Immaginiamo, per favore, città diverse da così | Rolling Stone Italia
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Immaginiamo, per favore, città diverse da così

Il caldo mortale, l'iniziativa privata che sembra inarrestabile, l'esclusione progressiva degli abitanti: abbiamo pensato che il "cambiamento" fosse incontrastabile. Poi, a Milano, qualcosa ha iniziato a muoversi

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Foto: Matthew Henry su Unsplash

Milano segna quaranta gradi nel bel mezzo di un’emergenza climatica a cui non sembra esserci molto rimedio per le persone comuni. Mentre cammino lungo il naviglio della Martesana penso al feed di Instagram intasato di persone che a Parigi, soffrendo una canicola ancora peggiore, si sono gettate nei canali della città. Proprio in relazione all’emergenza di questi giorni il sindaco della capitale francese ha annunciato entro il 4 luglio l’apertura di quattro nuove spiagge urbane: difficilissimo, ha ammesso, ma si è fatto. Qui forse non la Martesana, ma le rilevazioni dicono che l’acqua del Naviglio Grande e della Darsena sia di buona qualità, contrariamente a quanto si pensi; tuttavia nessuno sembra star lavorando a un’ipotesi di balneabilità. Così, mentre rifletto sullo scarto che passa tra ciò che una città potrebbe essere e ciò a cui si rassegna, vengo assalito dal fantasma di una domanda che in questi anni mi sono posto frequentemente: come si può immaginare una città diversa?

A New York l’ha portata in municipio Zohran Mamdani, eletto sindaco su un programma di pura sopravvivenza urbana — affitti congelati, autobus gratuiti, asili per tutti — e diventato un’icona pop facendosi fotografare in metropolitana come una persona qualunque. A Parigi Anne Hidalgo ha passato anni a strappare strade alle automobili e la Senna alla sua fama di cloaca, fino a renderla nuovamente balneabile dopo cento anni. A Milano, mentre le istituzioni sono rimaste silenti indirizzando in questi anni le proprie attenzioni al mondo della finanza e dei capitali, una fioritura di movimenti dal basso si è rivolta a tutela dei diritti dei cittadini costruendo una galassia di comitati e aggregazioni che ha dimostrato come la cittadinanza organizzata possa essere una risposta al vuoto delle istituzioni; e come il capoluogo lombardo sia abitato da una collettività propositiva e affamata di giustizia sociale. Ed è in questo contesto che, provando a capire cosa significhi tutto ciò concretamente, finisco per cercare refrigerio tra gli alberi della redazione all’aperto di Scomodo, seduto davanti a Tommaso Goisis.

Goisis, trentasei anni, esperto di politiche pubbliche, è tra gli animatori di Sai che puoi?, un’associazione che negli ultimi anni ha fatto a Milano cose che sembravano impossibili: la piscina Argelati strappata al privato e riaperta (cioè, in via di riqualificazione) pubblica con dodicimila firme; la ciclabile sul ponte della Ghisolfa ottenuta dopo anni di mobilitazione che proprio in questi giorni sta finalmente aprendo il suo primo tratto. Lo incontro per capire una pratica: come si può, partendo dal basso, cambiare davvero il destino di qualche storia della città.

Il metodo, mi spiega con la calma di chi ha già messo in fila gli argomenti, si sviluppa a partire da tre azioni ricorrenti. La prima è dare potere e fiducia subito a chi si attiva: «Entri nell’organizzazione e in due settimane conduci una riunione, la terza rilasci un’intervista. Serve una cornice chiara, ma poi le persone devono sentire che è una cosa diversa dal lavorare in una struttura gerarchica». La seconda è guardarsi intorno e fare rete: sulla mobilità Sai che puoi? ha lavorato in sinergia con i Municipi e parallelamente contribuito, per esempio, a Città delle persone, una coalizione che tiene insieme sigle storiche e singoli cittadini sotto un nome terzo, «in questo modo si costruisce una rete di adesioni che evita i personalismi e permette di partecipare ai singoli contesti di interesse». La terza è la più sottile: salire la scala del conflitto un gradino alla volta, ed essere pronti a scenderla quando il risultato arriva. «Sull’Argelati siamo partiti da un report del Politecnico, poi le firme di duecento universitari, poi cinquemila, silenzio, dodicimila, la manifestazione. Alla fine il Comune dice sì, la piscina resta pubblica ed è quello il momento in cui devi ridiscendere la scala». Per questo, insiste, l’attivismo deve restare indipendente dalla politica e dalle istituzioni: «Se un movimento prende parte politica, perde la libertà di salire e scendere quella scala, che è ciò che lo rende efficace».

Tommaso Gioisis

Tommaso Gioisis. Foto cortesia

La storia dell’impegno civico di Tommaso è lunghissima. «Fino ai diciassette anni ero un ragazzo della borghesia milanese: genitori medici, casa di proprietà, quartiere Pagano. Una bolla». Poi il volontariato verso piazza Prealpi attraverso cui, per sette-otto anni, conosce un altro volto della città, fatto di povertà, sfratti e urgenze. Qui scopre due cose insieme, i bisogni della città e il gusto di organizzarsi per rispondere. È poi la volta delle istituzioni: la giunta Pisapia con l’assessora Chiara Bisconti — Scuole Aperte, sport gratuito nei parchi, giardini condivisi — e poi il primo Sala, da cui però arrivano le dimissioni, «perché non mi ritrovavo più nell’approccio verticale al governo della città». Il terzo capitolo, quello dell’impegno civico, è appunto Sai che puoi?.

Dietro le singole battaglie, però, c’è una diagnosi più ampia, che è poi la ragione per cui tutto questo gli sembra urgente adesso. «Le istituzioni sono sempre meno rappresentative, sempre meno gente va a votare. Non basta più legittimare un’azione politica se, nel momento in cui prende scelte fondamentali per il futuro della città, lo fa senza consultare i cittadini. Mi trovo spesso a ripetere un concetto: la partecipazione ai processi politici c’è sempre. Il problema è che quando non la vedi significa che c’è solo quella di chi ha interessi economici, che al potere ha comunque sempre accesso. La partecipazione pubblica serve a bilanciare queste dinamiche. L’urbanistica e le istituzioni non devono governare le persone, ma governare con le persone».

Da questa bussola — «tutto ciò che il Comune fa deve servire a ridurre le disuguaglianze: abitative, sociali, culturali» — prende forma un’idea di città, e sono sempre gli stessi nodi a tornare. Il primo è il costo della vita, lo stesso terreno su cui si gioca la partita di Mamdani a New York: negli ultimi quindici anni a Milano i valori immobiliari sono cresciuti del 60% contro il 10-15% degli stipendi. «Una forbice che colpisce anche chi non ha redditi abbastanza bassi per una casa popolare né abbastanza alti per il libero mercato. Così sparisce chi tiene in piedi i servizi essenziali: rischiamo una città senza trasporti, senza scuole, senza ospedali, perché non troveremo più chi può permettersi di venire a lavorarci». Poi la scuola, «il luogo dove i destini individuali possono essere resi meno diseguali dalle condizioni di partenza». E infine la città pronta al futuro, dove le risposte ai grandi temi — clima, crisi demografica, intelligenza artificiale — vanno previste e non subite.

Ma è uscendo dagli elenchi che l’idea si fa concreta, e qui il discorso torna a intrecciarsi con quanto scritto dall’urbanista Elena Granata nel suo La città è di tutti, in cui centrale è il concetto di «città gratis» da opporre alla dittatura del consumo negli spazi. Chiedo a Tommaso dove va, questa Milano, la sera, dove lavora quando fuori ci sono quaranta gradi. «C’è un lavoro gigantesco da fare sul patrimonio pubblico, perché diventi insieme rifugio e possibilità: le scuole aperte fuori dall’orario di lezione, i parchi che tornano luoghi di socialità accessibile anche di sera, i centri culturali e gli spazi ibridi che oggi sopravvivono solo grazie alla ristorazione». Il punto, insiste, è poter stare senza consumare. «Appoggiare i piedi nell’acqua senza che nessuno ti chieda cosa vuoi ordinare. È così che una città fa capire chi vuole accogliere: anche e soprattutto di chi, per sentirsi parte di una comunità, non sia costretto a spendere». Non è solo poesia urbana: è una posizione politica precisa. «Prendi i centri sportivi comunali: decine rischiano di finire a privati profit che, con il partenariato pubblico-privato, vogliono trasformarli in spa esclusive. I pezzi di città che perdiamo, li perdiamo oggi: firmato un contratto da trent’anni, indietro non si torna».

Ed è proprio in relazione a questa urgenza che Goisis ha scelto un ultimo passaggio per la sua storia: presentarsi in autonomia come candidato alle primarie del centrosinistra in città – a oggi non ancora ufficializzate. Mentre Sai che puoi? continua la sua attività fuori dalle istituzioni come si conviene alla pratica attivista, Goisis sceglie oggi un’altra strada, annunciata il 22 giugno in una rovente piazza Sicilia. «Perché a un certo punto» — mi dirà — «le battaglie che scegli da attivista sono sempre troppo poche rispetto alle cose che vorresti cambiare, e nasce la voglia di uno sguardo che miri all’intera città».

Faccio l’avvocato del diavolo: questo modello di città aggregativa non rischia tuttavia di parlare a un solo tipo di utenza? Gli porto il caso di piazza Spoleto, aperta e pedonalizzata accanto a viale Monza, che ha diviso residenti e frequentatori fino alla recente chiusura per un restyling che nei fatti scoraggia l’aggregazione. «Il successo di quella piazza ci dice che di spazi così ne servirebbero il doppio, non che vadano ridotti. Poi certo, a volte bisogna imparare a convivere con esigenze diverse, fare patti territoriali con i commercianti, ragionare sugli orari. Ma si possono contemplare tutte le esigenze e mediare sempre? No. A un certo punto governare significa scegliere».

C’è un’ultima cosa, che è forse la più politica di tutte: l’idea di una città non solo di bisogni, ma di desideri. Ogni settimana Goisis manda una newsletter in cui chiede alle persone sogni e visioni per Milano. «Se nessuno lo chiede, ognuno pensa di non averne, ed è qui la nostra debolezza: abbiamo perso la capacità di immaginazione collettiva. Chi ha interessi privati, invece, ce l’ha fortissima: dieci anni fa nessuno avrebbe pensato che San Siro si potesse abbattere per speculazione finanziaria, o che il Lido diventasse una fontana perché conviene di più a un gestore privato. Chi gestisce i capitali sa immaginare cose giganti. Dobbiamo abituarci a farlo anche noi e poi capire come rendere possibili queste visioni».

Esco da Scomodo che fa ancora caldo. Penso alla Darsena, alle biblioteche, alle strade alberate e condivise. E alla differenza, in fondo, tra una città che si rassegna e una che si concede il permesso di immaginarsi diversa — non a parole, ma attraverso la pratica.