Il Centro Diurno della sezione Giovani Adulti del Carcere di San Vittore, a Milano, è circonfuso di una distinta dimensione erotica. Non la forniscono le illustrazioni, per nulla stilizzate, di nudi femminili suadenti, e nemmeno la parola love / amore scandita sulle pareti, ennesimo ritornello di una quotidianità che, per forza di reclusione, si figura come un compasso: una gamba piantata, l’altra in uscita controllata. E inoltre in questa stanza articolata, che nei luoghi della città oltre le mura verrebbe definita polivalente, e che a prima associazione richiama una ludoteca, manca pure il fattore fondamentale dell’equazione desiderante (dunque erotica) stesa da Platone: la possibilità stessa, tangibile, di poter desiderare per forza di mancanza. Ma qui siamo in un altro spazio-tempo, un diverso ordine di grandezza. Che cosa significa tendere, desiderare, in una Casa Circondariale (o forse: da una Casa Circondariale)? Altri binari bisogna percorrere. Eros ha altro da fare, oggi.
Non è un caso, forse (ma di sicuro non lo è) che l’entrata in carcere de La Milanesiana (potete ancora partecipare agli eventi dell’edizione corrente, fino al 22 luglio) sia avvenuta proprio in occasione della sua ventisettesima edizione, tematizzata sulla dicotomia (reale o apparente) tra Legge e Desiderio. Non è la prima volta che la kermesse voluta (ideata e diretta) da Elisabetta Sgarbi si unisce a soglie “liminali” (i reparti ospedalieri dei degenti oncologici, per esempio), ma l’emozione in questo caso è grande. La lascia trapelare senza infingimenti proprio Sgarbi, mentre ricorda e ripercorre i passaggi (di desiderio grandissimo) che ci hanno portato qui. E qui è il 18 giugno 2026, l’occasione è il primo dei due incontri del piccolo ma denso ciclo Altri desideri, con cui La Milanesiana ha portato in carcere il suo centro di gravità culturale diffusa. L’evento non è aperto al pubblico anche perché un pubblico ce l’ha: questa è un’ora per i ragazzi di San Vittore, non da riempire con occhi dall’esterno.

Foto: Simona Chioggia
Entro con loro, giustificata speciale, per assistere a una lezione extra-ordinaria della Professoressa Anna Maria Lorusso, docente di Semiotica all’Università di Bologna. Il percorso che io e i Giovani Adulti ci troviamo a condividere è paradossalmente simile (o, meglio, non dissimile): questa “Casa” non è né mia, né loro. Ci sono porte che tutti dobbiamo superare, di cui non deteniamo le chiavi. Il mio viaggio è più lungo del loro; giunti al piano superiore della struttura, dove si trova il Centro Diurno, siamo finalmente uniti ai ragazzi. Pochi anni addosso ma già corpi sovrumani, di quelli che abbiamo imparato a chiamare: di vita. Tutto hanno assorbito, pare, per sentirsi più propri in terra straniera. L’erotismo di quel Centro Diurno non poteva essere prevedibile, nemmeno per un incontro sul desiderio, perché imprevedibile è la loro presenza. Affermativa, mai in minore. Sono io messa in discussione nei miei canoni; non loro.

Foto: Simona Chioggia
Ha la stregua di un pensiero magico, vedere questi giovani che Eros sono, confrontati con le riflessioni della Professoressa Lorusso. Il perno dell’incontro saranno diverse forme di espressione artistica: rap, videoclip, fumetti, graffiti. Linguaggi che si spingono al limite del consentito, spesso, o che alternativamente devono imparare ad accettare il divieto, qualunque ne sia la natura, come risorsa creativa. Ma come si porta a compimento il discrimine, mi chiedo?
La Professoressa Lorusso cerca la risposta proponendo una domanda alla “classe”: a che cosa serve l’immaginazione? Compare l’armadillo di Zerocalcare sul telo di proiezione, in cui scorrono le slide in perfetto stile didattico. Seguiranno le opere di Banksy, i volti di influencer e personaggi ben noti, “loro ce l’hanno fatta”. E com’è che ce l’hanno fatta, sembra essere il corollario della prima questione. Rispondo dentro di me: l’immaginazione è quello che uso per colmare uno iato, una sostanza viscosa. La mia vita contemplativa secerne questa seta. Dall’aula rispondono un poco timidi: a progettare e spingersi avanti. E poi: l’immaginazione serve a non sentirsi mai soli, a creare uno spazio di condivisione. Arriva un contributo che suona come una richiesta urgente di confronto: “Io, invece, sto scrivendo un libro”. È un ragazzo entrato a San Vittore dopo un percorso di migrazione dall’Africa, e vuole raccontare una storia che, in qualche modo, è anche la sua. Sembra un’àncora insomma, questa immaginazione. E osservando le pareti del Centro, tappezzate di estensioni di immaginazione (tra le quali, a onor del vero, le cartoline in onore del femminile sono poche), viene a pensare che una storia, un romanzo di qualche tipo già sia in atto; incerta, segreta e paurosa.

Foto: Simona Chioggia
C’è un cartellone con alcune bandiere del mondo, vicino a dove sono seduta. Disegni a mano libera, alcuni molto belli. Ci sono modellini che scendono dal soffitto, uno scaffale di libri all’entrata. Ci sono anche le sbarre. Molti dei ragazzi presenti ne hanno portato anche un altro, di libri: Bumerang di Daniele Sanzone (autore e rapper), membro del gruppo ‘A67 e da sempre legato al racconto, in musica ma non solo, della periferia (napoletana). L’incontro del 18 giugno è stato anche una preparazione per la seconda tappa di Altri desideri (così meravigliosamente affine a quei libertini che, ahinoi troppo tempo fa, ci hanno davvero insegna una specie del desiderio), il 29 giugno, anche all’interno di San Vittore. Protagonista è stato proprio Sanzone, ospite della Casa Circondariale per un incontro tra musica e, ancora una volta, vita.
La quale, per questo frangente, scorre con una calma intenta e mai precaria. La classe dei Giovani Adulti è attenta al pari di un’aula universitaria. Titubanti di quell’imbarazzo che sale quando si devono attuare, per giunta davanti al proprio gruppo sociale di pari, comportamenti “da adulti”, sceglieranno di non prendersi il palco, intervenendo dal posto per alzata di mano. A ogni intervento di un compagno (sì, il reparto di riferimento dell’attività è stato quello dei Giovani Adulti al maschile), il sostegno si esprime attraverso lunghi applausi e sinceri. Non appare scontato ed è forse la dimensione più inaspettata della lezione: i ragazzi ci sono, appare pure uno per l’altro. E, anche se il lavoro di significato della Professoressa Lorusso sembra, di primo acchito, slegato rispetto alla quotidianità di un carcere, invece forse proprio da questa vita contemplativa può nascere la direzione di una vita attiva condotta, alla prima opportunità, con immaginazione e creatività. Cominciando a riportare dritto un mondo capovolto.

Foto: Simona Chioggia
“Il moto della Terra affligge e impaurisce / Gli uomini lo interpretano e contano i danni”. Così scriveva il poeta inglese John Donne nella stupenda A Valediction: Forbidding Mourning – nella quale paragona, appunto, due amanti che si devono salutare per lungo tempo alle due gambe del compasso. “Ma la trepidazione delle sfere [celesti], seppur immensamente più grande, è innocente”.
L’amore puro di questa coppia non può essere toccato da nulla, da calamità alcuna. Perché uno sarà sempre il perno dell’altra. E perché il non essere a stretto contatto fisico, per loro che vivono di un amore affinato nelle alte sfere, non sarà un ostacolo. “La tua fermezza chiude il mio cerchio / e mi fa tornare dove ho cominciato”.
Pare una buona risoluzione a quell’Eros disciolto, per ordinarlo e riaccalappiarlo. Ma anche una composizione di una certa parte di quel senso, quella ricchezza che può portare una Milanesiana così, in una stanza come il Centro Diurno del carcere di San Vittore.

Foto: Simona Chioggia
Al termine della mia ora di paradossale libertà, i passi che mi riportano “fuori” hanno un peso diverso. Ed è, mi pare, la forza dinamica di una tensione lasciata inespressa. O, anzi, la versione in purezza di una necessità che abbiamo trasformato in abitudine: esaurirsi ancor prima di desiderare, consumo consumo consumo.
Ecco, uscendo da San Vittore, mi pare che gli atomi del desiderio si siano riallineati. O, almeno, che davanti a me ci sia ora una tabula rasa. Per ri-comprendere e ri-comprenderci.
Ci sarà da pensare.















