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Di Tormento ce n’è uno, brano del 1996 dei Sottotono contenuto nel secondo album del duo Sotto effetto stono, apre con una serie di commenti maligni sul gruppo. I Lyricalz, compagni di crew nell’Area Cronica chiamati a fornire il ruolo di hater, sfottono il gruppo per una certa leggerezza nei testi e per un approccio troppo West Coast alla produzione. Solo a fine invettiva, arriva l’intervento di Tormento: “E il bello è che non ho ancora iniziato”.
Sono passati 30 anni esatti dall’uscita di quella traccia, e Tormento non solo ha iniziato, ma ha vissuto tutte le vite possibili che un gatto del rap possa sostenere in una carriera. È stato prima di tutto il fratello di Esa, uno dei rapper più forti del principio della scena, già sotto contratto con Century Vox nel 1994 (etichetta amata e che mai lo pubblicherà). Poi il pischello che coi Sottotono aveva portato le tematiche amorose e leggere nel rap italiano, ricevendo così il benservito da uno dei suoi miti, Neffa, e dalla scena politicizzata dei primi ’90. Uno dei più dissati (vedi il celebre beef con Fabri Fibra), ma anche l’uomo da classifica, visto brani come Amor de mi vida, Solo lei ha quel che voglio, La mia coccinella, nonché il capitano dell’Area Cronica, crew ed etichetta novarese tra le poche a dare peso tanto all’hip hop quanto all’R&B, fallita sotto le ambizioni e l’inesperienza dei tempi. Il primo vero rapper a Sanremo, dove una celebre lite televisiva distruggerà i suoi sogni (e i Sottotono), e un samurai dell’underground a nome Yoshi Torenaga quando tutti – e diciamo tutti – si erano dimenticati del rap italiano.
Tormento, per sopravvivere, ha mangiato riso bianco e pasta col tonno, dormito sui divani, fatto le notti in bianco. Come un maestro shaolin ha imparato a essere zen, facendosi trasportare dalle vibrazioni del suo più grande amore: la musica. E, dopo 30 anni, in un mondo di nevrosi, è diventato il rapper più preso bene di sempre.
La sofferenza è rimasta alle spalle, oggi Tormento è un uomo di 50 anni felice e orgoglioso, che guarda con entusiasmo ai giovani più che con nostalgia al suo passato. L’importante, dice, è stare nel presente. E nel presente recente avviene quest’intervista, per l’uscita del suo nuovo album Antidoto che, ufficialmente, arriva a 11 anni dalla precedente uscita Dentro e fuori. In mezzo sono tornati i Sottotono, ha fatto pace con Sanremo, e Neffa, e trovato la calma nella cura dei bonsai, le uniche piante della sua vita ora che ha anche smesso di fumare.
Era da un po’, un bel po’ direi, che non arrivava un album di Tormento. Cosa ti ha spinto a farlo, ad uscire proprio ora?
Sono sempre in super produzione, per me far musica è prima di tutto uno sfogo personale. Quando Shablo mi ha chiesto se avessi un album pronto gli ho risposto che ne avevo una decina! Tanti di questi brani erano pensati per altri artisti, ma in molti mi dicevano: «Madonna, questa è roba tua al 100%». Cercare di fare l’autore per altri mi ha spinto anche su altri orizzonti.
Antidoto è un disco molto plurale, quasi tutti i brani hanno featuring, e tu a volte fai la strofa, a volte fai il ritornello. In questo disco c’è tanto Tormento, certo, ma in molti pezzi lasci enorme spazio ai tuoi ospiti. Come gestisci la tua presenza?
È una questione di ego che va messo da parte.
Però il rap si fonda sull’egotrip, no?
Sì, è verissimo. Ma io sono sempre stato un rapper d’amore: ho sempre raccontato i rapporti con gli altri, e anche in questo album ci sono tante piccole chicche su come affrontare le problematiche della vita quotidiana e delle relazioni. Penso sia quello il compito dell’artista: scavare nei momenti che vive, quelli che magari uno si mette da parte ma che poi ritornano. Il punto è trasformare un ego che vuole farsi notare in modo esagerato in un ego più equilibrato, che diventa una forza invece che un limite: capire quando qualcun altro si sta esprimendo, e dargli spazio. L’Italia questo spazio dovrebbe darlo ai giovanissimi. Questo Paese ha bisogno di una piccola rivoluzione dagli anni ’90: sono passati trent’anni e siamo ancora qui a dirlo.
Ora però, rispetto ai ’90, il rap è diventato un linguaggio comune.
Esatto. Quel modo di parlare, di esprimersi, a un certo punto ha bucato. Lo dico spesso: il vero successo del rap è nel sociale. Penso ai laboratori che ho fatto nei quartieri più difficili, dove spingi i ragazzi a fare freestyle, a scrivere, a cantare davanti ai loro amici: è ancora più difficile che stare su un palco. È quella la vera forza del rap: esprimerti in maniera cruda, semplice e immediata. Noi che non avevamo studiato musica, prendevamo un sample e avevamo già la base: bastava metterci un beat e scrivere, senza regole. È una cosa che qualsiasi ragazzo può fare in qualsiasi momento. E l’hip hop lo faceva attraverso il ballo, il disegno, la musica: era ed è ancora un’arte a 360 gradi.
Anche se alcune di quelle discipline si sono poi allontanate dall’hip hop in senso stretto.
Sì, è vero. Ma quando vai agli eventi di danza hip hop oggi ci sono 2000 ragazzi e il dj magari mette i Das EFX, gli Slum Village, roba super hip hop, e questi ragazzini di 12 anni se la ascoltano. Non la conoscevano magari quando hanno iniziato, ma poi la imparano.
Prima parlavi di sample e di beat. Questo disco però ha un feeling molto suonato.
Sì, è qualcosa che ho sempre fatto nei miei album solisti. Ma se ci penso anche con Fish nei Sottotono: siamo stati tra i primi a passare dai sample ai synth suonati, perché eravamo amanti di Dr. Dre e ci piaceva risuonare il sample per dargli un nostro tocco.
Ci sento dentro tante cose, dai N.E.R.D. a Bruno Mars.
Bravissimo, li hai beccati, sono proprio quelli! C’è quel funk di Bruno Mars in cui però io rivedo Prince. In Veleno ci sono i N.E.R.D., ma quella roba in realtà sono i Parliament, i Funkadelic. È bello vedere come chi li ha tradotti nel tempo abbia sempre pescato da lì, ed è quello che abbiamo fatto anche noi dell’hip hop fin dall’inizio: attraverso quello che scoprivi del passato si aprivano delle porte per reinterpretarlo.
Proprio per i riferimenti che mi confermi, questo è un disco molto preso bene, molto Tormento da questo punto di vista, anche nei momenti più pesanti.
Ci sono un paio di brani su relazioni finite, ma anche nei momenti più tragici cerco sempre di andare verso qualcosa di leggero, di raccontare la disgrazia in maniera scanzonata. Poi c’è la voglia di alleggerire questa società in cui le relazioni sembrano più leggere – ci si lascia e ci si prende – ma nascondono un sacco di emozioni da gestire. Quando ero piccolo io i genitori stavano insieme anche se si odiavano; oggi ci sono le famiglie allargate, situazioni nuove. Sono tempi da vivere con leggerezza perché stiamo affrontando un nuovo modo di stare nella società: tanti tabù e obblighi che ci davano la religione o la società per fortuna oggi vengono messi in discussione. Sono bellissimi tempi, e mi spiace che la gente li viva con ansia, depressione, chiusura. Io ho imparato un sacco di trucchi, anche da gente come Kobe Bryant, LeBron James, Michael Jackson: quanta dedizione ci vuole per affrontare ed esprimere le proprie emozioni.
Tu sei stato anche uno dei primi a mettere in gioco l’R&B in Italia. Che poi, alla fine, in Italia non attecchisce. Io penso sia per una questione di lingua: è molto difficile scrivere in italiano sull’R&B, l’italiano fa fatica ad avere quelle nuance più sexy del genere. Tu che motivazioni ti sei dato?
Mi viene in mente Al Castellana. Quando cantava lui dicevano che faceva troppe svisate, invece il genere è proprio quella roba lì: finché a farle è un neomelodico napoletano le riconosciamo, quando è un cantante R&B si dice «ma questo ha il mal di pancia». All’ascoltatore italiano manca la chiave per capire cosa sta facendo. Le melodie dell’R&B sono dilatate, mentre la musica italiana è fatta di salti d’ottava e note lunghe tenute dritte, che nell’R&B non esistono: lì sono tutti vibrati e scale pazzesche. In Francia e in Inghilterra funziona perché ci sono ormai sei-sette generazioni di altre culture integrate, cresciute in casa con quegli ascolti e che sanno chi è Marvin Gaye o Curtis Mayfield. In più l’R&B, anche nei pezzi d’amore, ha un linguaggio rap; da noi invece, appena in un pezzo d’amore c’è qualcosa di troppo sessualmente esplicito ci sembra eccessivo, perché abbiamo questo perbenismo di fondo…
Da paese cattolico.
Esatto; in segreto ti puoi esprimere, pubblicamente mai. E anche a livello mondiale, io che amo il genere vedo che si ricalcano un po’ troppo i ’90 – anche se sono contento che i giovani lo scoprano. Quando usciva un D’Angelo, noi ci mettevamo sei mesi a capire cosa avesse fatto, come mescolava Prince, Funkadelic e tutto il resto. Mancano quegli artisti che spingono il genere più in là. È anche il problema dei cantanti italiani di R&B: quello che voglio io non è un pezzo R&B puro, è un mix di R&B e rap. Ho preso il genere e l’ho portato da un’altra parte, come hanno sempre fatto i grandi: creano un brano con quello sprint in più. Finché resta chiuso in un genere è un bel brano, ma non fa la differenza.
Tu sei nostalgico degli anni ’90, di quel periodo primordiale per l’hip hop italiano? Perché molti dei tuoi colleghi ne hanno parlato come se fosse un periodo da dimenticare. Mi viene in mente Neffa, che solo ultimamente ci sta tornando a far pace. O Fibra, che dopo vent’anni ha ripubblicato Verso altri lidi degli Uomini di mare. Sembra che solo ora alcuni stiano facendo pace con quel periodo.
Noi ce lo siamo vissuto in maniera fantastica. Però quando mi chiedono di raccontare un momento particolare faccio fatica: vivo nel presente. Sono stati anni bellissimi di formazione, con tutti i problemi del caso, perché il rap in Italia ha sempre avuto tutti contro: una missione un po’ folle, come per chi l’ha portata avanti tipo Ensi o Noyz Narcos nei primi 2000, quando in Italia non esisteva quasi più. Non lo voglio mettere da parte, ma neanche divinizzare, proprio perché mi piace vivere nel presente: è tutto pieno di input fantastici, cose che riprendono il passato e visioni folli del futuro.
Ci pensavo l’altro giorno: ai tempi bisognava andare col lumino a cercare qualcuno che ascoltava rap. Io arrivo dalla provincia di Torino, da Ivrea: eravamo in cinque ad ascoltare rap, ma per davvero, e ti ci riconoscevi per i vestiti larghi, i cappellini, un certo modello di scarpe. Adesso invece non è più una controcultura, è cultura mainstream. E, aggiungo, ora i ragazzi sanno che questa è una via per farcela. Cosa che voi non avete proprio in mente.
È un peccato che molti abbiano quel goal in testa invece della voglia di esprimersi. Per noi era proprio una voglia: sentirti in un altro modo, trovare la forza di uscire e dire chi eri in una società che era il contrario. Era una scelta bella tosta. Oggi che tutti ci provano esce anche tanta musica acerba. Almeno ai tempi, prima di uscire davvero dovevi fare le demo, capire come andare in studio. C’erano dei tempi lunghi e la musica che usciva era sofferta ma super studiata. Oggi fai un pezzo col computer e lo pubblichi due ore dopo. Certo, ci sono i lati positivi, e non: alcuni sono così scarsi che diventano un meme e diventano più famosi di rapper bravissimi che restano nell’ombra. Ma fa parte del gioco. Anche noi, quando siamo usciti come Sottotono, rispetto a quelli con cui ero cresciuto – tipo i Sangue Misto – eravamo super acerbi. E quelli ci hanno odiato dal primo momento, nonostante fossero i miei miti assoluti. Un po’ per quello non riesco a demonizzare quelli di oggi che escono e hanno successo. Il pubblico è poco preparato musicalmente, quindi per assurdo arriva di più chi si esprime in maniera semplice rispetto a chi è più ricercato e profondo, che per capirlo devi già conoscere certi linguaggi.
Tu le hai vissute tutte: sei stato uno dei primi ad avere il grosso successo con il rap, poi c’è stato il periodo in cui è crollato tutto, la sopravvivenza nell’underground, e poi di nuovo Sanremo, i Sottotono. Hai attraversato il confine tra mainstream e underground un sacco di volte, surfando su questa linea. Nella geografia della musica, dove ti trovi meglio?
Sui palchi piccoli, quelli in cui vedi la faccia e le espressioni della gente durante il live. Lì il live diventa quello che è un po’ l’idea dell’hip hop: uno scambio fra il pubblico e chi è sul palco. L’MC diventa un’arte nel momento in cui capisci la gente che hai davanti e la porti dove vuoi tu. Sui palchi grossi avviene un distacco. È anche positivo, perché ti dà l’opportunità di portare scenografie, musicisti, ballerini. Però io già quando ho gli in-ear, perché il palco è troppo grande, vado in botta: mi sembra di essere da solo a cantare. Dopo i Sottotono mi sono proprio rituffato nel luogo da cui venivo: back to the beat, le gare di freestyle, i progetti come Yoshi, perché quello è il punto di partenza. Quando ci hanno tolto il gioco, da un giorno all’altro, in tanti hanno mollato; io invece ho apprezzato ripartire da lì.
La prima volta che ci siamo incontrati eravamo da Atipici a Torino, in Via Nizza, l’unico luogo dove potevi beccare i dischi e gli artisti rap nel 2004. Avevo 16 anni e avevo fatto sega da scuola per venire alla release de Il mondo dell’illusione, il disco firmato Yoshi. Poi ti ho visto l’anno dopo, con i Cor Veleno, in un localaccio mezzo vuoto di provincia. Capisco cosa intendi quando parli di contatto diretto.
Madonna che ricordi quei tempi, pazzesco. E ti dirò: quando un live va malissimo e ci sono 15 persone, è un’opportunità. Hai un mini-pubblico e puoi sperimentare cose che davanti a tanta gente non ti lanceresti a fare. Sono momenti d’oro in cui impari i tuoi limiti; e se impari a suonare dove non ti senti, dove i monitor non ci sono neanche, poi in qualsiasi situazione vai a occhi chiusi. I momenti di down, in realtà, sono una benedizione. Le cose che vanno male sono sempre da benedire. Quello lo impari solo con tante facciate, ma lo impari davvero.

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E tu ne hai viste, senza pietà. Hai dato tutto e ti hanno tolto tutto, varie volte. E quindi voglio chiederti cosa hai provato a Sanremo, quando eri sul palco con Shablo, Guè e Neffa a fare Aspettando il sole e Amor de mi vida. Per me, lo scrissi ai tempi, è stato un momento fondamentale per la storia del rap italiano. La chiusura di una serie di grandi cerchi, soprattutto per te che con Neffa e Sanremo hai davvero trovato lungo in passato.
Assolutamente, è stato davvero come un chiudere cerchi. Già dalle prove. Mi sono ritrovato con Neffa, che per me è una leggenda, e con cui non ci eravamo più parlati né visti. E c’erano tante storie dentro: il dissing, la spaccatura fra il mondo hip hop underground e quello più mainstream dei Sottotono. Ma i messaggi che abbiamo ricevuto dopo quella sera erano di gente che piangeva a casa, perché erano mondi dell’hip hop – Amor de mi vida e Aspettando il sole – che nemmeno si parlano fra loro. Abbiamo beccato una valanga di persone diversissime, e per ognuna è stato un momento magico. Anche per noi sul palco. Difficilmente ora mi emoziono, ma quella sera, invece, si respirava quel senso di bisogno di fare tutto per bene, perché era un momento storico.
Tu ne hai prese veramente tante, eppure sei uno dei più presi bene della scena. Come hai fatto a togliertele di dosso? In fondo è dal ’96, da Tormento ce n’è uno che già prendevi in giro chi ti criticava.
È una cosa maturata nel tempo, dai Sottotono in poi. Anche con Primo abbiamo passato periodi durissimi: El Micro de Oro, per noi, era tutta la vita, e quando è uscito non se n’è cagato nessuno. Poi dopo cinque anni è diventato un masterpiece, ma ormai i soldi investiti erano andati senza che fossimo neanche riusciti a fare il terzo singolo: non avevamo più i soldi per autoprodurcelo. Momenti tragici, vissuti malissimo. Eppure, guardando indietro, i momenti di down sono quelli che mi hanno spinto a crescere e – invece di abbandonare – a cercare il produttore che mi desse l’opportunità di continuare. Anche cambiando città. Lo ripeto sempre ai più giovani: se dici che vuoi fare musica ma intanto resti a casa tua, nel tuo paese, non basta. Io ho cambiato città ogni quattro anni per poterlo fare davvero. E poi c’è un altro lato, c’è il viversela zen. È un lavoro che devi fare su te stesso: imparare il linguaggio del corpo, gestire le emozioni, gestire i pensieri. Già mettere insieme questi tre mondi è un lavoro di diverse vite (ride).
E come hai imparato a vivertela così zen?
Me l’ha insegnato la musica: attraverso le frequenze e le vibrazioni. Più la studi la musica più vedi quali vibrazioni lavorano sul corpo e quali sul mondo emotivo. La classica la ascolti da seduto, non ti viene da ballare come col reggaeton, perché sono frequenze più mentali. Se il rap e il reggaeton si ballano, è perché il basso e la cassa picchiano in quella parte del corpo. E quando inizi a studiarla, per assurdo, anche l’architettura inizia a parlarti: il Duomo di Milano, quando lo guardi, rimani di sasso, perché è come un’orchestra sinfonica che suona insieme. E allora quando leggi «in principio era il Verbo» capisci che un suono ha creato l’universo, perché la musica crea le forme.
Sto leggendo proprio adesso un libro, Il paesaggio sonoro di Raymond Murray Schafer, sull’evoluzione del suono: di come l’umanità ha percepito il suono nel tempo, i suoni che hanno caratterizzato la storia, e parte proprio da quello che dici tu, dal «in principio era il Verbo».
E poi l’om, la vibrazione: questo suono di fondo che crea tutto, che c’è ancora, e se ti impegni arrivi a sentirlo.
E poi c’era chi come Pitagora provava a spiegare il movimento dei pianeti tramite l’armonia musicale, che è matematica.
Certo, la musica delle sfere.
Con l’armonia puoi spiegare tutto.
Anche i mondi più distanti comunicano, tutto è un unico linguaggio.
Parlando di armonia, tu hai sempre lavorato con gli altri. Sottotono, Area Cronica, il disco con Primo. Ma anche nei tuoi dischi solisti.
Negli album in solitaria firmati come Yoshi ho visto che quando le energie che finiscono nel progetto sono solo le tue, in un certo senso ti sei limitato. Però quando ho fatto quelle cose ne avevo bisogno perché a un certo punto hai bisogno di esprimerti a 360 gradi. E così mi sono fatto i beat, mi sono scritto le canzoni, mi sono registrato, ho mixato, ho prodotto. E vendevo pure quei dischi da me spedendoli alle persone. Mi sono detto: sono in grado di trovarmi le date, fare un progetto e promuoverlo; se mi tolgono tutto, come era successo, sono in grado di rifarlo. Ma ci ho perso la salute, perché a volte voleva dire non dormire per giorni.
Ma sei presto tornato a lavorare con gli altri.
Esatto. Il disco dopo, Il mio diario, è stato un lavoro enorme: un doppio album frutto di tre anni di impegno. È stata la risposta a Yoshi, proprio perché mi ero reso conto che da solo è bello, ti esprimi al 100%, ma lo scambio con gli altri fa sì che uno più uno non faccia due: l’energia si moltiplica in maniera esponenziale. Il mio diario è stato una ricerca di tutti i musicisti italiani legati al soul e al funk: gli Africa Unite, i Bluebeaters, Al Castellana; e poi il mio viaggio in Puglia, a incontrare alcuni tra i più grandi jazzisti che abbiamo, mentre in Sicilia ho trovato musicisti blues pazzeschi. Alibi, l’album dopo, è stata la stessa cosa ma con musicisti internazionali: i turnisti di Stevie Wonder, Michael Jackson, Whitney Houston, quasi tutti quelli di Prince. Sono partito da una roba super underground e in solitaria come Yoshi per arrivare, nel giro di qualche anno, a lavorare con musicisti internazionali pazzeschi. E tutto è nato dal girare le città, dormire sui divani, mangiare riso e pasta col tonno: non avevo una lira, eppure è stato un crescendo. Ho capito che è proprio dall’incontro con gli altri che nasce tutto.
Ora però dormi, spero.
Adesso mi prendo molto più tempo per me. Prima era un invasamento totale: produrre, far uscire, andare a suonare, in trip dal non dormire. E senza droghe, a parte la cannabis. Ma ora ahimè ho abbandonato anche quella: era proprio l’energia che mi dava la musica. Quando ho lavorato con i musicisti di Prince mi hanno raccontato che lui stava sveglio due o tre giorni su un brano: loro andavano a dormire, tornavano e lui era ancora lì, vestito come il giorno prima, che aveva suonato tutta la notte. Era invasato. Oggi invece mi piace prendermi i miei tempi.
E cosa fai per te?
Allenamento fisico, tanta meditazione. E poi mi sono messo con i bonsai, che mi salvano la vita, perché le piante hanno milioni di anni di evoluzione più di noi: sono un altro linguaggio. Insomma, oggi vivo tutto molto più tranquillamente.