Anna è tornata, dopo due anni dal successo di Vera Baddie, con una valigia piena di numeri incredibili (di streaming, biglietti, classifiche) puntualmente riportati dal comunicato stampa, ma che di lei ci dicono poco. Bisogna andare ai suoi concerti, osservare il pubblico – in gran parte minorenne – adorante per farsi un’idea del fenomeno. Ma non basta, c’è un elemento magico, tipo formula della Coca-Cola, che tiene segreto.
Abbiamo provato, nonostante il gap generazionale (intervistata 23, intervistatore 50 anni), a trafugare la ricetta i cui ingredienti ben miscelati fanno parte del nuovo album Million Dollar Babe che esce venerdì, e di un tour che da fine novembre la porterà a riempire i palazzetti di tutta Italia (più un assaggio nel Summer Tour che partirà il 7 agosto da Palermo). Non siamo certi di averla trovata (la ricetta magica), ma la bibita musicale offerta da Anna è energetica, positiva e rinfrescante, che con questa caldazza non è poco.
Con questo disco mi sembra che ti sia divertita a esplorare territori musicalmente nuovi senza abbandonare quello che già conoscevamo di te, tipo il banger trap Sono io il pass, quasi fosse un’evoluzione naturale. C’entra il fatto che negli ultimi due anni hai passato molto tempo negli Stati Uniti?
Alla base c’è soprattutto la voglia di far evolvere il suono, di sperimentare cose nuove che magari ho sempre ascoltato ma che non avevo mai avuto il coraggio di affrontare, come tutto il lato EDM che ho tirato fuori in White Girl Wasted. Ho cercato di unire quanti più stili possibile grazie al tempo passato in America e all’affiatamento con Miles (il produttore del disco, nda).
Che vita fai quando sei negli States?
Quando vado all’estero lo faccio soprattutto per vivere una vita più normale possibile, perché qui magari esco di casa e ogni tre secondi mi devo fermare per una foto. Là vado per rilassarmi e dare più spazio possibile alla mia creatività, senza farmi distrarre da fattori esterni. Sono cresciuta prendendo come riferimento l’America, quindi adesso quando ci vado mi sento un po’ come se fossi finalmente tornata a casa: la casa che ho sempre visto online. Lì mi trovo davvero bene.
Sempre a proposito di America, in White Girl Wasted citi Miley Cyrus. È una tua reference musicale?
Certo: Miley Cyrus, ma anche Ke$ha, Katy Perry, Ariana Grande, Lady Gaga. Sono cresciuta ascoltando tutte queste pop star.
L’immaginario del videoclip è molto Y2K, un’epoca in cui tu avevi due o tre anni al massimo.
Diciamo che l’ho vissuta da neonata… Tutte le mode tendono a tornare, che sia abbigliamento, trucco o acconciature: i trend girano in cerchio. Tra dieci anni torneranno di moda le cose di adesso, capito? Comunque sto facendo ricerca e guardandomi tanti concerti di quell’epoca per prendere ispirazione. L’altro giorno mi sono rivista il concerto di Madonna del 1987 a Torino, bellissimo: «Siete caldi? Siete pronti?».

Foto: Jacob Webster (JPW) via Universal
Oltre all’evoluzione musicale c’è un’evoluzione del personaggio che presenti: prima c’era la Vera Baddie, adesso è arrivata la Million Dollar Babe. Che differenza c’è?
Million Dollar Babe è una ragazza molto più sicura di sé. Vera Baddie era un po’ più cucciola, indifesa. Adesso invece vado a petto in fuori: sono pronta, non ho paura di osare, di farmi vedere, di sperimentare suoni diversi.
Vera Baddie era una ragazzina in cui molte tue fan si potevano riconoscere. Mentre con Million Dollar Babe è più difficile identificarsi, se non hai il famoso million dollar…
È un disco molto auto-elogiativo, self empowering. Semplicemente dico quello che mi passa per la testa, quindi forse in questo disco mi vanto un po’ di più che in altri, ma lasciatemelo fare: tutto quello che ho me lo sono guadagnato, non mi è stato regalato. So che magari le ragazzine non possono rivedersi del tutto in me, ma mi piacerebbe comunque farle sognare. Voglio che sappiano che un giorno potrebbero prendersi una rivincita: Million Dollar Babe è irraggiungibile, ma fino a un certo punto.
L’Anna Baddie non c’è più?
No, la Baddie c’è sempre. Sono un po’ come una matrioska, si aggiungono solo strati. C’era la Vera Baddie, adesso c’è Million Dollar Babe, chissà cosa arriverà dopo.
Anche le Million Dollar Babe piangono: per la prima volta in questo disco parli d’amore e di sofferenza d’amore…
Sì, c’è qualche sfumatura di Baddie, ma in questo caso la chiamerei sfumatura di Babe: Million Dollar è la parte forte, ma alla fine resti sempre una Babe, tanto che non l’ho chiamata Million Dollar Woman. Million dollar, ricchezza, tutto quanto, ma restano comunque i soliti problemi che affliggono tutte le ragazze: essere una MDB non ti mette al riparo dal soffrire per amore, magari lo fai solo in un modo diverso.
Nel disco fai anche i conti con la popolarità. In Italia è raro avere una fanbase femminile così ampia per un’artista donna: storicamente le fan base di ragazze si formano intorno ai cantanti uomini…
So che tantissime ragazze mi guardano e mi prendono a esempio e vorrei che lo facessero pensando sempre che non sono un essere perfetto, che posso sbagliare, che non sono sempre sorridente, che ho le mie giornate no. Credo che il motivo per cui molte mi dicono di essere mie fan sia proprio perché dimostro che ce la si può fare. Questa è la cosa che vorrei trasparisse: non che cerchino di essere come me, ma che capiscano che possono farcela anche loro.
Chi sono i tuoi i fan?
La mia fan base è prevalentemente giovane: dalle elementari alle medie, alle superiori. A volte cercano di farmelo passare come un aspetto negativo, ma secondo me quando hai fan piccole, fresche, e i bambini in generale sono molto puri, senti dentro un’energia bellissima. Gli adulti sono meno affezionati, anche se ho comunque tante mamme fan, e credo che gli adulti veri e propri si affezionino a me attraverso gli occhi dei loro figli. Sono felicissima quando riesco a creare un punto di connessione tra le generazioni, tra giovani e meno giovani: vorrei che al mio concerto ci fosse gente di tutte le età.
Questo nuovo disco sembra sia pensato per far ballare i tuoi fan hai concerti: hai pensato al palco mentre scrivevi i pezzi?
Sì, mi immagino già tutto mentre scrivo. Pensa al palco del Forum, te lo ricordi? Volevo che si aprisse come una conchiglia, tipo un vecchio CD portatile. Quella cosa specifica non siamo riusciti a realizzarla, ma abbiamo creato comunque un grande display sul palco, ed è stata un’idea mia. Per i prossimi live voglio qualcosa di interattivo, che coinvolga di più il pubblico: più si cresce di numeri, più si rischia di perdere l’interazione con la gente, ed è una cosa che non voglio perdere. Mi piace parlare sul palco, mi piace che ci siano momenti organici, non tutti programmati.

Foto: Jacob Webster (JPW) via Universal
Tornando alla Baddie, c’è chi ha parlato del tuo come un nuovo tipo di femminismo. Ti riconosci, appunto, nel femminismo?
Mi sono sempre risparmiata dallo sbandierare il femminismo ovunque, perché secondo me va dimostrato con i fatti. Quello che ho sempre cercato di dimostrare è che riuscivo a fare hit da sola, senza featuring, a scrivere i miei testi da sola, ad avere buone idee di marketing da sola. Per me essere femminista è soprattutto dimostrarlo, più che dirlo: credo di esserlo sempre stata, anche senza pensarci troppo. C’entra anche il fatto che mia madre sia sempre stata una donna molto indipendente, si è sempre arrangiata da sola, e da lei ho preso tanta forza e voglia di non appoggiarmi a nessuno.
Oltre a essere in qualche modo femminista, in molti ti hanno chiamato in causa come voce di una generazione, la famosa Gen Z spesso descritta come ansiosa, problematica, dipendente dallo smartphone…
La gente non ha bisogno di sentir parlare dei suoi problemi: ha bisogno di staccare la testa e divertirsi, ed è questo che cerco di portare nei dischi e nei concerti. Tanti fan mi dicono che la mia musica li porta in un’altra dimensione, ed è proprio quello a cui punto. Nessuno ha voglia di sentir parlare di problemi che ha già, o di quanto la mia vita faccia schifo nonostante io sia ricca: in quel caso ti mandano semplicemente a quel paese. Cerco sempre di portare positività e belle vibrazioni nelle canzoni.
Ma tu li vedi tristi e ansiosi i fan Gen Z?
Mi sento molto responsabile, ma non devo farmi prendere troppo dall’ansia, perché quando gli artisti si fanno prendere dall’ansia il rischio è perdersi. Faccio musica allegra anche perché nella vita ho sofferto, e la musica mi ha sempre tirato su: nei momenti no c’era sempre quella canzone che mi rimetteva in piedi. Penso sia proprio di questo che la gente ha bisogno. Vedo una generazione spaventata e timida e vorrei un po’ sbloccarla: non ho questo potere sovrumano, ma posso assicurarmi che almeno quando vengono a vedermi dal vivo passino un’oretta senza pensieri, dentro questa bolla di energia positiva.

Maggio 2026, Mattarella incontra gli artisti italiani al Quirinale per i 145 anni della Siae
Non sono tante le cantanti Gen Z italiane a essere state ricevute dal Presidente Mattarella e essersi anche “sparate” un selfie insieme a lui…
È stato incredibile, ti giuro, un’esperienza folle. Per me essere chiamata lì, riconosciuta come autrice e non solo come esecutrice, è stato molto importante. Se mi avessero detto qualche anno fa che sarei andata al Quirinale, avrei risposto: what?
Anche in America hai avuto un riconoscimento molto importante…
Sì, ai Billboard Women in Music Awards sono stata premiata come donna dell’anno. C’era la madre di Beyoncé che applaudiva: è stato un flash assurdo.
Queste sono gli obiettivi che ti abbiamo visto raggiungere. Quali sono invece i tuoi obiettivi personali?
Vorrei allargare un po’ gli orizzonti, mettermi a fare anche altro: mi piacerebbe fare la presentatrice di qualcosa, quel mondo mi incuriosisce.
















