici americane e iraniane, folk-rock e i tanti riferimenti di un musicista che ha lavorato sia con le Haim che con Frank Ocean. Canzone d’autore con un sottotesto politico perfetto per quest’epoca in cui i confini fra i generi si sono dissolti. Qui la recensione.

Everyone for Ten Minutes
Bleachers 22 maggioUno dei dischi migliori del gruppo del New Jersey, il racconto diviso in tre parti e singolare, poiché radicato nell’esperienza di Jack Antonoff, del tentativo di mettere in piedi una piccola collettività off line in un tempo di disgregazione e dopo il fallimento spettacolare di Internet come luogo dove costruire legami solidi e conversazioni autentiche. Nella prima parte il racconto di quando Antonoff suonava in un piccolo gruppo hardcore, nella seconda la storia con Margaret Qualley, nella terza storie di perdita e morte. A questo link Antonoff racconta tutto.

Inferno
Boards of Canada 29 maggioTredici anni di silenzio. Eppure il ritorno dei Boards of Canada non ha nulla di nostalgico al suo interno. Inferno prende il linguaggio del duo – foschia analogica, sample consumati, malinconia per cose mai accadute (l’hauntology, come scriveva Fisher) – e lo immerge nell’apocalisse contemporanea: voci dall’aldilà, bassi angoscianti, preghiere in lingue arcane. Di tutta la discografia del progetto, Inferno è sicuramente il lavoro meno accogliente. È rigido, disturbante. Ma è proprio questa irregolarità ad impedirgli di essere un puro esercizio di stile. Il passato sbiadisce, il segnale resta. Stavolta arriva dal reale. Volete sapere cosa c’è dopo la fine?

The Boys of Dungeon Lane
Paul McCartney 29 maggioUn disco di ricordi, ma non per questo nostalgico. Certo, nelle canzoni di The Boys of Dungeon Lane c’è il filo di malinconia che ci si aspetta da un uomo di 83 anni (nel frattempo ne ha compiuti 84) e uno stile più che consolidato, ma Paul McCartney non canta il passato per rimpiangerlo. Le storie che racconta sono figlie della sua tipica allegria del vivere. Bene ha fatto Andrew Watt a distillare il tipico sound di Macca facendo sì che suoni bene nell’era dello streaming e restituendogli la sua classicità. La nostra recensione.

I Built You a Tower
Death Cab for Cutie 5 giugnoÈ vero; spesso, molto spesso, gli uomini non sanno parlare di sentimenti. Ma questo non accade con Ben Gibbard, da quasi trent’anni voce dei Death Cab for Cutie. Il nuovo album della band, I Built You a Tower, nasce nel mezzo del suo divorzio e dei tour celebrativi di Transatlanticism e Give Up (il piccolo capolavoro del side project di Gibbard, i Postal Service). Dentro al disco, la cui torre del titolo è una sorte di monumento al dolore, c’è tutto quello che abbiamo sempre amato nella band: canzoni ben scritte, passaggi emotivi, testi strappacuore. Se l’indie non muore mai, questi non più giovani ragazzi sono una delle ragioni della sua sopravvivenza.

You Seem Pretty Sad for a Girl So in Love
Olivia Rodrigo 12 giugnoUno dei dischi pop dell’anno. Messa alle spalle la fase post adolescenziale pop-punk (più Avril Lavigne che Green Day, per intenderci), Olivia Rodrigo e il suo produttore e co-autore Dan Nigro centrano un pezzo agrodolce dietro l’altro in cui canta d’amore con ironia, ritmo, talento a partire dalla filastrocca di Drop Dead e transitando dal duetto con Robert Smith dei Cure What’s Wrong with Me. Sotto il baby-doll che tante polemiche ha sollevato, un’autrice.















