C’è poco da fare, a me prima di Sam Raimi viene in mente Giorgio Gaber quando si parla di casa. È generazionale, dicono quelli bravi. Sarà, ma quello che è stato uno dei più grandi intellettuali italiani cantava nella sua meravigliosa C’è solo la strada che
Nelle case
non c’è niente di buono
appena una porta si chiude
dietro un uomo
Succede qualcosa di strano
non c’è niente da fare
è fatale quell’uomo
incomincia a ammuffire
E a pensarci bene è il concetto stesso dell’horror immobiliare, quei film in cui la paura aleggia tra quattro mura, che sia essa demoniaca, psicologica o banalmente umana, che poi è inesorabilmente la peggiore. Il giovane Sam Raimi, quando nel 1981 girò Evil Dead, in quella casetta nel bosco voleva far convivere un po’ tutto, e lo stesso Ash, nel secondo, immortale capitolo della saga, è in effetti l’uomo che ammuffisce, perde letteralmente i pezzi. Ce ne sarebbe di che parlare, non a caso quella grande energia creativa non è andata perduta, perché si sa, l’energia si trasforma, non si disperde. Si è mutata in altro, una nuova saga, di cui Raimi è deus ex machina e padre putativo di giovani talenti dell’horror che mette alla prova su un campo terreno di gioco che conosce meglio di chiunque altro. Benissimo fece Fede Álvarez nel 2013, con quello che era un vero e proprio reboot/remake. Altrettanto bene si comportò Lee Cronin, con l’intuizione assai intrigante di trasportare l’azione in un contesto condominiale.
Adesso tocca a Sébastien Vaniček, talentuoso francese il cui primo lungometraggio, Vermin, chiuse la Settimana della Critica di Venezia 80, nel 2023. Quando Raimi lo ha chiamato, ha capito subito che l’occasione non poteva farsela scappare, soprattutto per una ragione molto precisa. «Perché il concept abbracciato da Sam per questa nuova vita della saga è proprio quello di dare a giovani registi l’opportunità di fare del male al pubblico», ci racconta Vaniček. «È uno strumento potentissimo. Quando mi è arrivata la proposta, il mio unico desiderio è stato da subito fare ciò che lui stesso fece all’epoca, e che hanno fatto anche Fede e Lee, qualcosa di fisico e viscerale».
«Fare del male al pubblico» è interessante. Ricorda quello che fece la nidiata di registi di genere francesi tra la fine del secolo scorso e i primi anni 2000. Film come Martyrs, Alta tensione e molti altri.
Sì, i French Frayeurs. Li scoprii da adolescente. Penso che possano avermi influenzato senza che me ne rendessi nemmeno conto, ma alla fine sono rappresentativi del modo in cui rappresentiamo la violenza in Francia, con una brutalità molto più efficace del gore americano contemporaneo. Quando guardo un film di James Wan, o altri film del genere, non ne sono altrettanto colpito. Con La casa volevo fare qualcosa di molto vicino ai French Frayeurs.
Come ti è arrivata questa opportunità?
Sono stato contattato dal team di Raimi, volevano sapere se fossi interessato a scrivere un mio film all’interno del loro universo. È successo subito dopo che il mio primo lungometraggio aveva ricevuto premi in alcuni festival in giro per il mondo. Mi hanno contattato e mi hanno proposto di scrivere la mia storia. La proposta mi piaceva, perché le produzioni che mi stavano già contattando mi volevano solo come regista, fornendomi copioni già chiusi. Io invece volevo scrivere una mia storia, per questo la proposta era molto interessante. Mi ci sono tuffato e ho scritto 15 pagine, le ho mandate a Sam e gli sono piaciute, e subito dopo l’ho incontrato.
Come nel film precedente, la famiglia è al centro del racconto. Nell’horror è un tema sempre più ricorrente. Perché, secondo te?
Penso sia perché è un tema profondamente universale. Quando scriviamo storie horror, vogliamo scrivere cose con cui tutti possano identificarsi, giocando soprattutto con gli affetti, perché ciò che è davvero interessante nell’horror è quando qualcosa di terribile accade a qualcuno che ami. Saresti pronto a ucciderlo, a fargli del male, a batterti con lui? Diventa una potente metafora di ciò che accade quando hai un scontro emotivo violento con qualcuno che ami. Cosa saresti disposto a fare per cambiare le cose? Per questo la famiglia è così spesso al centro dei film horror, riguarda tutto: le relazioni, l’amore…
Hai menzionato il tuo primo film, Vermin. Sembri affascinato dagli spazi claustrofobici e circoscritti. Perché?
Le mie idee ruotano attorno a qualcosa che accade in una sola notte e in un unico luogo. È una struttura secondo me molto efficace per il pubblico, per cui è più facile connettersi con i personaggi, se capiscono esattamente dove e quando si trovano. Intrappolare il pubblico in un unico luogo con una minaccia incombente è un approccio molto efficace.
In che modo il tuo Evil Dead si connette agli altri?
Ci sono molti elementi che lo collegano ai precedenti, è un’impostazione che abbiamo inserito subito in sceneggiatura per trasmettere chiaramente al pubblico che ci troviamo nello stesso universo narrativo. I riferimenti sono tanti, e sarà divertente per gli appassionati individuare anche quelli più nascosti.

‘La casa – Il rogo del male’. Foto: Sony Pictures/Eagle Pictures
Parlavi di violenza e horror. Credo che spesso sia molto più facile guardare un film che il telegiornale o leggere un giornale. Pensi che il genere funzioni ancora come forma di catarsi?
Sì, assolutamente. Penso che alle persone piaccia avere paura di cose che non esistono, c’è qualcosa di rassicurante nell’andare al cinema e essere spaventati, perché è uno spazio in cui sei in controllo, dove puoi ridere di cose spaventose. Quando scorri le notizie o sei nel mondo reale non è così, la paura è reale. Vedo i miei film come delle montagne russe. Hai paura di salirci, ma una volta che ci sei sopra puoi urlare felice, e quando è finita, quando esci dalla sala, sei contento di averlo fatto.
Hai citato l’influenza della French Wave degli anni 2000. Ci sono altri riferimenti importanti per il tuo modo di scrivere e girare l’horror?
Sono più influenzato dal non horror, con l’eccezione di Alien, che per me è uno dei migliori film horror mai realizzati, proprio per come intrappola le persone in uno spazio ristretto con un mostro. Per il resto, sono attratto dai film di tensione. Jeremy Saulnier, il regista di Green Room e Blue Ruin, è quello che mi ha influenzato di più per quanto riguarda la messa in scena e la costruzione della tensione attraverso il montaggio, la musica, il suono. Ridley Scott, ovviamente, perché, oltre Alien, è un cineasta che crea un’epica del personaggio. L’idea dei perdenti che diventano eroi la trovo profondamente affascinante. E poi amo la dimensione tecnica del lavoro di Darren Aronofsky, soprattutto in π – Il teorema del delirio e Requiem for a Dream. Assorbo moltissimo da questi autori. Quando lavoro ai miei progetti cerco di costruire un mio approccio, ma ho bisogno di capire come gli altri registi hanno ottenuto certi risultati prima di poter capire come farlo io stesso.
Mi interessa molto questo, perché ho notato una grande coerenza nella tua sensibilità visiva. Sei attratto da un’atmosfera fatta di colori lividi, specifiche sfumature di luce, toni desaturati, chiaramente molto efficace per l’horror, ma significa anche che hai scelto consapevolmente di non usare colori forti e saturi che erano invece centrali, ad esempio, nel lavoro di Dario Argento.
Per ora viene interamente da ciò di cui la storia ha bisogno. Non è una scelta estetica fine a sé stessa, segue la narrazione. In questo film parlo d’amore, di fuoco e di lutto. È per questo che il film si apre in un nightclub dove i colori sono rosso intenso, ed è anche lì che finirà. Inizia nel fuoco, finisce nel fuoco, e nel mezzo c’è l’inverno, con neve e cenere. È quello che rimane dopo il fuoco. Rimane la cenere. Ed è una metafora del lutto.










